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Generale Claudio Graziano: la difesa dell’Italia comincia dove inizia ciascun soldato

Claudio Graziano,  Capo di Stato Maggiore della Difesa

Soldato tra i soldati è ciò che, secondo il generale Claudio Graziano, deve essere un Capo di Stato Maggiore della Difesa, incarico che ricopre dal 28 febbraio 2015. Tra gli altri riconoscimenti (l’ultimo datogli dal presidente della Repubblica, quello di Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito), nell’essere insignito come «grande ufficiale dell’ordine militare d’Italia» per un’operazione in Libano, gli si riconosce valore, abnegazione, perizia ed altissimo senso di responsabilità per aver condotto allora gli oltre 13 mila soldati a lui affidati, di cui 2 mila italiani. Con il suo «instancabile, impeccabile e diuturno operato», la sua unità dava prova di forte coesione, notevole professionalità ed efficienza, raggiungendo gli obiettivi assegnati dalle Nazioni Unite. Sotto la sua «incisiva e carismatica azione di comando, improntata alla sintesi e all’equilibrio» consentiva, anche nelle circostanze più critiche, il conseguimento di «risultati pregevolissimi, unanimemente riconosciuti dalle parti in causa, dalle autorità di vertice dell’Onu e dalla comunità internazionale».
Domanda. Quale ruolo svolgono oggi le Forze Armate e quali funzioni?
Risposta. Un ruolo essenziale e nella sua natura più profonda in fondo immutato nei secoli, ossia quello della difesa della Patria e della sicurezza della collettività, quali beni fondamentali per un Paese. Ad esso se ne sono aggiunti molti altri perché collegati al mutare degli scenari e al ruolo crescente dell’Italia nelle organizzazioni internazionali, con lo scopo di contribuire alla pace e alla sicurezza internazionale ed alla protezione generale degli interessi nazionali, finalità che indicano come il ruolo delle Forze Armate sia sempre più da inquadrare in un compito globale di sicurezza del Paese a cui partecipiamo in modo armonico insieme alle altre istituzioni dello Stato che potremmo definire «sistema Paese». Le Forze Armate sono una componente essenziale, quindi, ma non l’unica, che opera in modo integrato con le altre componenti quali ad esempio quella diplomatica, culturale ed economica in un’ottica di sicurezza, protezione e tutela che vede sempre più intimamente connesse la sicurezza interna e la difesa del Paese, degli spazi aerei e marittimi nazionali, con la difesa avanzata e la sicurezza internazionale fuori dai confini. Ciò è particolarmente vero dal 1992 con le missioni in Mozambico e Somalia, successivamente nei Balcani, in Iraq, in Libano, in Afghanistan ed ora nell’area mediterranea, poiché le Forze Armate sono diventate «forze di proiezione», destinate cioè a proiettare la stabilità al di fuori dei confini, operando in mare e cielo, in aree di crisi per assicurare la difesa avanzata del Paese.
D. Quali dimensioni devono avere le Forze Armate rispetto al passato in rapporto al nuovo quadro geo-politico-strategico delineatosi negli ultimi anni?
R. Questo è un aspetto che dipende da fattori economici, dalla percezione delle minacce e dei rischi per la sicurezza, oltre che dalla possibilità e volontà del Paese di ricoprire un determinato ruolo internazionale; evidentemente vi sono meno unità rispetto a quando la leva era obbligatoria, ma è necessario che sia le dimensioni sia l’efficienza dello strumento militare siano coerenti tanto con le risorse a disposizione, quanto con il ruolo che il Paese intende ricoprire, quanto infine con le reali esigenze di sicurezza. Il processo di revisione in corso porterà le Forze Armate italiane, senza i Carabinieri, complessivamente a 150 mila unità, di cui la componente principale deve essere destinata a funzioni operative; è necessario disporre di militari per quanto possibile giovani, preparati e motivati per assolvere compiti impegnativi e rischiosi e che richiedono grande disponibilità. Le funzioni non strettamente operative, invece, saranno automatizzate, razionalizzate e svolte ove possibile dal personale civile.
D. Un domani una donna potrà diventare Capo di Stato Maggiore?
R. Ne sono assolutamente sicuro ed a pieno titolo. Anche il nostro ministro della Difesa è una donna. Le Forze Armate italiane sono arrivate in ritardo nell’aprire al reclutamento del personale femminile ma hanno recuperato consentendo alle donne l’accesso a tutti gli incarichi: esiste solo la questione del superamento delle prove fisiche per determinate specialità, dopodiché potranno svolgere ogni incarico a qualunque grado. Del resto il personale femminile rappresenta una risorsa indispensabile per l’efficienza delle Forze Armate.
