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GIAMPIERO MASSOLO: DIPLOMAZIA, I GOVERNI DEVONO TENER CONTO DELLA «PIAZZA»

Giampiero Massolo - Affari Esteri

Quando si iscrisse all’università non ebbe esitazioni: facoltà, Scienze Politiche; indirizzo politico-internazionale. Ed è sempre rimasto in questo contesto: entrato nella carriera diplomatica nel 1978 dopo una breve esperienza nella Direzione per le Relazioni economiche e sociali della Fiat, è sempre stato nell’orbita della «Farnesina», come viene chiamato l’edificio del ministero degli Affari Esteri, nel quale questo si era trasferito nel 1958 lasciando il prestigioso Palazzo Chigi al presidente del Consiglio dei ministri. Ministero di cui Giampiero Massolo nel settembre del 2007 è diventato segretario generale, carica che tuttora ricopre. Nella sua lunga e ricca carriera diplomatica, ha prestato servizio nelle ambasciate d’Italia presso la Santa Sede, presso il Governo dell’allora Unione Sovietica a Mosca e presso l’Unione Europea a Bruxelles. Rientrato al ministero degli Affari Esteri, ha prestato servizio nella segreteria generale, poi è stato nominato consigliere diplomatico aggiunto del presidente del Consiglio, quindi capo della segreteria del presidente a Palazzo Chigi, maturando una profonda esperienza in tutti i comparti del ministero, in vari ruoli di direttore generale e di capo di gabinetto, e in tutti i settori della politica estera. È stato nominato al grado di ambasciatore nel 2006. Conosce 4 lingue: l’inglese, il francese, il russo, il polacco, ed inoltre elementi di tedesco.
Domanda. Finisce il 2011 e comincia un’epoca completamente diversa sul piano internazionale e interno. Sul primo c’è l’interrogativo sulle prospettive del Mediterraneo dopo la fine delle ostilità in Libia. I problemi economici interni dell’Europa e dell’Italia in particolare hanno posto in secondo piano gli interessi che hanno spinto la Nato ad eliminare Gheddafi. Ci sarà una specie di «Yalta del Mediterraneo»?
Risposta. Ritengo che quei tempi siano passati e che non torneranno più. Quel che è successo nel Mediterraneo, quel che è stato definito la «primavera araba», è stata una presa di coscienza della società civile favorita dai social network, da facebook che, consentendo rapidissime forme di aggregazione e di manifestazione sociale, hanno innescato processi irreversibili. Sono stato recentemente in Egitto e tutti i governanti miei interlocutori sono stati concordi nell’affermare che ora «la piazza conta», per cui i Governi devono tenere in debita considerazione la sua opinione. Ma la classica politica dell’influenza di una volta da parte delle potenze occidentali non c’è più, è molto ridimensionata. Nessuno è realmente in grado di controllare tutte le variabili; i processi innestati non torneranno indietro e non è detto che l’esito finale di essi sia di nostro gradimento. Bisogna rispettare quella che chiamiamo la «ownership» dei Paesi e delle popolazioni locali, non tentare di imporre modelli ma lavorare insieme, fra le due sponde del Mediterraneo, per accompagnarci reciprocamente verso qualcosa di diverso. Quando si sente dire che qualcuno ha cercato di influire sugli avvenimenti, la verità è che questi sono nati spontaneamente; questo non significa che non si possa cercare di volgerli in una direzione o in un’altra, ma nessuno è in grado di gestire in proprio tutti gli sviluppi. La soluzione è, quindi, quella di lavorare insieme su un modello comune.
D. Quanto è avvenuto, si è verificato in seguito alle volontà espresse dalle popolazioni?
R. Gli avvenimenti svoltisi prima in Tunisia, poi in Egitto e in Libia sono stati sostanzialmente endogeni; su di essi noi possiamo influire poco, per cui occorre chiedere alla cosiddetta «sponda nord» del Mediterraneo, ossia all’Europa, di essere presente, ma di non tentare di ingerirsi. Di fronte a questi fenomeni conta molto più il «soft power», cioè la possibilità di offrire best practice, di guidare con l’esempio, piuttosto che di forzare le situazioni. Poi è chiaro che queste sono diverse una dall’altra. In alcuni casi, come per la Libia, quando si è visto che un tiranno sparava contro il proprio popolo, è stato possibile mobilitarsi e svolgere un’azione di difesa anche militare della popolazione; in altre situazioni questo non è necessario o non vi sono le condizioni sul piano internazionale, mancando un sufficiente consenso del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Cionondimeno occorre rimanere vigili e continuare il dialogo con tali Paesi.
