back

GIAMPIETRO NATTINO,
IL BANCHIERE DELLA TRADIZIONE
E DELL’INNOVAZIONE

a cura di
LUIGI LOCATELLI


Giampietro Nattino,
amministratore
delegato della Banca
Finnat Euramerica



Capogruppo
di 10 società controllate
e di 4 collegate, la Banca
Finnat Euramerica
è quotata nel segmento Star
della Borsa italiana
e offre la propria attività
a un mondo riservato,
composto da 712 mila
persone fisiche o nuclei
familiari che possiedono
un patrimonio superiore
a 500 mila euro,
per un totale di 820 miliardi,
in aumento del 4,3
per cento sul 2005»


i lati della scrivania di Giampietro Nattino, Cavaliere del Lavoro con brevetto di nomina n. 2446 del primo giugno 2001, amministratore delegato della Banca Finnat Euramerica, figurano due grandi quadri con una figura maschile, ciascuna a grandezza naturale. A sinistra un antenato, che probabilmente ricorda l’origine ligure della famiglia come rivela il cognome; a destra il nonno Pietro. «Fu lui ad avviare 110 anni fa, nel 1898 l’attività finanziaria che nel tempo si è sviluppata ed è cresciuta di valore con la Finanziaria Fratelli G & A Nattino spa–racconta Nattino–. Mio padre Arturo nel 1945 operò la trasformazione della società in Finnat Commissionaria di Borsa, diventata poi una sim, una società di intermediazione mobiliare con il nome di Finnat Euramerica Sim spa; e dal 12 febbraio 1998 Banca Finnat Euramerica spa, oggi al 70 per cento di proprietà della famiglia». L’azienda, che conservò la caratteristica familiare degli inizi, è specializzata in prestazione di servizi di investimento a una clientela istituzionale, privata e di aziende, ed oggi conta tra i 3.500 clienti i maggiori gruppi imprenditoriali e molte delle grandi famiglie italiane, romane soprattutto. Una specializzazione che rende la Banca Finnat Euramerica un gruppo particolare nel panorama delle 793 banche operanti oggi in Italia, pervase in gran parte da spinte di aggregazione e di fusione da quando negli anni 80 Pellegrino Capaldo e Cesare Geronzi, alla guida della Cassa di Risparmio di Roma, intaccarono la proprietà delle banche dell’Iri acquisendo il Banco di Santo Spirito e il Banco di Roma.

Ogni struttura dedita al delicato lavoro di «private banking» ha una specializzazione in cui emerge e che la fa preferire dalla clientela. La Finnat Euramerica si distingue anche tra le maggiori delle 42 società dedite a questo particolare segmento dell’attività bancaria, comprese le grandi banche generaliste. È in una posizione di particolare significato e importanza non soltanto per la propria tradizione nella gestione di patrimoni, quanto per l’ampia gamma offerta di prodotti e servizi finanziari.
I quali comprendono la gestione personalizzata di patrimoni in valori mobiliari, in Fondi o in Sicav; l’intermediazione; i servizi fiduciari che possono comprendere l’intestazione alla Finnat Fiduciaria di partecipazioni, di patrimoni e di diritti, consentendo in tal modo ai loro proprietari non solo di conservare la proprietà e il controllo dei propri beni, ma anche di mantenere la riservatezza; ed inoltre piani successori; passaggi generazionali; servizi assicurativi con polizze vita, rischi e danni; brokeraggio assicurativo; corporate finance; gestione di fondi immobiliari, oltre ai tradizionali servizi bancari compresi i conti correnti, le carte di credito, il bancomat e la concessione di mutui.

Capogruppo di 10 società controllate e di 4 collegate, la Banca Finnat Euramerica è quotata nel segmento Star della Borsa italiana e offre la propria attività a un mondo riservato che, secondo gli studi realizzati nel 2006 dall’Associazione italiana del private banking e da altre istituzioni, è composto complessivamente da 712 mila persone fisiche o nuclei familiari che possiedono un patrimonio superiore a 500 mila euro, per un totale di 820 miliardi di euro, in aumento del 4,3 per cento rispetto al 2005. La consistenza dei patrimoni è così distribuita: il 98 per cento dei ricchi italiani possiede dai 500 mila ai 5 milioni di euro, il 2 per cento tra i 5 milioni e i 50 milioni. Solo lo 0,01 per cento supera questa soglia ed è composto da 71 famiglie.
In particolare, il 63 per cento della ricchezza totale delle famiglie è costituito da immobili, il 34 per cento da patrimoni finanziari, il restante 3 per cento da oggetti e beni di valore. Gli investimenti finanziari sono per il 41 per cento in titoli obbligazionari, per il 19 per cento in quote di fondi comuni, per l’8 per cento in azioni quotate, per il 15 in gestioni patrimoniali, per 5 in prodotti assicurativi, per il restante 12 per cento da depositi. Il maggior numero di grandi patrimoni, con il 26,1 per cento della ricchezza totale, è concentrato in Lombardia; seguono il Lazio con il 9,9 per cento, l’Emilia Romagna con l’8,8, il Veneto con l’8,6, la Toscana con il 6,7 per cento.

