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sanità - DOMENICO ALESSIO: UMBERTO I, REALTÀ E PROSPETTIVE DI UNO FRA I PIu' GRANDI OSPEDALI D’EUROPA

Domenico Alessio,  direttore generale del Policlinico Umberto I di Roma

Laureatosi in Scienze Politiche, Domenico Alessio ha frequentato un corso di formazione per direttori generali di Aziende Sanitarie Locali e Ospedaliere, che l’ha portato poi a dirigere i maggiori ospedali di Roma come il San Camillo-Forlanini, il San Filippo Neri e il Policlinico Umberto I quando già  possedeva una profonda esperienza nei settori amministrativo e sanitario. Aveva esordito, infatti, nella carriera dapprima come dirigente dell’Inam, l’Istituto Nazionale di Assistenza Malattie ora scomparso in quanto sostituito dal servizio sanitario nazionale e quindi a livello locale dalla Usl poi divenute Asl; e come successivo impiego aveva lavorato anche nell’Inps, ossia nella previdenza pubblica. Successivamente è stato capo della Segreteria del ministro delle Partecipazioni statali, poi ha operato o collaborato a progetti di grandi aziende pubbliche come l’Italstat, l’Iritecna, la Telbios, Telespazio, GMS. Ma anche in aziende private come Larixe Spring Consulting; e in enti locali come il Corecom, l’Albo dei segretari comunali, l’Assessorato alla mobilità del Comune di Roma, il Servizio di emergenza sanitaria 118 di Roma e del Lazio. Ha diretto anche l’Istituto mediterraneo ematologico. Ha collaborato e collabora con riviste specializzate in materia previdenziale e giuridica e in sicurezza sociale. È  docente a contratto nella Scuola di specializzazione di igiene nell’Università dell'Aquila.
Domanda. Il Policlinico Umberto I occupa una posizione strategica, al centro di Roma, ed è tra i maggiori ospedali d’Europa; perché rischia di chiudere?
Risposta. Non dobbiamo dimenticare la chiusura dell’ospedale San Giacomo, pure al centro di Roma, dopo la quale tutti i pazienti che prima si rivolgevano ad esso si riversano nel Policlinico, nel quale l’attività di emergenza e urgenza, quindi di pronto soccorso, è articolata in maniera diversa rispetto agli altri ospedali. Vi è un Pronto soccorso generale al quale in media affluiscono oltre 200 pazienti al giorno; ed altri quattro specializzati: pediatrico, ginecologico, ortopedico, ematologico. A fine giornata mediamente registriamo complessivamente circa 400 accessi, che in un anno sono circa 130-140 mila presenze.
D. Come riuscite a smistarli?
R. Il Pronto soccorso soffre di tutti i problemi che gravano sui grandi ospedali. A causa di situazioni che hanno compromesso l’immagine dell’ospedale, ha subito blitz da parte di politici ed è stato oggetto di particolari attenzioni negative da parte dei media a causa della cosiddetta «piazzetta», luogo in cui sostavano decine  di pazienti in attesa di essere visitati, nella promiscuità e senza possibilità di privacy. Quando ero direttore del San Filippo Neri, sentendo parlare di tale situazione mi ripromettevo, in caso di nomina a direttore generale dell’Umberto I, di affrontare, quale primo atto, la situazione del Pronto soccorso. Situazione determinata dalla carenza di spazi e dall’affollamento, ma oggetto di strumentalizzazione e additata come  esempio di malasanità. Quelle immagini diffuse non mostrano le  professionalità esistenti all’interno di questa grande struttura.
D. E dopo la nomina che ha fatto?
R. Quando il 30 agosto scorso sono stato nominato direttore generale, ho puntato alla soluzione dei problemi del pronto soccorso ed oggi invito chiunque a visitarlo. La «piazzetta» non esiste più grazie ad accorgimenti di carattere organizzativo e all’ampliamento degli spazi; abbiamo adottato periodi di «osservazione» brevi in campo medico e chirurgico, abbiamo separato i malati in base al codice a ciascuno assegnato, bianco e verde da una parte, giallo e rosso, ossia i più gravi, da un’altra. La carenza di posti letto nella struttura ospedaliera e la conseguente impossibilità di ricoverare i malati nei reparti causavano la loro permanenza per giorni nel Pronto soccorso.
