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VITO ZUCCHI: CERCHIAMO
DI VENDERE
ALL’ESTERO PIÙ OLIO
DI OLIVA

a cura di Luigi Locatelli

Vito Zucchi,
presidente dell’omonimo
Oleificio


«Quest’anno
festeggiamo i 200
anni di un’attività
che è rimasta quella
degli inizi, con
una raffineria per la produzione degli oli di semi oleosi
quali arachide, mais,
girasole e soia
e di vinaccioli di uva,
e con un altro impianto
per confezionare gli oli di semi e di oliva; normalmente ogni tipo
di olio viene lavorato
e confezionato
singolarmente»


l nostro oleificio raffina oli di semi grezzi sull’asta del canale navigabile collegato dal porto di Cremona al fiume Po. Quando decisi di creare l’attuale stabilimento vicino al porto, pensavo che dopo vent’anni avrei potuto usarlo. Purtroppo dovrò ancora aspettare l’attivazione di questo tratto del canale». Racconta così l’ultimo capitolo della storia dell’Oleificio Zucchi il presidente della società Vito Zucchi, in occasione dei due secoli di vita dell’azienda. Forse è una delle più antiche del Paese, con un fatturato di circa 120 milioni di euro e di 150 milioni nelle annate migliori, con tre società operative collegate, di cui una in Lombardia, una in Veneto e una in Romania, e un mercato che comprende, oltre a Italia, Europa e Stati Uniti, il Sud America, l’Africa, e gran parte dei Paesi dell’Est. La sua attività consiste nella produzione di oli di oliva e di semi. La sua storia è esemplare, dimostra quanto contino la capacità di lavoro e l’intelligenza operativa, quanto la fede nel lavoro animi gran parte degli italiani. E quanto questa voglia di fare sia praticata con semplicità, senza esibizionismi né aiuti di vario tipo, sebbene sostenga in silenzio l’economia, lo sviluppo e la tranquillità sociale.
Oggi, mentre la crisi economico-finanziaria mondiale deve essere ancora superata e le condizioni del bilancio statale non consentono grandi iniziative al Governo e alle Regioni, Zucchi illustra i programmi di sviluppo dell’azienda in corso di realizzazione, l’espansione in nuovi mercati, il costante incremento di fatturato. La storia dell’Oleificio Zucchi ebbe inizio nella metà del 1700 da un modesto torchio azionato a mano, in casa. «All’inizio–racconta Zucchi–i miei antenati non sapevano neppure cosa fosse un’azienda. Conoscevano la terra e il lavoro. Avevano un frantoio a Sant’Angelo Lodigiano e nei primi dell’800 si trasferirono a San Fiorano. Cercando nei libri delle anime delle parrocchie tra battesimi e sposalizi, siamo riusciti ad arrivare al 1810, epoca in cui si coltivava il seme del lino. La parte tessile della pianta era usata per le filande, il seme veniva spremuto a freddo ricavando un olio vergine che condiva il pane. I miei avi andavano a venderlo cascina per cascina. Dal seme del lino spremuto si ricava anche un pannello per alimentare il bestiame. Alla fine dell’800 da San Fiorano si trasferirono a Pizzighettone in provincia di Cremona, lungo il fiume Adda, al confine con la Bassa Lodigiana».
Il trasferimento sulla riva sinistra del Serio morto fu fondamentale per gli sviluppi dell’attività della famiglia Zucchi. Con il «salto» dell’acqua che si riversava nell’Adda cominciarono ad azionare i macchinari per la spremitura dei semi e la tessitura del lino, incrementando la produzione. Non fu più necessario andare di cascina in cascina per vendere i prodotti. Aggiunge Vito Zucchi: «Poi cominciarono a produrre energia elettrica, ed essendo la famiglia diventata numerosa, nel 1920 mio nonno Vitale decise di trasferirsi a Cremona. Anch’io avrei dovuto avere il nome Vitale, ma mia madre si oppose osservando che era antiquato, per cui fui chiamato Vito». Da allora Cremona è rimasta la sede della famiglia e dell’azienda, trasformata in società per azioni nel 1946. Nel 2006 ha festeggiato i primi 60 anni di S.p.a.
Nato nel 1941, il piccolo Vito andò in collegio dai Salesiani a Treviglio, dalla quarta elementare alle medie. Il padre Giuseppe era agricoltore a Castelleone, in provincia di Cremona; lo zio Gianni provvedeva allo stabilimento della spremitura. Ottenuto il diploma di geometra, Vito non si interessava dell’azienda, preferiva disegnare e costruire case. Compiuto il servizio militare, ebbe dallo zio Gianni la proposta di gestire l’oleificio e, quando questi si ammalò, fu costretto a lasciare l’Università Cattolica di Milano e ad occuparsi a tempo pieno dell’azienda. Aveva 23 anni, e oggi, a 69, è ancora al proprio posto. Il primo figlio, Giovanni, dopo un’esperienza in un’azienda meccanica, entrò in azienda e oggi è il direttore generale; la figlia Alessia si occupa nell’azienda della programmazione e dell’acquisto di materie prime; lo scorso dicembre è stata eletta presidente del Comitato regionale dei Giovani Imprenditori della Confindustria Lombardia. «Nel 1990 abbiamo inaugurato l’attuale unità produttiva di Cremona, con 110 dipendenti, su un terreno di 80 mila metri quadrati di cui 30 mila coperti e con tutti i processi produttivi di raffinazione e confezionamento. Quest’anno festeggiamo i 200 anni di un’attività che è rimasta quella degli inizi, con una raffineria per la produzione degli oli di semi quali arachide, mais, girasole e soia, e un impianto per confezionare gli oli di semi e di oliva».

