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dalla salerno-reggio calabria a fiumicino le opere incompiute, i disastri ambientali, la corruzione

Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità contro la corruzione

Le Grandi Opere infrastrutturali in Italia sono sinonimo di grandi ritardi e, troppo spesso, di grandi scandali. Nel lontano 1994 l’allora ministro dei Lavori pubblici Francesco Merloni approvò la legge «anti-tangenti» con la quale si pensò di aver risolto tutti i problemi attraverso procedure più rigorose e controlli inflessibili negli appalti per evitare che politica e imprenditoria potessero fare affari sulle opere pubbliche a danno della collettività. Questo non è mai avvenuto e la situazione in 20 anni è peggiorata, a giudicare dall’enorme numero di scandali scoppiati e dalla decisione, lo scorso marzo, del presidente del Consiglio Matteo Renzi di eleggere il giudice Raffaele Cantone a capo dell’Autorità contro la corruzione. I fatti più eclatanti degli ultimi anni riguardano l’Expo 2015, il Mose di Venezia, la ricostruzione de L’Aquila e i Grandi Eventi.
Altra nota dolente è quella delle «incompiute», i cantieri aperti che, dalla mappatura realizzata dal Ministero delle Infrastrutture, risulterebbero essere almeno 650 tra Nord e Sud della Penisola. Dando un’occhiata a questa lista, la «regina delle incompiute» è la Salerno-Reggio Calabria, il cui cantiere, inaugurato nel 1962 dall’allora presidente del Consiglio Amintore Fanfani, nel 2012 ha «festeggiato» i cinquant’anni di lavori. Ma inevitabilmente ogni estate, tra deviazioni, limitazioni e lavori di ammodernamento, si ripropongono disagi e difficoltà per gli automobilisti. I costi finora hanno superato i dieci miliardi di euro. Vi è poi la TAV Torino-Lione, cioè l’alta velocità ferroviaria per collegare Italia e Francia, progetto pensato 13 anni fa, cui se ne sono aggiunti altri dodici per l’inizio dei lavori, ora fermi, e relativi al solo tunnel esplorativo. Fino a oggi è stato speso circa un miliardo di euro, cui bisogna aggiungere i costi delle imprese bloccate al cantiere di Chiomonte.
Si passa poi al già citato Mose, il Modulo sperimentale elettromeccanico del sistema di dighe mobili pensato negli anni Ottanta, che avrebbe dovuto difendere Venezia e la Laguna dall’acqua alta ma che invece ha gettato la città in uno scandalo di tangenti e fondi neri, coinvolgendo, tra gli altri, il sindaco Giorgio Orsoni e l’ex ministro berlusconiano Giancarlo Galan. Lo stato di avanzamento dei lavori si attesta all’85 per cento, mentre il costo complessivo dell’opera, stabilito nel 2005 in 5.493 milioni di euro, richiede ancora un miliardo di euro per il completamento previsto per il 2017. Infine, troviamo i lavori del passante TAV di Firenze, che prevede, oltre la nuova stazione sotterranea ad alta velocità, un attraversamento urbano di circa nove chilometri, sei dei quali in galleria, che si collega alla esistente linea AV Firenze-Roma. I lavori, iniziati nel 2010, undici anni dopo il primo progetto sono ancora in corso ma hanno già attirato l’attenzione della magistratura.
Una data sulla carta importante, che riguarda l’ammodernamento infrastrutturale italiano, è stata quella dello scorso 5 novembre, giorno in cui il Governo in Senato ha ottenuto con 157 «sì» e 110 «no» la fiducia e il via libera definitivo al decreto Sblocca Italia, un «decretone» che contiene misure che vanno dallo sblocco dei cantieri, che partiranno con tempi certi, agli interventi per le calamità naturali, passando per le semplificazioni per l’edilizia, la banda larga e ultralarga, l’ammodernamento delle ferrovie e le concessioni autostradali.
Proprio le norme sulle concessioni sono state l’oggetto degli strali delle opposizioni, da Sel a Forza Italia al Movimento Cinque Stelle. Più in dettaglio, tra le varie misure contenute nel provvedimento, da segnalare quelle che riguardano: le «Calamità naturali e alluvione a Genova», per cui, dopo il dramma ambientale del capoluogo ligure, d’ora in poi le opere potranno partire anche se sulla gara è pendente un ricorso al Tar da parte dei concorrenti; le «Concessioni Autostrade solo con ok Ue»; la «Ripartenza Grandi Opere»; «il Piano di ammodernamento FS»; la «Deroga al patto di stabilità per aprire i cantieri» che riguarda le opere segnalate dai sindaci a Palazzo Chigi ma anche per quelle immediatamente cantierabili; le «Reti ultraveloci anche nei nuovi edifici», che prevede uno sconto fiscale «del 50 per cento» per chi investe nelle «aree bianche» per la banda larga, ma anche in città dove un’infrastruttura è già presente; il «Pacchetto casa» per semplificare i lavori di ristrutturazione; e il «Piano porti e logistica», che arriverà in primavera con un disegno strategico che tenga insieme porti, interporti e ferrovie prevedendo distretti e accorpamenti, e una gestione definita «più razionale e non concorrenziale».
