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ANTINEA DE RICO, LA SIGNORISSIMA DEI DIAMANTI

Trent’anni fa a Milano una giovane donna di origine argentina si dedicò all’intermediazione dell’unica «merce» da investimento inattaccabile dall’inflazione e dalle tasse, di libera circolazione, trasparente ai fini fiscali se acquistata con fattura, soggetta all’anonimato: eccone il racconto affascinante.

Si sono formati circa 2 miliardi e mezzo di anni fa, ma la loro esatta origine ancora non è stata del tutto accertata e per secoli gli unici giacimenti conosciuti erano nella regione indiana. Per gli antichi greci erano lacrime degli Dei o frammenti di stelle, e l’inaccessibile valle dell’Asia centrale che ne era tappezzata era vegliata da rapaci uccelli e da serpenti dagli occhi assassini. Al primo rinvenimento in Sudafrica, che avviene solo nel 1866, seguì la scoperta dei ricchi giacimenti della regione di Kimberley, che determinò l’inarrestabile ascesa della società mineraria De Beers, colosso delle pietre preziose controllato dalla famiglia Oppenheimer che nel 1947 coniò lo slogan «Un diamante è per sempre». Formula geniale, con cui si poneva l’accento sul ruolo non solo simbolico della pietra, prezioso pegno d’amore ma anche investimento in un bene dal valore duraturo.

Un ruolo antico che questi reticoli di carbonio hanno sempre svolto nei secoli, da almeno 5 mila anni, e che aveva trovato esemplare applicazione durante le persecuzioni naziste quando gli oltre 500 commercianti di diamanti di Anversa ne trasferirono grandi quantità in Inghilterra, poi restituite ai legittimi proprietari grazie all’inventario che era stato redatto da un apposito Ufficio. Un’azione di giustizia che diede anche nuovo impulso all’industria del diamante, da sempre voce di assoluto rilievo nell’economia del Belgio di cui rappresenta oggi l’8 per cento delle esportazioni.

Il ruolo di bene-rifugio è ben chiaro nel 1953 a Marilyn Monroe che nel film «Gli uomini preferiscono le bionde» canta «I diamanti sono i migliori amici di una ragazza», manifestando la propria preferenza per gli uomini che donano gioielli preziosi a un innamorato e cavalleresco duellante. «Un bacio può essere gratificante ma non potrebbe pagare l’affitto di casa», e se l’interesse maschile scema via via che le ragazze invecchiano, «queste pietre non perdono la loro forma», quadrata o a goccia che sia: un perfetto manifesto per decantare con i pregi, non solo come ornamento, la pietra più dura e più bella.

Una ventina di anni dopo, nel 1976, a Milano una giovane donna di origine argentina, Antinea de Rico, decide di fondare una società di intermediazione che trattasse esclusivamente il settore dei diamanti da investimento, l’Intermarket Diamond Business, di cui è amministratore delegato, «convinta, oggi come allora, che essi rappresentino l’unica vera alternativa, per una piccola parte di patrimonio, in grado di conservare sempre il proprio valore». Eclettica negli interessi, infaticabile animatrice della propria impresa che ha fatto delle pietre più amate dalle ragazze le migliori amiche di tutti, uomini e donne, operai e imprenditori, professionisti e impiegati, Antinea dichiara senza timore di essere anche lei «abbastanza crudele come la regina di Atlantide che nella vana speranza di riunirsi all’amante ideale per l’eternità massacrava e pietrificava i suoi infelici spasimanti». Ma tiene ad aggiungere che la similitudine si limita al campo professionale, e che lei è invece «piuttosto tenera nella vita privata».

Le sue passioni dichiarate, oltre ai diamanti «con cui ho un rapporto molto amoroso», sono i bambini: «Ne ho tantissimi, sparsi per tutto il mondo, soprattutto in Brasile, in Argentina e in Italia dove, a dispetto di quanto si pensa, c’è davvero tanta miseria; ci sono persone straordinarie che operano in maniera concreta in aiuto ai bisognosi, come Don Giuseppe Di Stefano a Enna con la Comunità Frontiera, e don Virginio Colmegna responsabile della Casa della Carità a Milano, che meritano tutto il nostro aiuto». «Il denaro è solo un mezzo, non un fine, e credo che fortunato sia chi può dare, anche se ritengo doveroso controllare a chi si dà».