D. In quali teatri operativi siamo oggi presenti?
R. Attualmente siamo impegnati in 25 missioni internazionali con oltre 6000 uomini. Generali e ammiragli italiani sono attualmente alla guida delle principali missioni internazionali in Libano, Iraq, Afghanistan, Kosovo, Somalia e nel Mediterraneo, a conferma dell’unanime riconoscimento della qualità della leadership militare nazionale e dell’impegno profuso in questi anni dalle Forze Armate.
D. La crescente presenza dell’Isis in Libia rappresenta il rischio più grande data la prossimità alle coste italiane per l’espansione della minaccia terroristica: quanto è al sicuro l’Italia e qual è attualmente l’impegno delle Forze Armate in quella zona così delicata?
R. L’Isis è la nuova minaccia del secolo, che aggiunge alla minaccia asimmetrica tradizionale del terrorismo, una componente ibrida, trattandosi di un gruppo e di un’ideologia capaci di conquistare città e popolazioni e di operare spesso in modo transnazionale e trasversale come un’entità statuale, sviluppando anche operazioni militari di tipo convenzionale. È a tutti gli effetti una nuova crisi che si aggiunge a quelle degli stati dell’area mediorientale e sub-sahariana, e che rende particolarmente delicata la situazione del cosiddetto «fianco Sud dell’Europa». L’Isis non si è sviluppato ovviamente in Libia, perché viene dall’Iraq e dalla Siria, esso si collega con altre organizzazioni terroristiche e si innesta con altre situazioni di crisi che provengono da est, definendo concettualmente due archi di crisi geostrategici: un arco di crisi balcanico e quello dell’area mediorientale e nordafricana specialmente importante per noi, perché siamo nel cuore del Mediterraneo. Le spinte migratorie derivate da situazioni di estrema povertà, si sono sviluppate essenzialmente dall’Africa sub-sahariana attraverso la Libia e c’è naturalmente chi specula su questa situazione traendone profitti a beneficio di organizzazioni criminali e terroristiche. Proprio per questo motivo, già dalla primavera scorsa è stata lanciata l’operazione navale di sorveglianza marittima «Mare Sicuro» e poi - su iniziativa italiana - quella dell’Unione Europea nel Mediterraneo centromeridionale, (Eunavformed) denominata «Sophia» al fine di contrastare il traffico illegale di esseri umani. Con riferimento alla crisi libica è nota la disponibilità italiana dichiarata autorevolmente dall’autorità politica di governo ad assumere la leadership di una missione internazionale di supporto e stabilità a favore della Libia, qualora richiesto dalle autorità legalmente riconosciute del Paese. Con ciò viene riaffermato un principio fondamentale appreso nelle precedenti operazioni, ossia che la sicurezza del Paese passa necessariamente dalle mani del popolo libico, come sta avvenendo ora anche in Iraq o in Afghanistan. Dobbiamo offrire addestramento, supporto e assistenza, anche sul posto, ma è un’autorità legittima che deve chiedere tale sostegno, mentre la responsabilità delle decisioni sulla sicurezza e pacificazione deve risiedere nelle forze di sicurezza locali. Il nostro impegno principale, quindi, è sostenere questa processo e come militari tenerci pronti a soddisfare qualunque esigenza di sicurezza e contrastare le minacce che provengono da un’area vitale per la sicurezza del Paese. Nell’ambito della coalizione internazionale anti Isis, lo stiamo facendo in Iraq, con forze consistenti: è necessario tuttavia ricordare che per sconfiggere il terrorismo c’è bisogno dell’impegno dell’intera comunità internazionale.