D. Come ovviate all’insufficienza di una struttura, ormai inadeguata alle esigenze odierne?
R. L’Umberto I ha più posti letto in assoluto rispetto agli altri ospedali, ma anche un numero di accessi superiore. Giungono da noi non solo i casi più gravi e complicati, ma anche quelli che non trovano risposta in nessun altro ospedale. Questo perché esercita una grande attrattiva all’esterno,  e la gente ritiene di trovarvi una risposta adeguata alle proprie difficoltà. Occorrerebbe un maggior numero di posti letto, invece abbiamo subito un taglio. Ne abbiamo oltre 1.200, tra quelli destinati ai ricoveri fissi e quelli del day hospital. Per ospitare la massa in arrivo cerchiamo di liberare posti letto accelerando il turn over dei malati.
D. E se il paziente avesse ancora bisogno?
R. I casi di emergenza hanno la priorità; in diminuzione sono i cosiddetti ricoveri programmati, che possono essere rinviati in quanto non rivestono carattere di urgenza; se occupassimo i posti letto con questo tipo di ricoveri, ne avremmo di meno per fare fronte ad urgenze ed emergenze. Questa è stata la prima soluzione; la seconda è quella che attueremo prossimamente attivando posti letto ad esclusiva gestione infermieristica; cioè creeremo all’interno dell’ospedale posti per malati non più acuti, che non trovano collocazione nelle strutture territoriali addette alla post acuzie. Saranno 50, affidati a personale infermieristico  per curare la post acuzie e ricorrere al medico, come consulente, solo in caso di necessità. Se un ricovero dura 10 giorni, di cui 4 in acuzie e 6 in post acuzie, in tal modo liberiamo i posti destinati ai malati acuti che non trovano accoglienza nelle strutture del territorio. Accelerando il turn over creiamo posti, con impiego solo di personale infermieristico. A chi, ricoverato nel Pronto soccorso, nell’area medica o in quella chirurgica, ha bisogno di intervento immediato, viene prestata ogni assistenza grazie ai posti letto che abbiamo attivato. Cerchiamo nei migliori dei modi di gestire le emergenze, ma bisogna anche parlare del problema della cosiddetta medicina difensiva.
D. Può illustrare meglio il tema?
R. Oggi i medici sono tutti preoccupati e cercano di garantirsi; perché una volta il malato si fidava ciecamente di loro, ora invece, non appena esce dall’ospedale, istigato da qualcuno, cerca di individuare comunque qualche carenza assistenziale da mettere sotto accusa, per ottenere un risarcimento assicurativo che fa gola a tutti. In questa situazione il medico trova davanti a sé un malato che ha bisogno di cure ma che, proprio per questa tendenza, è anche una controparte dalla quale probabilmente un giorno gli verrà imputato qualcosa, riceverà una richiesta di risarcimento, dovrà difendersi davanti a un Tribunale. Per cui, per precauzione, chiede ad ogni malato di sottoporsi a una serie di esami a volte non necessari e inappropriati.
D. Non dovrebbe esservi più professionalità da parte dei medici?
R. I medici hanno la professionalità, ma devono essere più garantiti e tutelati anche dalle Aziende sanitarie mediante adeguate polizze assicurative. Questo è un aspetto delicatissimo; poiché quasi tutte le compagnie non assicurano la responsabilità medica, il medico deve ricorrere all’autoassicurazione. Quindi deve affrontare una spesa ed avere risorse finanziarie adeguate, il che in questo periodo è un po’ difficile. Il medico  vuole e deve essere tranquillo sotto qualsiasi aspetto; e per questo prescrive una serie di accertamenti diagnostici che incidono sui costi.
D. Come devono comportarsi, allora, i pazienti?
R. Devono avere più fiducia perché nell’ospedale trovano le risposte ai loro bisogni. Il diritto alla salute è garantito dall’articolo 32 della Costituzione, e noi impieghiamo tutti i mezzi che abbiamo a disposizione e quello che è previsto dai livelli essenziali di assistenza. Non credo che un medico possa essere tacciato di incompetenza e di malafede; so che i medici del Policlinico Umberto I  pongono l’anima nella cura e nei bisogni dei pazienti. Dobbiamo creare un clima di serenità e fiducia tra noi, tra cittadini e pazienti.
D. Cosa si aspetta dalle istituzioni?
R. Appena arrivato, mi sono preoccupato della sicurezza della struttura che ha 120 anni e non può offrire le garanzie previste da un decreto del 2008. Solitamente l’edilizia sanitaria oggi realizza monoblocchi verticali, l’Umberto I è un monoblocco orizzontale. È ovvio che nei 120 anni di vita non sono stati compiuti interventi sostanziali. La struttura quindi deve essere adeguata alle norme antisismiche, sono da rifare la rete fognaria, idrica, elettrica, da abbattere le barriere architettoniche, ristrutturare l’intero complesso. In 3 mesi abbiamo elaborato tutti i progetti. Saranno messi a nostra disposizione 132 milioni di euro, 30 dei quali destinati alla messa in sicurezza. Una struttura in cui è stata scritta la storia della medicina non può essere ridotta in queste condizioni; questo è l’ospedale di Pietro Valdoni, Paride Stefanini, Luigi Condorelli, Nicola Pende, Raffaello Cortesini e tanti altri grandi nomi che hanno creato un’immagine mitica e gloriosa.