Nata a Buenos Aires in una delle più altolocate famiglie del Paese Antinea de Rico conserva, sulla propria scrivania, la foto di Evita Peron, «una grande donna, anche se non si capiva mai se era a destra o a sinistra, ancora oggi adorata dal popolo, che è stata la mia madrina». In Europa, a Madrid, è arrivata trentasei anni fa «per portare a termine gli studi, perché volevo diventare agente di cambio». Ma la professione è ancora interdetta alle donne e per restare nel settore finanziario opta per un lavoro all’Amincor Bank di Zurigo, guidata da Carlo Amarca. A Zurigo svolge il proprio apprendistato, vendendo titoli atipici, «di quella che oggi si chiama new economy, non titoli spazzatura come amano scrivere i giornali». L’istituto fa capo a Michele Sindona, finanziere noto e rispettato di qua e di là dell’Atlantico, tanto da guadagnarsi l’appellativo di banchiere di Dio grazie al rapporto privilegiato con il Vaticano che, attraverso il cardinale Marcinkus, gli ha affidato le proprie finanze.

«Non intendo rinnegare nulla della mia esperienza, ma tutti noi credevamo a Sindona, ed erano ancora lontani gli scandali e il crack del 1974, uno dei più dolorosi della storia; la prigione, l’estradizione dagli Usa, e l’avvelenamento in carcere il 20 marzo 1986, all’indomani della condanna all’ergastolo per l’omicidio Ambrosoli. Sindona non faceva certo parte della nostra vita quotidiana, io lo incontrai la prima volta solo anni dopo, a Villa d’Este, dove andai per ricevere, in premio per il lavoro svolto, un diamante».

Domanda. Fu quell’incontro che segnò il suo destino?
Risposta. Il mio interessamento alle pietre preziose era precedente, perché nella gestione del portafoglio clienti mettevamo anche diamanti, proprio in quanto bene-rifugio per eccellenza, per concentrazione di valore in piccola dimensione. Ma la decisione di operare esclusivamente su beni che non potessero mai tramutarsi in spazzatura, offrendo al cliente la possibilità di diversificare il proprio portafoglio al riparo da ogni rischio, venne proprio dopo il crollo dei titoli seguito al crack di Sindona. Il diamante è l’unico valore che è possibile gestire direttamente, non è carta ed è un bene reale in tutto il mondo. Quando fondai l’Intermarket Diamond Business, il monopolio del mercato in tutto il mondo era in mano ai gioiellieri e la sola società che si occupava di investimenti in diamanti, la Diamond Selection di Londra, durò solo un paio di anni. Non è stato facile portare al successo un tipo di investimento che presuppone una buona cultura finanziaria e ancora oggi non di rado genera stupore e diffidenza iniziali. Ma una volta percepite le reali potenzialità, la partecipazione si fa curiosa e non di rado appassionata. Il diamante non è più vissuto come irraggiungibile oggetto del desiderio, ma come oculata operazione finanziaria. È un sogno che diviene realtà, senza illusionismi e senza rischi, da tenere con sé, da gestire in prima persona.

D. In cosa consiste esattamente la vostra attività?
R. I diamanti da investimento, i soli che trattiamo, debbono avere specifiche caratteristiche di dimensioni, purezza, provenienza, che debbono essere certificate usando competenze professionali del tutto particolari. La nostra attività consiste nel fornire agli investitori una serie di servizi che vanno appunto dalla certificazione delle pietre, attraverso i più qualificati laboratori gemmologici del mondo, al ricollocamento sul mercato in caso di disinvestimento, alla assicurazione. Il nostro lavoro comincia dove finisce quello dei gioiellieri, i quali vendono semplicemente una pietra. Noi vendiamo invece un investimento e quindi anche il disinvestimento. Il contratto che stipuliamo ci obbliga a ricollocare la pietra sul mercato, operazione che è sempre avvenuta in tempi che non hanno mai superato i 90 giorni. Non ricompriamo ma ricollochiamo, perché si tratta di un’attività di intermediazione che è preceduta dalla consulenza sulla tipologia e sulla quantità di pietre da acquistare, in rapporto alle specifiche esigenze e all’entità del patrimonio complessivo. Il cliente deve avere ben chiaro innanzitutto che il diamante non è un bene speculativo e richiede un investimento a medio e a lungo termine. Chi pensa di speculare in diamanti sbaglia.

D. Perché ha fondato l’Intermarket Diamond Business quando il valore del dollaro era agganciato a quello dell’oro che svolgeva ancora il ruolo di bene-rifugio?
R. Nel mondo c’è una quantità enorme di oro tanto che il suo prezzo è molto fluttuante. Inoltre sia per pesantezza che per ingombro non lo si può portare facilmente con sé. Il diamante racchiude invece il più alto valore nel pugno di una mano. Le banche allora fallivano, i titoli si svalutavano, i fondi comuni stentavano, occorreva un bene di facile trasporto, dal valore riconosciuto in tutto il mondo, che non pagasse imposte. Tutti requisiti che aveva e ha il diamante, un bene raro, di grande prestigio e non soggetto a influenze politico-valutarie, e che rappresenta veramente il danaro. Se avviene qualcosa nel mondo, chi possiede un titolo non mangia, chi ha un diamantino sì, ovunque si trovi.

