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Corsera Story. Nuovo giornalismo o solita recita di 70 anni fa?

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L'opinione del Corrierista

E basta con questi riti centenari celebrati dalla carta stampata, ovvero della Federazione nazionale della Stampa i cui vertici ogni anno, anche se loro all’epoca non esistevano e non ne sanno nulla - e lo dimostrano ampiamente ripetendo sempre le stesse cose scritte da gente scomparsa anche una quarantina di anni fa-, si danno convegno nei luoghi più «sacri» della Patria, il Vittoriano, il Quirinale, per ripetere le stesse scene, le stesse frasi, gli stessi concetti. Senza cambiare una virgola, senza aggiungere una parola, senza arricchire di un millimetro la verità.
Possibile che il 25 aprile di ogni anno, mentre la massa dei lavoratori è in vacanza, intenta ad architettare i ponti di stagione, e gli immigrati stranieri incassano stipendi, salari e pensioni non solo senza lavorare ma ignorando del tutto il perché, e si guardano bene anche dal compiere servizi essenziali alla comunità che li ospita, che li fa campare e li arricchisce, dobbiamo sentire le stesse cose del 1945, ossia di tre quarti di secolo fa?
E dobbiamo vedere qualche, sia pure rispettabilissimo reperto fossile, a capo di tali manifestazioni «patriottiche» quando poi in sede politica in tanti anni hanno tutto risolto, si sono tutti abbracciati e scambiati ruoli, benefici e favori, tutti hanno dimenticato tutto? Ma riemergono sempre poche centinaia di persone per continuare a sfruttare questa rendita eterna di posizione, facendo finta, come ho detto, di non accorgersi di quanto è avvenuto, di quanto è cambiato e, soprattutto, di qualche piccolo elemento emerso a precisare meglio quello che avvenne appunto una settantina di anni fa?
Se i nostri giovani non sanno nulla della guerra, della resistenza, della liberazione, è colpa nostra che non gliel’abbiamo insegnato. Abbiamo voluto che non ne soffrissero neppure in piccola parte, come noi; ma ora questa litania è esaurita, la crisi economica nazionale e internazionale deve imporci altro, basta con questi lussi, presunzioni, pretenziosi, arroganze. Parla chi forzatamente è dovuto nascere figlio della Lupa se i miei genitori, come quelli di tutti gli altri, volevano lavorare e farci crescere; parla chi è diventato balilla studiando quello che ci hanno insegnato o imposto di imparare; parla chi ha accettato tutti i sacrifici della guerra e si è trovato di colpo orfano di un regime, di una patria, di un ideale.
Parla chi ha dovuto ricominciare da zero, lavorare subito da ragazzo, accettare qualunque attività per farsi una posizione; chi ha visto maltrattare innocenti, deportarli, compiere stragi, azionare camere a gas, ma anche super bombardamenti americani ingiustificati. Quindi non solo campi di concentramento e Fosse Ardeatine, ma bombardamenti a tappeto su ospedali, scuole, centri abitati popolari. Certo, la guerra è la guerra, ma dopo quasi 70 anni non possiamo sempre stare a risentire le solite strofe. «Bella ciao» piace a tutti, anche a noi, come ci facevano piacere per forza tante canzoni ed inni militari: L’orticello di guerra, Camerata Richard benvenuto, Sole che sorgi ecc.
Ci sono stati processi fino a una decina di anni fa per le stragi di Via Rasella e delle Fosse Ardeatine, che hanno ribadito versioni acritiche, senza mai alcuna considerazione per quell’altra parte di storia che pure c’era stata. E va bene, fecero bene ad ignorarla, non poteva essere ammessa, tollerata, in quei momenti di dolore, sofferenza, mattanza generale, odio infinito. Ma bisogna essere più attenti, accorti, ed anche un po’ più saggi, perché sappiamo che in guerra ha sempre ragione chi vince, che i suoi torti non sono mai ammessi anche se ne ha tanti, che la parte vincente si attribuisce tutte le ragioni: non ha compiuto niente di male, di sbagliato, di eccessivo.
Siamo vissuti con questi concetti o costrizioni, e possiamo anche accettarlo, come anzi per tanti decenni l’abbiamo accettato. Ma possibile che dobbiamo vedere oggi giovani recitare una stantia, mummificata commedia, vera o falsa che sia, rispacciandola per vera, pur non conoscendo nulla di essa, solo per ripeterla a pappagallo e per mantenere posizioni di rendita, incarichi, prebende, onori?
Non mi interessa rivoltare la storia fare rivoluzioni impossibili, il tempo avrà ragione di tutto. Quello cui guardo sono invece solo gli usi e i costumi dentro un mondo, quello del Giornalismo, che dovrebbe essere il simbolo della verità, della guida, della ricerca, il segnale per la gente che non ha né può avere notizie, né può conoscere tutta la verità. Come pensiamo di servire, di informare questa gente, continuando a partecipare a cerimonie non sentite, non vissute, ignorate dalle masse, evidentemente perché non le sentono più vere, reali, proprie?
Poi ci lamentiamo di essere messi sempre più spesso, specialmente noi cronisti ed inveterati tali, sotto processo dalla Magistratura: ce lo ricorda un esimio collega, Franco Abruzzo, già presidente del maggiore Ordine dei Giornalisti d’Italia, quello di Milano, il quale svolge una preziosa attività volontaria per il Giornalismo e per i giornalisti. «In difesa del lavoro dei cronisti–ha ricordato recentemente al Governo–, serve una legge di un solo articolo che attui pienamente in tema di libertà la Costituzione della Repubblica Italiana, la Convenzione europea dei diritti dell’Uomo nonché i giudicati della Corte di Strasburgo: si possono pubblicare, nel rispetto della dignità della persona e della verità sostanziale dei fatti, notizie di reato e connessi atti di indagine non coperti dal segreto posto in via temporanea dalla Magistratura».
«Bisogna dare alla Stampa–aggiunge Abruzzo–, la sua funzione storica di guardiana dei poteri al servizio dei cittadini titolari del diritto a conoscere quel che accade nei palazzi della Giustizia, delle autorità pubbliche a qualsiasi livello, delle banche e delle decisioni politiche. Il diritto di cronaca non può essere secretato». Bravo Abruzzo, sono con te. Ma bisogna anche abolire la legge sulla privacy e il relativo carrozzone, riaumentare il numero dei consiglieri comunali, nominare in tutte le amministrazioni assessori interni, rianimare i Coreco, il potere di prefetti e segretari comunali, riattivare il reato di abuso d’ufficio, eliminare i talk show televisivi, ripristinare il Titolo V della Costituzione, togliere a Tar, Consiglio di Stato e Corte dei Conti tutti i poteri di aggiustare i processi a carico di politici e amministratori ladri e disonesti. E rifondare gli Ordini dei giornalisti. Altro che difendere le nostre pensioni.


         Victor Ciuffa

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