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TOTO-CRISI - LA RIPRESA è POSSIBILE, BISOGNA AVERE FIDUCIA NELLE PARTI SOCIALI

L’atteggiamento del Governo verso il sindacato italiano non è positivo. Sembra quasi che Monti parli male del sindacato per ottenere il gradimento dagli interlocutori nelle sedi europee; il dialogo con le forze sociali deve essere sempre aperto

Il 13 luglio scorso l’agenzia di valutazione Moody’s ha abbassato di due gradini il rating sui titoli di stato italiani, da A3 a Baa2, appena due livelli sopra lo status di «quelli spazzatura» e con prospettive negative. In particolare Moody’s assegna la massima sicurezza (AAA) ai titoli di Stato collocati dagli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna, dalla Germania, dalla Francia. L’Italia è precipitata in basso, poco più su della Spagna (Baa3), dell’Irlanda (Ba1) e del Portogallo (Ba3). Lo spread, differenza dei rendimenti tra Btp e bund tedeschi che il 28 giugno del 2011 era a 205, per passare a 552 il 9 novembre con le dimissioni del Governo Berlusconi e per scendere a 278 il 19 marzo 2012, è in via di rapida risalita per attestarsi, il 13 luglio, a 479.
Eppure il 30 giugno tutti i giornali italiani magnificavano Mario Monti e il suo Governo perché avevano messo alle corde la Cancelliera Merkel, con una performance addirittura simile a quella di Mario Balotelli che aveva sconfitto lo squadrone tedesco nelle semifinali della Coppa Europa di calcio. Monti, secondo l’autorevole commento del direttore del Sole-24 Ore, aveva, in quella occasione, chiesto e ottenuto un impegno solenne a contrastare e ridurre la percezione negativa dei mercati, preoccupati per il rischio euro e poco fiduciosi nel successo della costruzione europea.
Così non è stato. Così non è. Il Governatore della Banca d’Italia nel proprio intervento all’assemblea dell’ABI ha ricordato che lo spread per due quinti dipende da noi e per tre quinti dipende dall’insufficiente coesione dell’Europa. Mostra la corda una politica economica che sforna decreti legge a getto continuo solo per accontentare e blandire i mercati finanziari. I vertici europei sono considerati una specie di «giudizio di Dio». Sono preceduti e seguiti da provvedimenti che vengono imposti al Parlamento senza che ci sia la possibilità di un esame attento e approfondito. Si procede a casaccio. L’obiettivo non è quello del risanamento e dello sviluppo. La legge non si giudica per gli effetti che avrà sul Paese reale - cittadini, imprese, lavoro - ma sulla percezione positiva che può avere presso i mercati finanziari globali.
La strategia, costi quel che costi, è quella di essere vicini alle raccomandazioni della BCE. C’è una perdita di sovranità alla quale non corrisponde un aumento della sovranità dell’Europa. È difficile il colloquio del Paese con il Governo. L’obiettivo del risanamento e dello sviluppo è praticato con arroganza accademica di chi tutto capisce e tutto fa in nome del bene collettivo. È addirittura criminalizzato, accusato di tradimento, chi dissente o rivolge critiche preoccupate per l’andamento dell’economia. È capitato anche, come sulla vicenda degli «esodati», di accusare i vertici dell’Inps di diffondere dati che, non si capisce perché, dovevano rimanere segreti.
La discussione e il confronto politico e sociale non può proseguire così. È vero. Monti ha ridato credibilità e autorevolezza alla politica internazionale italiana; ha saputo arrestare il degrado dei conti pubblici. È stato evitato il peggio. Il meglio, però, tarda ad apparire. L’Italia rischia di non avere futuro. La strategia del Governo, nel momento del suo insediamento, era quella dell’equità, della solidarietà, del risanamento, dello sviluppo. Non è stato. Non è così. I dati economici e sociali si sono deteriorati. Il prodotto interno decresce di trimestre in trimestre. La disoccupazione è tornata ad aumentare. Siamo precipitati in una cupa recessione. Ci stiamo avvitando nella spirale «declassamento, austerità, recessione, declassamento».
La politica del Governo, condizionata e ossessionata da un uno per cento in più o in meno nel rapporto tra deficit e prodotto interno, ignora il problema dello sviluppo e della crescita. I ministri «tecnici» del Governo dovrebbero leggere,e rileggere, Keynes e Galbraith. Se la politica di austerità non è accompagnata da iniziative selezionate e precise di investimenti, l’Italia finirà in un vicolo cieco. La crescita e l’occupazione dipendono dal numero delle imprese che investiranno, dalle nuove iniziative, dai capitali che arriveranno, dalla ricerca.
