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CORSERA STORY - Non sempre Monti la stampa cancella. Stop ai giornalisti, ma perché no agli aspiranti?

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L'opinione del Corrierista

A volte la categoria degli editori di giornali, in special modo dei quotidiani, cerca a tutti i costi di farsi del male da sola. Ad esempio sostenendo che la carta stampata va morendo, sia per la diffusione di altri strumenti di comunicazione, informatici e telematici, sia, soprattutto ora, se il Governo e soprattutto i politici da questa infastiditi, insistono nel ridurre le cosiddette «provvidenze per l’editoria». Certamente il programma del Governo Monti è nefasto per la stampa, dal momento che appare pervicamente diretto a ridurre in misura drastica, ma anche faziosa e clientelare, i fondi sempre erogati, per attuare pretestuosi risparmi di bilancio. Risparmi clamorosamente «risparmiati», però, alle caste politica e amministrativa di tutto il Paese, dai supremi organi dello Stato al più piccolo Comune d’Italia, che continuano ad usufruire dei benefici personali e a spendere ingenti somme in feste, festini e inutili iniziative che vanno dai festival del cinema alle sagre paesane, a sconce e insulse trasmissioni televisive. Compresi, tra queste, i dibattiti pseudo-polemici frequentati da politici stantii e da loro insoddisfatte colleghe. Molto più approfonditamente - e correttamente quanto al linguaggio - i giornali spiegano agli italiani gli avvenimenti e i problemi reali. Ma è forse proprio per questo che si vuole eliminarli o comunque ridimensionarli, continuando però a finanziare solo i pochi grandi, quelli con i cui editori si può trattare e barattare in altri campi, ad esempio favorendo con leggi ad personam i loro affari industriali, immobiliari, urbanistici, bancari, assicurativi ecc. Racconto un episodio dell’inizio della mia carriera di giornalista. Ero nel glorioso Momento-Sera, il quale talvolta pubblicava critiche cinematografiche negative sui film in prima visione nei cinematografi del «re dei cinema romani» Giovanni Amati, appartenente a una potente famiglia di macellai. Dopo una di quelle critiche negative, l’editore Realino Carboni ricevé una telefonata da Amati il quale, riferendosi alle manchette pubblicitarie da lui commissionate al giornale per pubblicizzare i propri film, così lo apostrofò: «A Realì, ma che te fanno schifo i sordi mia?». Per un paio di anni, ossia finché non passai al Corriere della Sera, assistetti alla pubblicazione di critiche favorevoli. Ma parlo di un’Italia ancora povera, di piccoli imprenditori, di «re» privati e non certo pubblici, e senza alcun potere come invece l’hanno gli attuali governanti e la classe politica in generale. Meraviglia quindi che tenti di strozzare o comunque di limitare la stampa un Governo al quale si può anche perdonare la raffica di imposte che colpiscono soprattutto il bene primario della popolazione, ossia la casa, ma solo se riesce a ripristinare l’onestà, la correttezza, la moralità, le antiche abitudini di previdenza e risparmio degli italiani. Ma non se continua ad erogare ingenti capitali alla grande stampa di proprietà della grande finanza, costituita e manovrata da entità misteriose ed occulte. Un esempio: come si fa a tagliare le provvidenze fiscali alle stampe di associazioni no profit, benefiche, anziché controllare ed eliminare quelle organizzazioni che fingono di essere tali, che truffano i benefattori, o che sfruttano attività illegittime come la prostituzione? Ed è sintomatica la coesistenza di due provvedimenti di questo Governo, che non sono dettati affatto dall’esigenza di combattere la crisi economica e di tamponare il «presunto» debito pubblico nazionale: appunto il taglio delle provvidenze - che per una massa di giornali non è taglio ma è un diniego totale - e l’inasprimento di sanzioni a carico di giornalisti colpevoli di diffamazione. Per questi ultimi si è arrivati a prevedere la radiazione dal loro ordine, ossia a comminare la morte professionale, analoga alla pena di morte fisica che invece non esiste più da tempo immemorabile neppure per i più efferati delitti. E questo mentre politici, maschi e femmine, pubblicamente si insultano, si diffamano, si aggrediscono anche fisicamente, coram populo, non solo senza pene, multe e sanzioni, ma senza un minimo di ritegno e di decenza. E sono proprio quelli che hanno varato la legge sulla riservatezza, o che comunque non l’aboliscono come dovrebbero, perché non solo è inutile ma è dannosa per la gente e serve solo a coprire non handicap privati ma reati e malefatte pubbliche. Giornalisti, editori, governanti e politici dovrebbero compiere anche un’altra riflessione, soprattutto ora che la Federazione nazionale della stampa, supremo sindacato dei primi, sostiene che, per la crisi dell’editoria, 90 giornali sono vicini al fallimento e che, a causa dei fondi tagliati, sono a rischio 4 mila posti di lavoro. Perché non parliamo delle numerose scuole e scuolette che sfornano giovani giornalisti disoccupati, ingenui, illusi, poi crudelmente delusi perché non troveranno mai un posto di lavoro? Perché la Federazione nazionale della stampa non chiede al Governo e al Parlamento di porre fine a questa ridicola e in alcuni casi tragica messa in scena di un’attività di formazione, addestramento e avviamento al lavoro di tanti aspiranti a una professione che non esiste, in quanto non è certo quella rispondente all’immagine irresponsabilmente diffusa dalla televisione? Perché non far risparmiare a migliaia di famiglie non soltanto illusioni e delusioni, ma anche ingenti somme, soprattutto ora che ci si mettono anche il Governo e i politici a penalizzare la stampa, ufficialmente per risparmiare eliminando provvidenze e posti di lavoro non solo per i giornalisti ma anche per i poligrafici? Forse alla coscienza del Sindacato dei giornalisti pesa l’aver dato inizio, proprio esso, all’andazzo delle scuolette creandone per fini lobbistici o personali la prima, sia pure valida e autorevole, l’Istituto Carlo De Martino di Milano. Poi c’è stata l’alluvione. Oggi l’ordine nazionale dei giornalisti ne riconosce 12 ma ogni università, ogni regione ne gestisce almeno una, più quelle di furbastri, editori improvvisati, giornalisti pensionati. E che impediscono per definizione ai giovani di diventare giornalisti perché non è con lezioni di pseudo esperti che si diventa tali, ma con la frequenza e il praticantato in veri giornali. Forse serviva proprio la scure del Governo Monti a ridimensionare il mondo editoriale e giornalistico e a sottrarre ad illusioni e delusioni tante famiglie e giovani. 

Tags: Novembre 2012 governo Corsera story Victor Ciuffa Corriere della Sera Corrierista giornalisti editori

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