D. Come siamo arrivati a questo punto? Per mancanza di strategia?
R. La strategia, almeno da parte nazionale, io credo ci sia stata. In Libia l’Italia ha da sempre avuto una ruolo propositivo e trainante, che ha trovato concreta attuazione già nel 2013 con la formazione di un battaglione libico nelle nostre aree addestrative in Italia e con molteplici iniziative diplomatiche e di sicurezza svolte da organismi di coalizione sul territorio libico. Le ragioni che hanno portato a questa situazione vanno ricercate in eventi sia lontani sia più vicini. Innanzitutto va considerato che la storia libica è diversa da quella di altri Paesi; in Iraq e in Siria, per esempio, esiste un confronto fra diverse fedi religiose dovuto anche ai postumi del colonialismo alla fine della prima guerra mondiale quando si sono tracciate delle linee nette di separazione degli Stati senza entrare nel merito di queste civiltà complesse. Tra le ragioni più vicine della crisi che provengono dalla sponda sud ci sono la povertà e lo sviluppo demografico a cui non è seguito un contestuale aumento delle risorse economiche che ha causato quindi gravi difficoltà alla popolazione e lasciando spazio all’azione di organizzazioni criminali e emergenti ideologie estremiste. Le stesse primavere arabe sono nate spesso con un impulso certamente apprezzabile, ma troppo spesso si sono trasformate in radicalismi per l’assenza di un’organizzazione culturale e di un processo democratico. In Libia, Paese prevalentemente sunnita, non è in atto un confronto religioso ma esistono profonde divisioni interne di tipo tribale e nel 2011, dopo aver condotto le operazioni a supporto delle forze rivoluzionarie contro il regime di Gheddafi, è mancata la possibilità di sviluppare un processo di consolidamento della pace e della sicurezza e ciò nel tempo ha portato al collasso del Paese. Per questo dobbiamo non solo addestrare le forze libiche, ma anche seguirle nella loro crescita e nel loro operare, consapevoli che hanno bisogno di un supporto internazionale. In tal senso un esempio concreto è quello rappresentato dall’Afghanistan, dove la missione di sostegno alle forze afgane ora completamente responsabili della sicurezza del Paese, è stata prolungata proprio per garantire continuità nel supporto e nell’assistenza anche a livello motivazionale delle forze afgane, garantendo loro il supporto internazionale.
D. Quindi manca il supporto europeo?
R. Il supporto europeo è indiscutibilmente indispensabile; ho comandato la missione Unifil in Libano che è stata un successo perché ha visto un importante impegno dell’Europa nelle missioni di pace internazionali delle Nazioni Unite grazie alla presenza di un numeroso contingente italiano, francese e spagnolo. È importante che per la pace e la sicurezza ci sia uno sforzo collettivo, non solo militare, ma anche politico e diplomatico e certamente l’efficacia di una missione dipende dall’efficienza e dalle capacità delle forze che fanno parte della coalizione.
D. Considerando gli sviluppi politico-militari dei Paesi del Nord Africa e dunque l’importanza crescente del bacino del Mediterraneo a livello mondiale, di che tipo di difesa ha bisogno il nostro Paese? L’Italia è davvero preparata a fare la propria parte nel Mediterraneo?
R. L’Italia ha bisogno di quello che le Forze Armate hanno dimostrato di essere negli ultimi 20 anni: forze in grado di operare e di proiettarsi fuori dal territorio nazionale con grande professionalità e sapendo ben bilanciare l’uso della forza e la capacità indispensabile di dialogare e comprendere i popoli con cui si opera. In questo scenario si muove il processo di revisione delle nostre Forze Armate, che ha trovato sintesi e sviluppo nel Libro Bianco per la Difesa e la Sicurezza Internazionale realizzato e fortemente voluto dal ministro della Difesa, senatrice Pinotti, che oltre a conferire dimensione bilanciata ai processi di integrazione, definisce con visione strategica le aree principali su cui gravitare l’interesse e la preparazione dello strumento militare interforze. Abbiamo dunque bisogno di una difesa in chiave esplicitamente interforze, idonea ad integrarsi in ambito internazionale con efficacia ed autorevolezza, che veda il superamento di divisioni o egoismi di parte, perché è necessario uno strumento integrato in grado di condurre tutto lo spettro delle odierne operazioni. Al contempo dobbiamo essere capaci di cooperare per esigenze di sicurezza interna con gli altri dicasteri così come avviene, ad esempio, con l’operazione «Strade sicure» a supporto delle forze di polizia. Serve una difesa che sia fortemente condivisa e sentita dai cittadini, che siano consci che uno strumento di difesa ha un costo che, anche se elevato, è necessario per garantire in modo efficace la sicurezza della Nazione. Certamente il nostro Paese è pronto a fare la propria parte nel Mediterraneo dove, peraltro, siamo già presenti come hanno affermato in modo autorevole il presidente del Consiglio e il ministro della Difesa. Dobbiamo mantenere la capacità e la prontezza delle Forze Armate, con la consapevolezza che l’attuale crisi non sarà di breve durata. Alcuni anni fa la Nato aveva dichiarato che i pericoli si stavano riducendo, il che, unitamente alla situazione di significativa crisi economica, ha comportato una generale tendenza alla riduzione dei bilanci. Tuttavia, andando avanti negli anni, la situazione si è dimostrata diversa: i rischi da sud e da est sono aumentati. In tale contesto la Nato ha raccomandato, anche a livello tendenziale, di aumentare i fondi dedicati alla difesa al 2 per cento del pil. Il modello di difesa che dobbiamo realizzare, dovrà necessariamente essere compatibile con le risorse a disposizione, ma sicuramente c’è stato un inversione di tendenza culturale e concettuale che conferma che le Forze Armate servono ancora e si confermano un elemento essenziale della sicurezza.