Le Grandi Opere, andando peculiarmente ad innestarsi nel territorio, allargano però la prospettiva sulla tutela dello stesso e, più in generale, dell’ambiente in Italia. Non si contano più i danni provocati direttamente dall’uomo con la cattiva manutenzione e, ancor più grave, con gli errori di progettazione delle opere pubbliche stesse, ogni giorno al centro della cronaca e di roventi polemiche politiche. Clamoroso, lo scorso 30 dicembre, l’episodio del cedimento parziale di 30 metri del viadotto Scorciavacche, inaugurato una settimana prima sulla strada a scorrimento veloce Palermo-Agrigento, triste episodio su cui è intervenuta, per atto dovuto, l’autorità Anticorruzione per comprendere cosa sia accaduto realmente, e la cui inchiesta affiancherà quella penale aperta dalla procura di Termini Imerese con l’ipotesi di crollo colposo.
Ma nel 2014 in Italia i danni peggiori li hanno fatti le frane e le inondazioni. Il disastroso bilancio è, infatti, di 33 morti, 46 feriti e oltre 10 mila persone costrette ad abbandonare temporaneamente le loro case. Secondo i dati presentati lo scorso mese nel Rapporto sul rischio per la popolazione italiana da frane e inondazioni dell’Istituto di Ricerca per la protezione idrogeologica del Consiglio nazionale delle ricerche (Irpi-Cnr), nell’anno appena trascorso frane e inondazioni hanno colpito in 19 regioni su 20, causando danni in 220 Comuni, primi fra tutti quelli di Genova e di Refrontolo. Nel primo si sono avuti danni, vittime e sfollati in oltre 20 località, mentre Refrontolo (Treviso) ha ottenuto il triste primato del maggior numero di vittime nel 2014 in seguito alla piena del torrente Lierza, che a Molinetto della Croda ha provocato 4 morti e 20 feriti.
Ovunque i mesi peggiori sono stati ottobre e novembre. Secondo tale studio poi, le regioni italiane più flagellate sono state quelle del Nord-Ovest e in parte del Centro. La Liguria risulta la più colpita perché le forti piogge di ottobre e novembre hanno provocato 5 vittime e danni in 34 Comuni e 71 località. Seguono Piemonte, con 48 località colpite e 2 persone decedute, Lombardia (42 località e 6 vittime), Emilia-Romagna (28 località e un morto), Toscana (35 località e 5 morti). I dati del 2014 rientrano infatti nella media delle 40 morti l’anno causate in Italia da inondazioni e frane nel periodo compreso fra il 1964 e il 2013.
Nell’arco di mezzo secolo, infatti, sono 1.989 le persone morte a causa di frane (1.291) e inondazioni (698), 72 dispersi e 2.561 feriti. Nello stesso periodo sono stati colpiti 2.031 Comuni (pari al 25 per cento dei Comuni italiani). Considerando gli anni fra il 2009 e il 2013, la media è stata di 33 morti l’anno (162 complessivamente), con 7 dispersi, 331 feriti e oltre 45 mila sfollati. Al di sopra di questa media sono stati il 2009 (frane nel Messinese, con 50 persone decedute, 6 dispersi e 171 feriti) e il 2011 (inondazioni nello Spezzino, Lunigiana e Genova hanno provocato 49 morti, 30 feriti e almeno 900 sfollati). Si scende sotto la media nel 2010 (27 morti e 55 feriti); nel 2012 (15 morti e 23 feriti) e nel 2013 (27 morti, 1 disperso e 52 feriti).
Il 2015 dovrebbe essere un anno importante per l’ambiente in Italia però. Governo e Parlamento si troveranno ad affrontare molti temi scottanti. Tra questi, la Norman Atlantic, il decreto Ilva, le legge sugli eco-reati, la vicenda Eternit, per arrivare alla riapertura della vicenda del passaggio delle Grandi Navi nella laguna di Venezia. L’inserimento dei delitti ambientali nel codice penale, con una fattispecie di reato ad hoc, è all’ordine del giorno delle Commissioni di Palazzo Madama da quasi un anno. Tale questione tocca da vicino sia il processo Eternit, prescritto dalla Cassazione, sia la discarica di Bussi a Pescara, reato anche questo prescritto. In particolare la Norman Atlantic, il traghetto portato a Brindisi, preoccupa invece per l’ambiente e la possibilità che il relitto incendiato possa inquinare, configurando lo spettro di una nuova Concordia. Sul fronte industriale c’è un nuovo decreto salva-Ilva e riqualificazione dell’area di Taranto che attende il passaggio in Parlamento.
Altre partite aperte riguardano: la Tirreno Power, la centrale elettrica di Vado Ligure che attende l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia); le trivelle, specie nel canale di Sicilia; lo smaltimento della Concordia a Genova; l’infrazione Ue sulle discariche che condanna l’Italia al pagamento di multe salate, oltre a tutto il capitolo dedicato alle bonifiche, da Casale Monferrato a Bagnoli, da Trieste a Priolo a Siracusa. Infine, rimane in primo piano la lotta al dissesto idrogeologico e dovrebbe anche arrivare l’approvazione della legge per «frenare» il consumo del suolo.

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