Domanda. Nel corso della lavorazione questi oli vengono poi mescolati insieme?
Risposta. No. Normalmente ogni tipo di olio viene lavorato e confezionato singolarmente. C’è una miscelazione solo dell’olio di soia e di girasole, per produrre l’olio etichettato come olio di semi vari, e che viene usato per cucinare. La nostra produzione è per il 55 per cento di oli confezionati in bottiglie da uno, cinque e dieci litri. L’altro 45 per cento è venduto sfuso a industrie agroalimentari e a grandi aziende che usano questi oli come ingrediente per maionese e per vegetali sottolio e gastronomia.

D. Avete altri stabilimenti oltre a quello di Cremona?
R. Abbiamo partecipazioni in Italia e all’estero. L’Olearia del Garda di Bardolino, sulla riva orientale del Garda, è partecipata al 50 per cento. Oltre a una piccola produzione di un olio extra vergine d’oliva Dop, confeziona la gamma alta degli oli extra vergini di oliva per l’80 per cento destinati all’esportazione nel Nord Europa e negli Stati Uniti. Abbiamo una partecipazione del 25 per cento in un’industria di Orzinuovi in provincia di Brescia, che produce margarine poco usate per la tavola ma molto dall’industria dolciaria. Adesso la società deve spostarsi da Orzinuovi, perché lo stabilimento è quasi al centro dell’abitato. Quello nuovo, in costruzione pure in provincia di Brescia, entrerà in attività nel prossimo giugno, con una capacità molto più elevata e con nuove tecnologie per la produzione di margarine speciali per l’industria. Questa società a sua volta possiede il 50 per cento di un’azienda creata in Romania, per distribuire i nostri prodotti, prima dell’entrata di questo Paese nell’Unione europea. Per evitare dazi e costi di trasporto altissimi, decidemmo di creare una joint venture in quel Paese per vendere oli vegetali, panna vegetale e margarine prodotte in loco. Non siamo andati all’estero per usare mano d’opera meno costosa, ma per distribuire in mercati nuovi e più ampi. Siamo soddisfatti dell’entrata in quel grande mercato dell’Est. In brevissimo tempo abbiamo ammortizzato l’investimento.

D. Come supera le difficoltà dell’attuale crisi?
R. Possiamo svilupparci perché ho sempre investito tutti gli utili dell’azienda in nuovi impianti e in tecnologie. Sin dalle origini è stata la filosofia della nostra famiglia. Gli investimenti si compiono nei momenti di crisi per essere pronti alla ripresa. Stiamo anche progettando una joint venture in un Paese dell’Est in cui sono prodotte grandi quantità di semi di girasole, olio che ormai costituisce la metà della nostra vendita di oli di semi, che hanno conquistato una presenza rilevante anche in Italia, dove pure esiste una cultura dell’olio di oliva: possiamo dire che quest’ultimo prevale sulla tavola, quello di semi in cucina. A Cremona confezioniamo olio di semi, olio di oliva ed extravergine di oliva per le sedici catene distributive che serviamo e che prestano molta attenzione alla qualità e al prezzo. Poi forniamo catene di hotel e di ristorazione che registrano il maggior consumo di oli di semi. Nell’impianto di Bardolino, invece, produciamo solo olio d’oliva di alta qualità per l’esportazione.

D. Qual’è la differenza tra l’olio d’oliva e quello di semi?
R. L’olio di oliva extravergine è solo spremuto a freddo, è un prodotto naturale, non subisce alcun processo. Mentre l’olio di oliva proviene ugualmente dalle olive, ma subisce lo stesso processo di raffinazione degli oli di semi, come l’olio di semi grezzo; anche questo viene raffinato con procedimenti meccanici e chimici per renderlo più chiaro perché così lo desiderano i consumatori. Introdotto poi in una colonna per la deodorizzazione, l’olio di semi raffinato perde i cattivi odori, diventa neutro mantenendo solo piccole caratteristiche di sapore per ogni tipo di seme.

