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PROSPETTIVE. MAURIZIO GASPARRI: IL FUTURO DEL PDL? NELLA POLITICA E NELLA COESIONE DEL CENTRODESTRA

Senatori del Gruppo PdL si congratulano con il capogruppo Maurizio Gasparri dopo un suo intervento in Aula

Intervista al capogruppo del Pdl del Senato 

tre anni e mezzo dalla costituzione del PdL, il Partito della Libertà, che tenne il congresso fondativo nel marzo del 2009, quale è il bilancio della sua attività? E soprattutto quali sono le sue prospettive in vista delle incombenti elezioni politiche? Sarà protagonista in futuro di un’azione unitaria od oggetto di una maggiore frammentazione? A questi e ad altri interrogativi risponde in questa intervista, ampliando i temi trattati il 10 settembre scorso all’inagurazione della Summer School, il senatore Maurizio Gasparri, già ministro delle Comunicazioni nel secondo e terzo Governo Berlusconi, e presidente, nell’attuale Legislatura, del Gruppo del PdL al Senato.
Domanda. Qual’è la situazione politica attuale?
Risposta. Senza indulgere al pessimismo, non possiamo negare che si siano fatti passi indietro. Non solo per le divisioni che hanno caratterizzato la vita del PdL, emerse fin dal congresso di costituzione, ma per la frammentazione complessiva del sistema politico. Si torna a una logica neoproporzionalista. Non solo si privilegiano i partiti alle coalizioni, ma si intravedono fratture sempre più vistose all'interno dei partiti politici. Questo sia a destra che a sinistra. La soluzione di proiettare il PdL oltre la leadership di Silvio Berlusconi oggi ha un esito incerto. Quando, nell'estate del 2011, si decise di modificare lo statuto e di eleggere segretario politico Angelino Alfano, si erano avviati un rinnovamento e un ricambio generazionale. Che senza strappi e traumi interni, sotto la guida di Berlusconi, guardava avanti e preparava una continuità rivolta verso il futuro del soggetto politico unitario del centrodestra.
D. Che farà ora Silvio Berlusconi?
R. In vista di imminenti elezioni politiche, si è prospettata l'ipotesi di un ritorno in campo della candidatura di Berlusconi, con una diversa strategia rispetto a quella del ricambio generazionale. C'è un clima confuso in tutto il sistema politico. Dobbiamo dirlo con grande sincerità. C'è bisogno non di frammentazione, ma di una politica che abbia una visione complessiva, sul piano nazionale e internazionale, dei valori e dell’economia. Arrendersi allo «spezzatino» costituirebbe un fallimento per tutti. Il centrodestra nacque all'insegna del principio «O di qua o di là», fautore di un bipolarismo da proporre agli elettori con chiarezza di alleanze e di programmi, da definire prima del voto, di scelta di schieramenti da presentare alla pubblica opinione. In un certo momento si era addirittura vagheggiato il passaggio dal bipolarismo al bipartitismo, con un PdL e un Pd che potessero essere punto di coagulo di tutte le forze esistenti nel centrodestra o nel centrosinistra.
D. E invece che cosa è avvenuto?
R. Innanzitutto il fallimento del Pd e le dimissioni di Valter Veltroni dopo una serie di sconfitte nel 2008 e nel 2009, hanno paradossalmente innescato un processo di possibile destrutturazione non solo dei tentativi ormai archiviati di bipartitismo, ma perfino del bipolarismo. Oggi di questo si discute. Anche le nuove norme elettorali sembrano archiviare il bipolarismo e rinviare al dopo voto le scelte delle formazioni politiche. Questa è la realtà. C’è da notare come inevitabilmente rotture, egoismi, sfarinamento di schieramenti politici, hanno portato all’odierna situazione.
D. Non si poteva passare da un bipolarismo rigido a uno più flessibile? Si deve rinunciare definitivamente a questa stagione? Non c’era e non c’è altra strada?