D. Quanti anni occorreranno?
R. Nella gara di appalto dei lavori porremo condizioni e penali elevatissime in modo che l’attività possa  andare avanti. Quello che mi preoccupa è la burocrazia. Purtroppo abbiamo tantissimi vincoli. Innanzitutto l’ospedale, esteso per 300 mila metri quadrati, è del demanio che l’ha concesso all’Università Sapienza di Roma e questa a noi. È soggetto a vincoli dei Beni culturali, ad obblighi nella progettazione, a molteplici approvazioni. Faremo continuamente appello alle Istituzioni che hanno a cuore il rilancio di questa grande struttura. Abbiamo attivato un nucleo di tecnici a costo zero che lavorano sui progetti e deciso di presentarli entro 3 mesi, ma l’abbiamo fatto dopo appena un mese e mezzo.
D. Può essere utile l’ingresso dei privati nella sanità?
R. Ad una condizione, che i capitali devono essere spesi bene. Visto che tutti  additano la sanità come il campo del malaffare, da oggi in poi deve essere additata come un luogo in cui le risorse vengono spese bene per l’ospedale, per l’aggiornamento tecnologico e soprattutto nell’interesse dei malati. Quindi non devono esservi altri scopi, come la politica. La sanità privata deve essere  complementare, non deve  sostituire  quella pubblica, perché il settore pubblico non ha l’interesse al guadagno. Ma non credo che un privato possa essere animato da spirito altruistico. Noi  eseguiamo interventi chirurgici che solo per  protesi, endoprotesi e presidi, costano quattro volte quanto ci riconosce la Regione. Nel settore privato la remunerazione degli interventi deve coprire le spese e  assicura  anche un guadagno. Non è pensabile che il privato possa rimetterci; mentre il pubblico, se perde, svolge comunque un servizio sociale e soddisfa un’esigenza costituzionalmente garantita.
D. Esiste la malasanità?
R. Non attuare i criteri che la legge prescrive è già malasanità. Ma non credo che esista tanta malafede; talvolta anche un grande chirurgo, impegnato in tanti interventi, può andare incontro a un incidente. È malasanità la volontà di fornire una prestazione non adeguata. Il medico di una struttura pubblica non può essere inadeguato; prima di entrarvi deve essere valutato, sottoposto a una selezione e abilitato a svolgere quell’attività. Il paziente al Pronto soccorso non riceve una prestazione basata sul clientelismo. Casi di malasanità possono verificarsi per pressappochismo, dimenticanze, scarsa  attenzione, ma è da respingere l’idea  che un paziente  non venga adeguatamente curato.
D. È stato mai compiuto uno studio sul numero dei casi riusciti male nell’Umberto I?
R. Sono stati compiuti non per ogni medico, ma per ogni centro di costo. Poi è normale che si possono esaminare  analiticamente i casi particolari. Attualmente sto facendo eseguire una rilevazione per ogni centro di costo, per conoscere quanto si spende,  quanto si produce e come si produce. Sono in questo ospedale da neppure 7 mesi, e in questo periodo abbiamo raggiunto molti risultati. Abbiamo ampliato il Pronto soccorso, ottenuto il dissequestro delle gallerie ipogee di collegamento  tra i vari padiglioni, lunghe quasi due chilometri, andare nelle quali sembrava scendere all’inferno. Adesso non è più così, abbiamo predisposto un regolamento, riservato l’accesso solo ad operatori autorizzati, installati sistemi di controllo e apparecchiature di videosorveglianza, certamente  non gradite da qualcuno perché prima si spendeva un milione di euro l’anno per trasferire i malati da un padiglione all’altro.
D. Che cosa vorrebbe chiedere al Governo?
R. Vorrei ricordare che non si può prescindere dalla sanità, perché quando una popolazione è sana, produce benessere economico di tutti. Ma occorre  ridurre la burocrazia, mettere i direttori generali degli ospedali, i cosiddetti manager, in grado di recuperare la capacità, l’autonomia gestionale e il senso di responsabilità; e di puntare verso obiettivi precisi. Ho sempre pensato, in tutte le mie esperienze nel mondo della sanità, di gestire  le strutture con un occhio al portafoglio e con una mano sul cuore, perché ci occupiamo della vita delle persone.    

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