D. I semi sono di vostra produzione o sono acquistati da coltivatori?
R. Acquistiamo oli grezzi soprattutto all’estero perché in Italia la produzione di semi oleosi è ridotta a poco, rappresenta solo il 10 per cento del consumo italiano. Parlo di semi di soia e di girasole. Le grandi produzioni di soia sono negli Stati Uniti, in Brasile e in Argentina, dove si produce anche molto girasole. Ma il bacino produttivo più ricco per quest’ultimo è quello del Mar Nero, cioè Russia, Ucraina, Romania e Bulgaria. Questi Paesi puntano a estrarre loro dai semi gli oli grezzi e ad usare le farine residue per uso zootecnico. Gli oli grezzi che importiamo vengono raffinati e confezionati e lo stesso avviene per l’olio di arachide che importiamo dal Senegal, che è uno dei maggiori produttori mondiali. Gli oli di semi sono molto soggetti a speculazioni, con forti oscillazioni di prezzo da quando ne vengono usate grandi quantità per produrre biodiesel, carburante alternativo al petrolio. Gli oli vegetali concreti come l’olio di palma vengono usati anche per produrre energia elettrica, bruciandoli in motori speciali. La conseguenza è che, quando il prezzo del petrolio sale superando i 70-80 dollari al barile, automaticamente diventa interessante produrre biodiesel come carburante, o energia elettrica dagli oli di palma. Si creano così grandi speculazioni, con forti oscillazioni di prezzi delle materie prime che noi usiamo per produzioni alimentari. Negli ultimi tre anni abbiamo avuto variazioni molto ampie, con prezzi delle materie prime triplicati dal 2007 al 2008 perché, come detto, il biodiesel è ottenuto dagli stessi oli vegetali da noi usati. Nel 2008 siamo arrivati a un fatturato di oltre 150 milioni di euro, ma alla fine del 2009 il petrolio è sceso intorno ai 40 dollari, i raccolti sono rimasti invenduti e automaticamente i prezzi degli oli di semi sono crollati a un terzo rispetto a quelli dell’anno precedente.

D. Come avete chiuso il 2009?
R. Con queste imprevedibili variazioni del mercato nel 2009 abbiamo fatturato circa 115 milioni di euro pur in presenza di un incremento di vendita dell’8 per cento. Gli oli di semi sono soggetti a forti speculazioni, bisogna essere molto accorti, perché l’Italia deve importarne l’80 per cento del consumo nazionale, non essendovi produzione, in quanto per la nostra agricoltura i prezzi non sono competitivi. Alle variazioni del mercato degli oli dobbiamo aggiungere l’andamento del dollaro le cui quotazioni possono variare dall’1 al 2 per cento dalla mattina alla sera e, per noi, questo è un problema serio perché il margine netto dei nostri prodotti è intorno al 2 per cento; ogni giorno il dollaro può vanificarlo. Dobbiamo essere molto attenti ad acquisti, prezzi, quotazioni della valuta e del petrolio, speculazioni compiute dai grandi fondi d’investimento, andamento economico delle varie aree.

D. Come vede l’attuale momento?
R. Il settore agroalimentare ha una marginalità abbastanza ridotta, ma nei momenti di crisi ha meno fluttuazioni negative perché, bene o male, la gente deve nutrirsi. Quindi abbiamo risentito poco la crisi, ma sentiamo le difficoltà della clientela nel pagare le forniture, con ritardi di circa 30 giorni. Un tempo lungo, perché dobbiamo pagare le materie prime all’arrivo delle navi a Genova. Acquistiamo il carico totale di navi da 4-6 mila tonnellate con un costo medio dai tre ai cinque milioni di dollari. Vendiamo circa 120 mila tonnellate di prodotto oleario; trattiamo una ventina di navi l’anno tra oli di semi e olio di oliva, che oggi rappresenta circa il 15 per cento del nostro fatturato. Dall’anno scorso abbiamo con Genova un collegamento ferroviario con due treni settimanali per trasportare l’olio a Cremona con ferro-cisterne.

D. Programmi per il futuro?
R. Sviluppare la vendita, specialmente per l’esportazione, degli oli di oliva. Nel 2008 abbiamo esportato l’11 per cento di questi, nel 2006 il 13, tendiamo al 15 e possibilmente al 20 per cento puntando sui Paesi dell’Est che, migliorando il loro tenore di vita, segnano un buon consumo. Oltreché in Romania e in Russia, ne abbiamo avviato l’esportazione in Cina e negli Stati Uniti. Un altro mercato nel quale esportiamo è il Nord Europa; in Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia e Islanda esportiamo olio di oliva e di semi. Infine intendiamo incrementare i rapporti con Ungheria e Ucraina, che hanno una notevole produzione di semi di girasole ed esportano olio di girasole grezzo, per poter incrementare in loco la raffinazione di questo prodotto.

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