R. Credo di no. Nonostante il pessimismo, dobbiamo rilanciare un progetto unitario e nello stesso tempo identitario. Secondo alcuni, la crisi economica impone una «larga intesa», duratura, anche dopo il voto, perché i problemi sono complessi e non potranno essere affrontati da un solo partito o schieramento. Una crisi drammatica potrebbe imporre questa soluzione, ma non è una prospettiva inevitabile sia perché vorremmo essere meno catastrofici, sia perché speriamo che le difficoltà non siano permanenti. E soprattutto perché una coalizione tra destra e sinistra non potrebbe proporre soluzioni efficaci. Nel momento attuale esistono interpretazioni diverse per la crisi. La sinistra appare tuttora ostile non tanto al profitto quanto all'impresa operante nel mercato. Luigi Einaudi sosteneva che «prima di distribuire la ricchezza bisogna produrla». Ma anche in questa fase di crisi la sinistra mostra una visione errata e massimalista. Il centrodestra, invece, può offrire risposte adeguate, consistenti nella realizzazione di un’economia sociale di mercato in cui i principi liberali ispirino interventi di natura sociale, ma non assistenzialistica. La crisi mette fuorigioco le ricette della sinistra.
D. Può fare un esempio di interventi da compiere?
R. Nessun aumento sia della spesa pubblica sia della pressione fiscale. Deve prevalere il mercato e, accanto al settore pubblico, va coinvolto quello privato per superare le difficoltà che colpiscono le fasce più deboli della popolazione. Le larghe intese non rappresentano una risposta alla crisi. Nella normativa sul lavoro, ad esempio, il Governo Monti ha compiuto passi indietro rispetto a quanto disposto dalla legge Biagi e alla maggiore flessibilità che aveva favorito l'occupazione durante i Governi Berlusconi. La Cgil, la Fiom e i settori più retrivi della sinistra manifestano un atteggiamento anti-impresa e propendono per una rigidità del mercato del lavoro che, già in questa fase di Governo tecnico, ha danneggiato l’occupazione. E continuerebbe a farlo se destra e sinistra instaurassero una forzata convivenza. Noi non intendiamo rinunciare alla nostra identità e al dovere di tutelare categorie, competenze, professionalità, meriti e proprietà.
D. L'Unione Euro-pea va superata o resta indispensabile?
R. I meccanismi che hanno regolato l'Unione si sono rivelati ingannevoli, se non fallimentari. Ma non possiamo archiviare tutto questo e tornare agli Stati nazionali, perché in campo internazionale stanno emergendo nuovi concorrenti, dal Brasile all'India, che si affiancano alla Cina. Contano oltre un miliardo di abitanti ciascuno. Singolar-mente i Paesi europei possono fronteggiarne la concorrenza? Anche unita, numericamente l'Europa sarebbe destinata a soccombere. Ma la sua cultura, la storia, l’intelligenza, la sapienza, la tecnologia, le consentono di reggere il confronto. Parliamo certamente di un'altra Europa, non indebolita da isolamento e frazionismo; un'Europa politica che non ignori il Meridione e il Mediterraneo per far prevalere i Paesi nordici. La piatta e arida tecnocrazia non offre risposte adeguate, i personaggi che oggi si aggirano sulla scena europea non riescono a creare una forte motivazione e una profonda emozione a popoli che dell'Europa odierna e nei suoi meccanismi vedono soltanto le negatività. Occorre una rifondazione europea, soprattutto morale, politica, culturale.
D. Come si può far fronte alla concorrenza commerciale straniera?
R. Dobbiamo essere fortemente determinati nel contrastare la concorrenza senza regole asiatica. Da noi si vogliono chiudere gli impianti siderurgici perché inquinano, altrove si devasta il pianeta producendo a basso costo e distruggendo l'ambiente, per esportare quei prodotti nei nostri mercati distruggendo la nostra economia, la nostra produzione, il nostro lavoro. Un mondo cosiffatto non può funzionare. Va regolato diversamente. Il mercato unico è possibile solo se è soggetto a regole uguali per tutti.
D. Come difendere i valori morali e tradizionali delle nostre popolazioni?