D. Attraverso quali strade entrate in contatto con la clientela?
R. Per offrire la possibilità di diversificare il proprio portafoglio, nel 1980 abbiamo avviato le prime partnership con alcuni istituti creditizi come il Credito Romagnolo e la Banca Popolare di Lodi, che allora era una solida banca, guidata da un grande banchiere, Angelo Mazza. Poi abbiamo stretto accordi con l’Unicredito, con il Gruppo Popolare di Verona e Novara, ma anche con la Carige e con il Gruppo Popolare di Milano; sono i più importanti, e intendiamo stipularne molti altri. Tutti possono investire in diamanti, e tutti lo fanno una volta capito che non si tratta solo di comperare. La differenza tra acquisto e investimento sta proprio nella possibilità di disinvestire qualunque sia il profilo scelto, più o meno aggressivo. In genere suggeriamo un mix che non vada oltre il 5-10 per cento del patrimonio, e mai per meno di cinque anni. Il diamante dovrebbe sempre far parte di un patrimonio familiare, da conservare sino all’ultimo. Molti dei nostri clienti hanno rivenduto solo una volta cresciuti i figli, magari per aiutarli ad acquistare una casa. Un modo corretto per iniziare e chiudere un investimento in diamanti.

D. Vicende come quelle dei bond argentini, della Cirio o di Parmalat hanno fatto aumentare l’investimento nei diamanti?
R. No. L’incremento c’è adesso, a causa del clima di grande incertezza e paura che sta vivendo non solo l’Italia ma tutto il mondo. Non è casuale il fatto che il monopolio dei diamanti sia in mano agli ebrei, sempre perseguitati e costretti a fuggire. Inflazione e guerre, in particolare, rendono maggiormente appetibile un bene facilmente trasportabile e fiscalmente non imponibile, il cui valore è destinato a salire anche perché sono in via di rarefazione. L’80 per cento della produzione mondiale è usata in campo industriale, sotto forma di granuli e polveri, per il taglio e la lucidatura di pietra, vetro, marmo e granito, e solo il 20 per cento è tagliato a gemma. Ma non più del 2 per cento dei diamanti risponde alle caratteristiche del diamante da investimento, che deve essere bellissimo e purissimo. Oltre ad essere compresi nelle classificazioni D, E, F, G e H, i diamanti che noi trattiamo devono anche rispettare tutte le proporzioni del taglio, che deve essere perfetto ed avere una fluorescenza nulla e una purezza assoluta. Non trattiamo diamanti non puri.

D. Come e da chi vengono classificate le pietre?
R. L’analisi gemmologica prende in esame le quattro caratteristiche principali: colour, clarity, cut, carat. Le famose 4 C - in italiano colore, purezza, taglio e peso -, sono tutte determinanti per la certificazione, e è determinante l’affidabilità del laboratorio che esegue l’analisi. Noi facciamo «tatuare», sulla cosiddetta cintura del diamante, il numero della certificazione dall’Alto Consiglio delle Borse di Anversa, una delle cinque certificazioni riconosciute a livello internazionale, e insieme al diamante forniamo un microfilm con la scheda e il certificato. Si può investire solo su pietre di alta qualità per colore e purezza, tagliate in modo buono o molto buono, e garantite da un certificato internazionale riconosciuto in tutte le piazze di contrattazione. Il carato corrisponde a un quinto di grammo, frazionato a sua volta in 4 grani o in 100 punti; il prezzo di una pietra da mezzo carato, investimento minimo, è di circa 4 mila euro, ma un top cristal di un carato arriva a circa 13.800 euro. Consigliamo pietre non superiori a un carato e mezzo, le uniche immediatamente commerciabili, e di non superare mai comunque i 30 mila euro di valore per ogni pietra.

D. Quindi il «Kooh I noor» non potrebbe mai entrare nelle vostre contrattazioni?
R. No, a meno che un giorno non si decida di vendere una quota parte di un diamante. Ma non credo alle multiproprietà perché l’investitore perderebbe la gestione della pietra, che è uno degli elementi di differenziazione maggiori. Stiamo invece studiando un fondo chiuso in diamanti e spero, burocrazia permettendo, di portare a termine l’iter entro l’anno. È un mio sogno nel cassetto che, però, allontana anch’esso dalla gestione diretta e segna un ritorno alla carta. La mia preferenza continua ad andare alla proprietà del diamante e vorrei sfatare la leggenda che, se è da investimento, deve restare in cassaforte. Si tratta di una pietra molto resistente, poco deteriorabile, e se ne può godere a volontà. L’unico scotto da pagare è un tempo un poco più lungo, di circa venti giorni, per il disinvestimento, perché prima di tornare sul mercato deve essere rinviata ad Anversa per la conferma della certificazione e una nuova sigillatura. Vorrei solo ricordare che per investimento viene usato esclusivamente il taglio più classico, il rotondo brillante, a 57 faccette più una, quella della levigatura della punta del cono inferiore (culet) studiato intorno agli anni Venti da un fisico russo. Tutti gli altri tagli sono usati solo in gioielleria.

