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Corsera Story. Oggi essere giornalista è più pericoloso che mai: vuol dire essere detenuto, sospettato, disoccupato

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L’opinione del Corrierista

Si è celebrata la giornata della libertà di stampa, valore insidiato ed offeso. Il cardine della liberaldemocrazia non è questa o quella legge elettorale, né il bi o il monocameralismo, né la Costituzione scritta o quella di fatto, bensì la libertà di stampa. Molti, troppi, sono i Paesi dove è negata, ma a noi europei dovrebbero preoccupare soprattutto le situazioni contigue e, quindi, a rischio contagio. All’interno della Ue, ad esempio, c’è chi preme per l’ingresso della Turchia, divenuta, però, emblema di repressione dell’informazione. «Oggi essere giornalista è più pericoloso che mai e richiede molto coraggio. Essere un giornalista in Turchia vuol dire essere detenuto, sospettato o disoccupato»: così Can Dündar, direttore del quotidiano «Cumhuriyet», già condannato solo per aver criticato il presidente Erdogan. Non aveva previsto, però, che in quelle lande il giornalista può essere preso anche a revolverate, come gli è capitato il 5 maggio scorso. Appena sfuggito a 3 pallottole, il tribunale gli ha, a sua volta, «sparato contro» 5 anni di galera. Il reato? Pubblicò la notizia del camion dell’intelligence carico di armi, diretto verso la Siria, chissà verso quale destinatario. Sono decine i giornalisti sotto processo in Turchia, molti reporter curdi vengono percossi o arrestati arbitrariamente. Ai giornalisti stranieri - come il tedesco Volker Schwenck o lo statunitense David Lepeska - è riservato un trattamento preventivo: espulsione non appena toccano il suolo turco. Non si contano più le testate chiuse o messe sotto amministrazione controllata, perché colpevoli d’aver respinto le veline governative. Insomma, verrebbe da rimpiangere la dittatura illuminata, eppur niente affatto liberale, del generale Atatürk Kemal ( 1880-1938), il quale, dopo aver cancellato sultanato ottomano, califfato e diritto canonico islamico, laicizzò lo Stato e proclamò la repubblica. La Turchia odierna sta scontando il paradosso d’aver superato il modello autoritario eppur modernizzatore di Atatürk, il padre della patria, ripreso, quindi, da militari illuminati, sostituendolo con l’attuale regime, formalmente eletto dal popolo sovrano, ma che, con l’avvento al potere della «fratellanza musulmana», sta mettendo in discussione, insieme alla libertà di stampa, la stessa laicità dello Stato. Gli Erdogan si sono visti anche da noi, tanto è che varie volte abbiamo subito attentati alla libertà di stampa. Il primo si verificò nel maggio 1898, quando Milano, la capitale economica del Regno, fu scossa da un forte moto di piazza. I giornali radicali e socialisti che appoggiavano o incoraggiavano la rivolta furono chiusi e molti cronisti vennero arrestati. Il «Corriere della Sera» evitò la mannaia, grazie alla defenestrazione di fatto di Viollier, il fondatore, emarginato da Domenico Oliva. Sia Viollier che Oliva avevano le loro buone ragioni. Il nuovo direttore, per coerenza con la storia del quotidiano e per lealtà verso la monarchia, tenne bloccato il timone sulla rotta filogovernativa, esagerando il pericolo di un moto capace di elevarsi a rivoluzione, minando le fondamenta del Regno. Il silenziato Viollier, invece, più da giornalista che da politico, avrebbe voluto una cronaca obbiettiva, senza allarmismi ingiustificati. Allo storico Pasquale Villari illustrò il proprio punto di vista: «(...) Io mi trovo in questi giorni oggetto d’avversione così degli scalmanati radicali come degli scalmanati moderati (...). I moti di Milano furono cosa molto meno spettacolosa di quello che s’è creduto qui e fuori. Li ha ingranditi la paura generale, li ha ingranditi non soltanto nella immaginazione, ma nella realtà. Hanno avuto paura gli operai, che abbandonarono alcuni stabilimenti alle prime intimazioni dei malintenzionati; ebbero paura gli industriali che chiusero gli stabilimenti - ed erano la maggioranza - ove gli operai avevano continuato a lavorare; ebbe paura la borghesia, che s’immaginò che il gran giorno della liquidazione fosse giunto; ebbero paura le autorità che non fidavano nella resistenza dell’esercito. La paura gettò sulla strada tutti gli operai di Milano, la paura fece ammazzare un centinaio di persone (...), la paura ha fatto credere in tutta Italia che la nostra città fosse a due dita da una catastrofe; la paura ha fatto sì che siamo fuor della legge, e che sia stata sospesa ogni libertà, ogni guarentigia costituzionale. (...) Al Sindaco dissi che la città era tranquilla e ch’era indispensabile egli agisse presso le autorità militari per far cessare un macello che ormai non faceva che vittime innocenti. E tentai persuaderlo che la rivoluzione era stata esagerata. Quanti soldati sono caduti?, dissi. C’è stato un morto solo, un ufficiale ferito, pare, di coltello e poco più di mezza dozzina di soldati feriti da sassi. Dall’altra parte, si hanno 500 persone tra morti e feriti. I rivoltosi non avevano altre armi che sassi e tegole da cui l’esercito si è difeso con molta facilità. È stato un movimento di poca canaglia, e di donne e ragazzi, che furono facilmente dispersi. Questo ed altre cose dissi al Sindaco Vigoni, e mi accorsi che erano poco gradite. Nei giorni successivi, non potendo dire nel giornale quel che pensavo, lo dissi ad altri pezzi grossi, senz’altro risultato, pare, che di passare per uomo che vuol tenere i piedi in due staffe e per un falso conservatore, un infido, un giornalista che mira soltanto alle palanche, ecc. Non potei parlare nel Corriere come piaceva a me, anche perché capivo che non era quello il momento d’indebolire l’autorità; ma non volli neanche parlare come piaceva agli altri». L’Historia insegna che l’analisi di Torelli-Viollier fu certamente corretta, eppure a salvare il Corsera dalla chiusura fu il cinico realismo di Domenico Oliva.

Tags: Giugno 2016 Corsera story Victor Ciuffa Corriere della Sera Corrierista giornalisti libertà di stampa

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