R. Alcuni di essi non sono negoziabili e vanno assolutamente difesi. Le recenti decisioni europee su embrioni, fine vita, famiglia, unioni gay, forniscono l’occasione per difendere una visione tradizionale e corretta della vita, e dell'organizzazione sociale. Troppe volte si soggiace ai luoghi comuni e non ci si oppone a soluzioni aberranti. Nella Costituzione italiana è indicato un modello di famiglia costituito dall’unione tra l'uomo e la donna. Oggi invece i cattolici appaiono timorosi nel manifestare la propria identità e nel difendere i propri valori. Senza diventare un partito integralista, dobbiamo difendere la famiglia come base essenziale della società.
D. Quali soluzioni proponete per la giustizia e la sicurezza dei cittadini?
R. Abbiamo mantenuto sempre la tradizionale impostazione che la destra ha avuto in Italia per anni. L'uso politico della giustizia fu sperimentato ai danni della destra dopo il 1968, quando giudici e pubblici ministeri di sinistra agirono in primo luogo contro i militanti del MSI. Oggi si vogliono far considerare perseguitati quanti sono colpiti dalla giustizia. Berlusconi certamente è stato perseguitato da magistrati che hanno confuso l'appartenenza politica con il loro ruolo di togati. La sinistra ha brandito il giustizialismo, e si è fatta proteggere da magistrati compiacenti che non hanno fatto il loro dovere nei confronti del Pci-Pds quando questo è stato protagonista di episodi di corruzione. Dagli intrecci tra politica e giustizia la sinistra ha tratto il beneficio dell'impunità. Il centrodestra moderno può garantire l’applicazione della legge e la severità nei confronti del crimine. Possiamo attuare una politica per la sicurezza, la lotta alla mafia, in contrasto all'immigrazione clandestina, la punizione severa della criminalità diffusa.
D. Quale popolo, in definitiva, il PdL ritiene di rappresentare?
R. Il PdL non deve perdersi nella polemica quotidiana, nel criticare gli altri, le loro alleanze e subalternità, i loro errori. Pensiamo al nostro ruolo, alla nostra alleanza con categorie e produttori. Non è un compito facile, si è tentato in mille modi di minare la nostra credibilità, di logorare la nostra leadership, con il concorso di chi ha cercato di logorare il PdL dall'interno. Ampi settori della società vogliono vedere rispettati i propri meriti e competenze. Dobbiamo rappresentarli. Molti dicono che è tempo di rifare la destra e di andare oltre, di tornare a una prospettiva nostra che ci eviti difficili compromessi e ci ridia animo, orgoglio e identità. Potrebbe diventare una scelta inevitabile se nel PdL dovessero prevalere spinte per il potere a tutti i costi, adattamento a qualsiasi compromesso, voglia di poltrone celata dietro solenni e ipocriti richiami al senso di responsabilità e all'interesse nazionale. Dobbia-mo stare in campo per vincere, ma non possiamo rinunciare a idee e programmi per qualsiasi compromesso.
D. Quanti nel PdL oggi la pensano in questo modo?
R. Molti, non solo chi viene dalla storia della destra. Non dobbiamo rompere questo vasto fronte, consapevole del ruolo identitario del PdL. Né si deve avere una visione edulcorata del «ritorno della destra». Una rifondazione politica di questo tipo darebbe sfogo all'entusiasmo iniziale, da «ritorno a casa», ma, passata l'euforia mo-mentanea del rinnovato incontro, presto riemergerebbero idiosincrasie e differenziazioni che in passato causarono non poche discussioni. Questa ipotesi non può essere esclusa qualora le ragioni di fondo della nascita del PdL dovessero venire meno. Ma va esercitato ogni sforzo perché tale ipotesi non si ponga. Né ci sentiamo succubi degli appelli di taluni che, nei loro campi di azione, hanno ottenuto risultati assai più scarsi di quelli conseguiti da quanti, nella destra italiana, hanno scelto la via delle politica e della coesione del centrodestra.

Tags: Ottobre 2012 politica

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