L’austerità praticata con l’inseguimento sempre più trafelato dei saldi contabili, uccide l’economia del Paese. Sviluppo significa decidere come allocare risorse e definire priorità per attivare il tessuto economico. Lo scenario nel quale ci si dovrà muovere sarà sempre più difficile. È condizionato dai mercati internazionali. È fragile e vulnerabile per l’avvicinarsi delle elezioni politiche. L’inflazione ha rialzato la testa. Secondo l’Istat, a giugno il tasso d’inflazione è aumentato al 3,3 per cento (3,2 a maggio). A giugno il rincaro del cosiddetto carrello della spesa è del 4,4 per cento. Rispetto ad un anno fa l’indice è salito dal 2,7 al 3,3.
Particolarmente pesanti le conseguenze sui settori più deboli della società. Secondo uno studio della Confesercenti, il pensionato «medio» (con poco più di 11.300 euro lordi annui nel 2011, ossia 762 euro netti al mese) subirà nel 2012 una riduzione di potere d’acquisto pari a 410 euro. Un taglio che, sommato a quelli subiti fra il 2008 e il 2011 (554 euro), porta a quasi il 9 per cento la caduta della pensione reale netta in 5 anni. Il fenomeno, in assenza di interventi, crescerà in maniera esponenziale nei prossimi anni, per toccare il 12 per cento nel 2014.
Sono questi gli effetti combinati di due fenomeni: un aumento strisciante del prelievo centrale (Irpef) causato dal fiscal drag; un aumento conclamato del prelievo locale (addizionali regionale e comunale all’Irpef), sulla scia delle «prescrizioni» del federalismo fiscale, delle decisioni di aumento dell’addizionale regionale e del via libera accordato ai Comuni per l’adeguamento del prelievo di competenza. L’uso della leva fiscale comunale si configura come un fenomeno di massa - sono già oltre mille i sindaci che hanno deliberato gli aumenti - di dimensioni imponenti: aliquote quasi sempre al massimo consentito, con aumenti di quasi il 50 per cento rispetto al 2011.
La pressione fiscale è diventata insopportabile. È cresciuta a livelli intollerabili. Pregiudica lo sviluppo del Paese sottraendo risorse al consumo e agli investimenti, per alimentare la spesa pubblica. Particolarmente pesante è la situazione delle piccole e medie imprese manifatturiere. Sono in una morsa terribile: tasse, mancati pagamenti da parte delle Amministrazioni Pubbliche, rarefazione dei crediti bancari. In settembre la crisi si è fatta sentire ancora di più. Molte fabbriche non hanno riaperto. Tanti negozi sono rimasti con le serrande chiuse. Diversi uffici hanno cessato di essere attivi. Innumerevoli poli di ricerca e di studi hanno spento i computer. Non si può continuare a dire «Aspettate la crescita»; «Non disturbate il manovratore»; «Fateci lavorare in pace».
I messaggi devono essere robusti, percepibili, attuabili. Le riforme debbono essere collegate e coerenti tra loro. Come si fa a conciliare la riforma del mercato del lavoro con quella delle pensioni? La vera frenata all’occupazione - in aggiunta alla recessione - è stata data dal ministro del Lavoro Elsa Fornero con la riforma delle pensioni, con il blocco del turnover, con il rinvio alle calende greche dei concorsi. L’allungamento dell’età pensionabile, secondo il concorde parere degli esperti, comporta un blocco del turnover superiore a centomila assunzioni prevalentemente giovanili.
E la «spending review»? È nei fatti un «welfare review». Il taglio della spesa pubblica (austerità) si concentra su alcune voci della spesa sociale (riforme strutturali). Gli unici capitoli sui quali si è intervenuti e si interviene sono le pensioni e la sanità. Si è iniziato con la mannaia sulle pensioni, portando l’età della pensione alla soglia dei 70 anni; ora si completa l’opera erodendo il sistema sanitario pubblico. E gli altri tagli alla spesa pubblica, agli sprechi, sono invece limitati, quasi simbolici.
Uno studio della UIL precisa che un milione e centomila persone vivono di politica: è il 4,9 per cento degli occupati. Ogni anno, secondo la UIL, si spendono 23,9 miliardi, l’1,5 per cento del prodotto interno (2 miliardi per incarichi e consulenze; 2,6 miliardi per i consigli di amministrazione di 6.978 società municipalizzate; 6,4 miliardi per il funzionamento degli organi istituzionali; 4,6 miliardi per le società partecipate; 5,8 miliardi per le spese varie, come auto blu, personale politico di fiducia; 2,5 ulteriori miliardi per il sovrabbondante sistema istituzionale). Il tutto con un costo per contribuente di 772 euro. Sono state adottate molte misure inique a carico dei pensionati, dei lavoratori, delle famiglie, del sistema delle piccole e medie imprese.