D. Comunque, dovendo affrontare un doppio fronte, quello esterno e quello interno, come si prospetta il prossimo decennio?
R. Ai tempi della guerra fredda, per gli Stati occidentali era come nuotare nelle acque sicure di uno stabilimento balneare; c’erano i buoni e i cattivi per definizione, un Paese poteva compiere dei giri di valzer, ma buono o cattivo rimaneva. La caduta del muro di Berlino ha fatto saltare quello schema e adesso tutti i Paesi navigano in mare aperto, il che significa che ognuno deve essere molto saldo perché non si ottengono più sconti, non sono più ammesse rendite di posizione, la concorrenza anche fra partner, già forte prima, si è intensificata, e in questo contesto si sopravvive solo se il Paese è saldamente organizzato. Non mi riferisco solo a quello che costituisce il sistema paese, al settore privato, alle aziende, ma anche al funzionamento del sistema politico-istituzionale. Oggi per operare nel mondo sono fondamentali la capacità di decidere, l’individuazione chiara e la difesa dell’interesse nazionale, talvolta anche in situazioni impopolari per i politici o presso la pubblica opinione.
D. L’insorgenza di posizioni diverse all’interno dell’Unione Europea, come è avvenuto per il caso della Libia, non rischia di ostacolare il cammino verso l’unità politica?
R. Non credo che sia compromesso il processo di integrazione europea; però bisogna togliersi l’illusione che le istituzioni europee possano surrogare quelle nazionali. Non è e non sarà più così. Per far progredire l’Europa occorrono Stati nazionali forti, impegnati a difendere il proprio interesse ma anche sufficientemente pari e autorevoli fra di loro per poter parlare, di fronte alle loro opinioni pubbliche, di cessioni reciproche di sovranità. L’opinione pubblica tedesca, per esempio, è disponibile a cedere la propria sovranità solo se gli altri dimostrano di funzionare almeno quanto la stessa opinione pubblica tedesca ritiene che funzioni il loro Paese. L’integrazione europea - e mi riferisco in particolare anche all’area dell’euro - andrà avanti se non si costruisce a due velocità, se tutti i Paesi riusciranno ad essere egualmente saldi nel loro interno e a progredire sulla via del buon Governo e del risanamento economico.
D. Perché non sono bastati vari decenni di sviluppo economico a livellare le condizioni?
R. Molti progressi sono stati compiuti, l’appartenenza all’Europa ha comportato benefici per le popolazioni di vari Paesi, ma i progressi sono molto più facili in periodi di congiuntura favorevole; in momenti di crisi economica come l’attuale le contraddizioni esplodono e le differenze si esaltano. Diventa facile, quanto ingiusto, dare la colpa all’Europa. Questo significa che bisogna continuare ad operare per una sempre maggiore integrazione, ma tutti devono svolgere i propri compiti a casa. Si può discutere da un lato sull’esigenza di un maggior rigore nella tenuta in ordine dei conti, dall’altro sulla maggiore o minore solidarietà verso chi ha bisogno di più tempo per adattarsi, ma questo equilibrio deve scaturire dai negoziati fra i Governi e poi riflettersi nelle Istituzioni. La formula è sempre la stessa.
D. Da anni si spendono ingenti risorse economiche per i conflitti in Medio Oriente. Non sarebbe più logico far aumentare il reddito medio di quelle popolazioni per evitare rischi per la sicurezza internazionale?
R. Gli avvenimenti degli ultimi anni dimostrano che nell’epoca della globalizzazione la stabilità, anche unita a una relativa prosperità economica, senza libertà alla lunga non regge. Non tutti i Paesi in cui è scoppiata la «primavera araba» versano in uno stato di necessità economica. La Tunisia, per esempio, nel dicembre dell’anno scorso era considerata un Paese all’avanguardia per l’economia e per il progresso compiuto dalla società. Ma oggi non è più possibile barattare la stabilità e un relativo progresso con la costrizione; la piazza insorge, dobbiamo fare i conti con questo elemento, non possiamo far finta che non esiste, non possiamo non assecondarlo. È uno sviluppo verificatosi non solo sul piano politico ma anche formale e giuridico. Pensiamo ad esempio a quella che una volta si chiamava «ingerenza umanitaria», categoria del diritto internazionale che è andata evolvendosi abbastanza rapidamente tanto che ha cambiato anche il nome ed ora viene definita «diritto di proteggere». Ritengo una conseguenza significativa degli avvenimenti nel bacino del Mediterraneo il fatto che nelle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza sull’intervento militare internazionale in Libia si sia fatto per la prima volta esplicito riferimento al «diritto di proteggere». Quindi anche il diritto, che subisce un’evoluzione molto lenta, ha riconosciuto l’esistenza di una nuova realtà che la politica aveva già colto.