D. La crisi economico-finanziaria e la spending review influiscono sulla sicurezza nazionale e sulla revisione dello strumento militare: come e in che modo risponde la Difesa, in assenza di risorse adeguate, alle sfide e di fronte a un nemico sempre più moderno, globale e difficile da trovare e da colpire?
R. Naturalmente la crisi economica rende necessari dei risparmi che toccano qualsiasi istituzione del Paese, in particolare quella militare che ha comunque bisogno di adeguarsi ai tempi, mantenere i mezzi efficienti, preparare il personale: tutto ciò ha un costo. La crisi ha influito rendendo più complesso l’assolvimento dei compiti, ma ha anche permesso di studiare come utilizzare al meglio le risorse reinvestendole; dalle riduzioni del personale, ad esempio, sarà possibile ricavare fondi per ammodernare i nostri mezzi. I processi interforze sicuramente permetteranno di ridurre i costi. Dobbiamo risparmiare su tutto, ma non si può risparmiare sulla sicurezza e sulla formazione del personale, tenendo conto delle nuove minacce e di una rinnovata consapevolezza dell’esigenza di un sostegno adeguato. Da un lato, quindi, bisogna risparmiare e dimostrare il massimo rigore evitando qualunque spreco, dall’altro perseguire l’ammodernamento dello strumento proprio attraverso le riduzioni ed operando in modo sinergico con le iniziative di sviluppo economico del Paese. Si tratta di un progetto fortemente voluto dal ministro Pinotti. La Difesa, ad esempio, ha progettato di cedere palazzi storici per ridurre i costi e contribuire al risanamento del Paese, reimpiegando i ricavi e le misure per garantire il mantenimento in efficienza dello strumento militare operativo. Ai numerosi tagli di bilancio effettuati nel passato, il nostro ministro della Difesa ha risposto sinteticamente con il Libro Bianco che ho già citato, emanato l’anno scorso, che troverà gradualmente applicazione. Con esso si è voluta dare una nuova prospettiva di sviluppo alle Forze Armate, che seppur in via di ridimensionamento, devono mantenere una piena operatività in funzione delle esigenze prioritarie legate alla sicurezza nazionale. Esistono delle aree di maggiore pericolosità o aree dove è opportuno che l’Italia assuma un ruolo di leadership, ed è necessario che gli investimenti per la Difesa vengano focalizzati nei settori principali in vista di una maggiore integrazione interforze per evitare duplicazioni. Si tratta, quindi, di un’ulteriore sfida di rinnovamento che stanno affrontando le Forze Armate che comunque continuano a riscuotere dai cittadini attestati di crescente fiducia come confermato dai risultati dell’indagine Eurispes, che vede tutte le Forze Armate attestate su indici di gradimento tra il 72 ed il 74 per cento.
D. In che modo si è manifestato tale apprezzamento dagli italiani?
R. C’è un elemento essenziale che non sempre viene riportato: l’altissima propensione all’arruolamento degli italiani, che ogni anno in migliaia chiedono di arruolarsi nelle Accademie e di essere volontari nelle Forze Armate. Alla base sicuramente ci potrebbe essere anche la ricerca di un posto di lavoro, che è già un nobile motivo, ma sicuramente c’è una predisposizione al sacrificio e la volontà di porsi al servizio della collettività e di accettare i rischi legati a questo tipo di scelta; una ricerca di questi valori da parte dei giovani appare, oggi, molto più sentita che in determinate fasi del nostro passato. In sostanza io credo che l’Italia ami le proprie Forze Armate ed i propri militari.
D. In che modo eventuali investimenti nelle Forze Armate possono essere utili anche per il futuro e per la crescita del Paese?
R. L’Italia dispone di una capacità di produzione di sistemi d’arma e sicurezza di livello internazionale e indiscutibilmente l’ammodernamento delle Forze Armate si coniuga bene con la crescita del Paese. La produzione dei sistemi militari aumenta evidentemente le possibilità di sviluppo delle economie e determina un ritorno industriale significativo grazie anche alla vendita di mezzi e materiali di difesa all’estero. Lo stesso Ministero dello Sviluppo Economico, in sinergia con la Difesa e con le altre competenti autorità istituzionali favorisce la realizzazione di programmi di ammodernamento nazionali, anche per quanto riguarda le capacità «dual use» di sistemi in grado di essere utilizzati anche nel campo civile.