Si preannunciano ulteriori misure. Il nuovo aumento dell’Iva è solo rinviato. Si guarda con malcelata attenzione a quanto già stabilito in Grecia e in Spagna. Il blocco delle tredicesime potrebbe rientrare nelle decisioni del Governo, se continuerà l’offensiva dei mercati finanziari. Il Governo Monti è necessitato; non ci sono alternative prima della scadenza naturale della legislatura.
Occorre riempire però di contenuti la politica economica e sociale dei prossimi mesi. Politica economica significa realizzare un recupero di efficienza nella Pubblica Amministrazione; eliminare centinaia di vincoli inutili all’attività economica; accelerare il funzionamento della giustizia civile; ristrutturare le banche per metterle in grado di erogare il credito; abbattere un sistema fiscale ostile al lavoro e alle imprese; sostenere la domanda interna. Per fare tutto ciò sono necessari la sostanza e il metodo. È inutile intestardirsi in una patetica rincorsa di manovre e contromanovre nell’attesa di un Godot chiamato Eurobond. Non facciamoci illusioni, la Germania non accetterà, non può accettare di addossarsi il debito dei Paesi del Sud dell’Europa. La pensa così la Merkel. La pensano così anche i socialdemocratici della SPD. L’unificazione dell’Europa in uno Stato federale non è dietro l’angolo. Nella crisi ognuno dei partner guarda in modo prioritario ai propri problemi.
Ecco perché il Governo deve adottare una terapia d’urto. Deve abbattere il debito pubblico ricorrendo al mercato interno. La nostra vulnerabilità, a differenza degli anni 80, deriva dal fatto che più della metà del nostro debito è in mano ad investitori stranieri. Per evitare i ricatti, così come è avvenuto in tempi diversi e con contenuti differenti, occorre esplorare la strada di una vera patrimoniale o di un prestito forzoso. Riducendo il debito si riduce il ricatto del mercato e si liberano risorse per rendere concreta la ripresa.
La proposta è molto impegnativa. Richiede coraggio e condivisione. Non è una scelta tecnica, ma una decisione politica. Le parti sociali devono essere tra gli interlocutori. Ci si deve fidare. Pur mantenendo stima e rispetto per l’operato di Mario Monti, non si può condividere il suo comportamento. È liberale ma ha una venatura autoritaria. Giorgio Napolitano invita continuamente alla coesione nel Paese, a uno sforzo comune, a un impegno corale per individuare una via di uscita da una crisi epocale. Il percorso per l’Italia è durissimo. Deve puntare a dei risultati e deve contenere la speranza. Monti e il suo Governo devono saper misurare i toni e accompagnare l’indicazione degli sforzi necessari con quella dei traguardi da raggiungere. Va ascoltato il Paese reale, quello fatto dalle famiglie, dalle imprese, dai sindacati.
Monti vuole solo informare su quello che ha deciso. Sembra quasi che le convocazioni e i confronti con le parti sociali siano per lui un rito che deve affrontare a patto che non mettano in discussione le sue idee. È assolutamente incomprensibile l’attacco di Monti, Fornero, Passera, alla politica di concertazione. Nessuna delle forze sociali vuole il consociativismo, l’indecisionismo, l’immobilismo. È un errore pensarla così. La concertazione si è realizzata negli anni 90 con Carlo Azeglio Ciampi, con innegabili risultati per risollevare il Paese e per raddrizzare i conti pubblici. Il sindacato italiano una sua funzione democratica, di difesa democratica, l’ha sempre avuta.
Ma le ricordiamo le assemblee sindacali quando in Italia c’era il terrorismo? Chi andava a spiegare nelle assemblee di fabbrica che bisognava isolare e denunciare i terroristi? Ogni tanto, forse per il suo carattere o per la sua impostazione culturale, Monti sembra che abbia voglia di mettere le dita negli occhi ai propri interlocutori. L’atteggiamento verso il sindaato non è positivo. Sembra quasi che il Governo Monti parli male del sindacato italiano per ottenere il gradimento dagli altri interlocutori nelle sedi europee. Il dialogo con le forze sociali deve essere sempre aperto.
Non si vuole arrivare a un consociativismo inconcludente, che blocca tutto e che non fa cambiare nulla. Il dialogo, a cui poi devono seguire delle scelte, serve a governare il Paese, soprattutto in un momento come questo, carico di incognite, di grande incertezza, di dubbi, di smarrimento, di nuovi rischi che si affacciano all’orizzonte sulla situazione europea e nella finanza mondiale. Dialogare è molto importante. Altrimenti potrebbe sembrare che i cittadini italiani, le famiglie, le imprese e i sindacati debbano attenersi al concetto: «Applaudite e detergete il sudore dalla fronte dei tecnici». Non è con questo spirito che si affronta e si risolve, nel contesto europeo, la crisi economica e sociale del Paese.

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