D. Chi fissa i prezzi e quali sono i rischi per l’investitore rispetto alle congiunture negative del mercato?
R. Un po’ come l’Opec per il petrolio, la Diamond Trade Company svolge il ruolo di moderatore del mercato nelle situazioni di tensione internazionale, impedendo, grazie a una visione di lungo periodo, andamenti speculativi. Produzione e lavorazione tengono conto delle richieste di mercato e questo impedisce fluttuazioni di rilievo. Noi siamo l’unica azienda del settore a pubblicare regolarmente sulle principali testate economiche, le quotazioni dei diamanti da investimento. I grandi operatori hanno un punto di riferimento nel Rapaport Diamond Report, creato da Martin Rapaport, un signore che vende diamanti e ha avuto la geniale idea di pubblicare le quotazioni. Naturalmente parliamo esclusivamente di diamanti certificati, anche per quanto riguarda la loro origine, da Paesi senza conflitti in atto, e regolarmente fatturati. Tutti i nostri diamanti passano esclusivamente attraverso il Diamond Office e abbiamo iniziato a controllare la provenienza e che non fossero prodotto di sfruttamento del lavoro minorile ben prima che l’Onu adottasse le direttive. Senza il rispetto di queste condizioni le pietre costerebbero il 50 per cento in meno, ma non ci interessano. Solo se acquistato con regolare fattura, il diamante è un bene di libera circolazione, perfettamente trasparente.

D. Qual’è la sua opinione sul film con Leonardo di Caprio «Blood Diamonds», pluripremiato dal pubblico e dalla critica cinematografica negli Usa, nel quale si denuncia l’uso dei diamanti per finanziare conflitti armati, e che fa temere persino un boicottaggio dei diamanti da parte delle star, nella notte degli Oscar?
R. La situazione attuale non è certo quella rappresentata nel film. Il tanto vituperato mercato dei diamanti è oggi uno dei rarissimi mercati nel mondo con precise regole internazionali. Oltre il 99 per cento dei diamanti di tutto il mondo proviene da fonti non connesse a conflitti armati e viene commercializzato nel rispetto del Kimberley Process sotto il controllo delle Nazioni Unite.

D. In sintesi perché conviene investire in diamanti?
R. Perché è un investimento sicuro, che da oltre vent’anni non conosce ribassi, ed è costantemente redditizio, poiché crea plusvalenze medie annuali di alcuni punti sopra il tasso di inflazione. Ogni anno il diamante aumenta mediamente di valore del 3-4 per cento, con un incremento netto dell’1,5-2 per cento se rapportato all’inflazione. A ciò va aggiunto che alla crescita del valore in quota capitale non corrisponde alcuna tassazione, che è un bene al portatore di libera circolazione, perfettamente trasparente ai fini fiscali se acquistato con regolare fattura e che permette all’investitore di mantenere l’anonimato.

D. L’Intermarket Diamond Business ha concorrenti in Europa?
R. Il nostro è un mestiere abbastanza difficile, ma io amo immensamente il mio lavoro e so essere molto tenace. Siamo una struttura molto piccola, snella, e questo mi permette ancora oggi di conoscere i miei clienti ad uno ad uno. Per questo non vogliamo crescere. Siamo una boutique e non saremo mai supermercato. In ufficio abbiamo 15 persone e circa 25 collaboratori esterni. Siamo certamente una società costosa, ma ne siamo orgogliosi, perché intendiamo continuare ad essere una gemma nei servizi che rendiamo, come recita il nostro slogan. Ancora oggi, dopo trent’anni, non siamo paragonabili a nessuno. Qualcuno comincia a copiarci, ma ne riparleremo fra alcuni anni. Nel 2005 abbiamo realizzato 18 milioni di euro di ricavi, 4,7 di margine operativo lordo e un utile di esercizio di 2,7 milioni. Sono risultati che mi riempiono di orgoglio, anche perché la mia società è rimasta tutta italiana e spero lo rimanga per molti anni ancora. Almeno fino a che a guidarla ci sarò io, originaria di Buenos Aires, dove torno ogni anno almeno due volte, ma ormai certamente più italiana.

 

a cura di Serena Purarelli

 

Tags: diamanti Intermarket Diamond Business pietre preziose Claudio Giacobazzi IDB Antinea de Rico Febbraio 2007

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