D. In merito alla «cyber security» cosa potrebbe dire?
R. La minaccia cibernetica è sempre presente e condotta non solo a fini bellici. Per i militari la tutela e la protezione delle reti rappresenta ad esempio un elemento essenziale di sicurezza per la condotta delle operazioni e la protezione delle informazioni e del personale. Dal punto di vista organizzativo militare, è necessario accentrare, sotto un’unica regia interforze, la gestione delle operazioni e in tale ottica è già iniziata la creazione di un Comando unico per le operazioni cibernetiche. Inoltre, al fine di incrementare le conoscenze nel campo è stato realizzata una collaborazione tra Difesa e Università di Genova per creare un Centro di valutazione e formazione Cyber presso la Scuola telecomunicazioni delle Forze Armate di Chiavari. Attualmente altri Stati con risorse più abbondanti hanno forse subito più attacchi di noi; credo, quindi, che nel passato a fattore comune per tutti i Paesi, vi fosse forse una insufficiente consapevolezza del rischio. Oggi la minaccia sta crescendo ed anche in questo c’è bisogno di investimenti e di addestramento del personale, oltre che di aumentare la consapevolezza del personale quale elemento fondamentale di prevenzione nei confronti di una minaccia che richiede l’impegno di tutti per garantire la sicurezza dei dati che è anche sicurezza del personale.
D. Bisogna ripristinare il servizio militare?
R. La leva, sospesa nel 2005, ha contribuito a fare grande il Paese ed ha svolto per generazioni di giovani un’importante e fondamentale funzione educativa che ha contribuito a formare cittadini consapevoli, educando gli Italiani ai valori della democrazia e al rispetto della collettività. Le esigenze operative di oggi, tuttavia, richiedono professionisti ben addestrati e disponibili ad accettare i rischi delle moderne operazioni. Da qui l’esigenza condivisa da quasi tutti i Paesi europei di passare al sistema professionale, garantendo forze più specializzate, organizzate ed addestrate, composte da volontari. La nuova dialettica che sembra essersi aperta sul ripristino di una qualche forma di servizio militare ad ampio spettro, indica da un lato la percezione del bisogno di sicurezza del Paese e dall’altro la condivisione dei valori militari tra i cittadini che porterebbero un contributo nella formazione dei giovani. Certamente è un analisi che richiede approfondimenti e non va sottovalutata la possibile esigenza in periodo di emergenza di gravi dimensioni di poter pensare a come generare forze di maggiori dimensioni quelle normalmente in esercizio attivo.
D. Come valuta la situazione dei due marò sotto accusa in India? Come vivono i militari italiani tale vicenda?
R. Innanzitutto devo riconoscere che i due fucilieri di Marina La Torre e Girone hanno dato grande prova di dignità e hanno dimostrato la tempra dei militari italiani. A loro va il mio apprezzamento. Il Governo si sta impegnando al massimo in una situazione certamente non semplice, mentre è in atto l’arbitrato internazionale e certamente non verrà a mancare il supporto dei cittadini ai fucilieri di Marina. D’altra parte è importante che l’attività arbitrale si svolga con la massima serenità e la necessaria discrezione. Sono convinto che tutte le Forze Armate seguano questa vicenda con fraterna partecipazione.
D. In questo ruolo che ricopre in un momento difficile qual è il suo obiettivo principale alla fine del suo mandato?
R. In senso lato è l’efficienza del sistema di sicurezza del Paese, ciò vuol dire essere in grado di assolvere le missioni, favorire la crescita e l’efficienza delle forze armate e la fiducia dei cittadini nei loro confronti. C’è poi un aspetto essenziale, quello di meritare la stima dei propri dipendenti; è evidente che un Capo di Stato Maggiore delle Difesa risponde all’autorità politica delle proprie azioni, ma risponde anche al personale dipendente dell’efficacia della medesima azione. Elemento essenziale del successo è proprio l’elemento umano e nelle Forze Armate sono fondamentali motivazione ed entusiasmo. L’obiettivo sarebbe lasciare il servizio avendo meritato la stima dei propri dipendenti, essendo ricordato proprio come un comandante capace di assumersi le proprie responsabilità, un soldato tra i soldati.   

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