D. Con l’aumento del reddito e il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, non c’è da intravedere in Cina quanto è successo nell’Urss, un’insorgenza di popolazioni ed etnie e la nascita di più Stati?
R. Mi sembra che le autorità cinesi siano consapevoli dell’esistenza di criticità nella gestione del Paese e della necessità di inserire nei loro piani di sviluppo il concetto di sostenibilità. Il dodicesimo piano quinquennale mostra come la Cina sia ormai un’economia di mercato anche se i parametri di questa economia sono ancora fissati centralmente; in tale piano il concetto di sostenibilità sociale e ambientale dello sviluppo è molto presente, così come l’esigenza di rilanciare la domanda interna, di non fare sempre affidamento sul boom delle esportazioni, di puntare allo sviluppo delle piccole e medie imprese. Sono segnali della consapevolezza di doversi preparare per tempo a un’economia che presenta fenomeni di surriscaldamento, di dualismo e di inflazione.
D. Quanto può oggi la diplomazia, in questo nuovo scenario?
R. Credo che vi sia un accresciuto bisogno di diplomazia e che quest’ultima debba reinventarsi, diventare «più diplomazie», ampliare il proprio core business, le proprie funzioni. Sicuramente sopravvive la sua funzione tradizionale, estremamente importante, consistente nel fornire al proprio Governo opzioni di politica internazionale sulle situazioni di crisi. Ma accanto a questa se ne stanno sviluppando altre. C’è anzitutto la necessità di compiere la sintesi dei fenomeni della globalizzazione. Il diplomatico non è un esperto tecnico di cambiamenti climatici o di energia, né di migrazione delle popolazioni o di terrorismo, ma è l’unico in grado di fare una lettura di sintesi dei fenomeni prodotti dalla globalizzazione e questo è un suo ulteriore compito. Un altro aspetto è la necessità di individuare il proprio bacino di utenza, composto da cittadini e da imprese all’estero, cui erogare servizi a beneficio del proprio Sistema Paese. Un terzo impegno consiste nell’operare in sinergia con un’Europa che si è dotata di un proprio servizio diplomatico con compiti molto diversi da quelli delle diplomazie nazionali, ma che occorre far convivere nell’azione quotidiana. La diplomazia delle Istituzioni europee deve operare in modo che questa Europa degli Stati possa passare da un semplice coordinamento a una maggiore integrazione delle sovranità nazionali e le diplomazie nazionali devono sostenere questo disegno. Infine un altro elemento è quello della gestione: la diplomazia non può più fare a meno di saper gestire efficacemente risorse finanziarie e umane che sono sempre più scarse. Il nostro ministero degli Esteri non è l’unico in Europa a trovarsi in queste condizioni, ha subito pesanti tagli e deve gestire le scarse risorse nel modo più efficiente. Sotto un certo limite, tuttavia, la diplomazia deve ridisegnare la scala delle priorità e sarebbe costretta a ridimensionare le ambizioni. E questo sarebbe un danno per un Paese che ha il proprio futuro nella sicurezza e nella competitività e dunque nella dimensione esterna.
D. È tuttora necessaria la rete degli ambasciatori all’estero? O almeno una rete così grande?
R. La ritengo un ottimo investimento. Esiste una rete diplomatica e consolare al servizio del Paese; i nostri uffici all’estero non chiedono di meglio che di lavorare in sinergia con gli altri soggetti del sistema paese e il ministero degli Esteri - che è il gestore di questa rete - non chiede di meglio che di coordinarli. Bisogna perciò tagliare con intelligenza, i tagli indiscriminati non giovano a nessuno. I risparmi realizzati dovrebbero certo contribuire alla riduzione del debito pubblico, ma per un Paese che ha nell’estero una fonte e un motore primari per il proprio sviluppo, come le esportazioni, e che riceve dall’estero potenziali minacce alla propria sicurezza, credo che un buon investimento sia, anche per il suo buon nome, quello nei mezzi e negli strumenti della politica estera.

Tags: diplomazia dicembre 2011 MAECI - MINISTERO AFFARI ESTERI COOPERAZIONE INTERNAZIONALE Giampiero Massolo

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