La Finnat Euramerica non poteva avere sede migliore di uno degli edifici di maggior rilievo nell’urbanistica e nell’architettura romana, il Palazzo Altieri, residenza patrizia di un casato che raggiunse il massimo splendore nel 1670 quando il cardinale Emilio Altieri, sebbene ottantenne, fu eletto papa dopo un conclave lungo e laborioso, prendendo il nome di Clemente X. In quel palazzo, ricco di marmi policromi, di affreschi sulle volte e sulle pareti, di statue, abitarono nell’immediato dopoguerra Anna Magnani, concluso il travagliato rapporto con Roberto Rossellini, e Carlo Levi: fu forse affacciandosi alle finestre dell’attico in cui aveva studio e residenza che Levi elaborò quel bellissimo attacco del saggio «L’orologio», «La notte a Roma par di sentire ruggire leoni», che dà il via al racconto di tre giorni e di tre notti del 1945, in cui c’è cronaca e memoria, comparse e protagonisti, delusioni e speranze per il futuro di un’Italia appena liberata. Oggi accanto alla Banca dei Nattino c’è la sede dell’Abi, l’Associazione Bancaria Italiana.
«Fino a qualche anno fa in queste sale c’era un grande magazzino di tessuti all’ingrosso–racconta Giampietro Nattino nascondendo il raccapriccio–. Abbiamo dovuto eseguire un grande lavoro di restauro; alle pareti erano stati infissi, danneggiando gli affreschi, enormi scaffali contenenti i rotoli di tessuti; sul pavimento era stato incollato il linoleum». Tuttora continua il restauro di mobili, console d’epoca di legno dorato e intarsiato a foglie d’alloro, quadri.

La sede della Banca è al piano nobile, che un tempo veniva chiamato il piano dei cardinali perché abitato dai due fratelli porporati, Giambattista ed Emilio, che fecero edificare il palazzo in Piazza del Gesù dall’architetto Antonio De Rossi tra il 1616 e il 1695, su un’area ricavata dalla demolizione di casupole e di piccoli edifici occupanti la zona centrale del Rione Pigna con «181 bocche fra componenti e dipendenti», secondo la descrizione ricavata dai documenti dell’epoca sul rione, il terzo per popolazione, vero cuore antico della città.
La prima licenza edilizia per la nuova residenza risale al 1607 ed è intestata a Lorenzo Altieri; è seguita da altre due, rilasciate nel 1615 e nel 1633 a nome Orazio. Forse quest’ultima riguardava l’abbattimento delle vecchie case acquisite per fare spazio al lato orientale della grandiosa dimora della famiglia papale. Ma ci fu un intoppo non prevedibile. Una vecchina, vedova di un calzolaio, rifiutava di vendere e di sgomberare la propria stanzuccia: «Qui sono nata e qui voglio morire». Si chiamava Berta e, irremovibile, continuava a filare la lana quando arrivavano gli emissari del cardinale Giambattista. Così nacque il detto popolare «Quando Berta filava», per indicare qualcosa che si protrae nel tempo senza soluzione. Alla fine l’architetto De Rossi ebbe il permesso dal Papa Clemente di lasciare la donna nella propria casupola, restaurandola e incorporandola nel palazzo ma con finestra e ingresso separato, ancora visibili al pianterreno.

Un divano con un piccolo tavolo di servizio ingombro di carte e di riviste completano l’arredamento dell’ampio studio, lasciando libera la visuale della Chiesa del Gesù, capolavoro del Vignola creato nel 1568 sul lato orientale della piazza omonima. Da qui Giampietro Nattino governa il Gruppo della Banca Finnat Euramerica che al 30 settembre 2007 ha registrato un capitale sociale, interamente versato, di 72.576.000 euro. La massa amministrata, ammontante a 9.324.482.000 euro, è aumentata del 6 per cento rispetto al 30 settembre 2006, ed è costituita da patrimoni in gestione, da amministrazione di titoli, da massa fiduciaria, da patrimoni investiti in Fondi immobiliari e in Sicav, per la quale la società New Millennium Advisory s.a. del Gruppo svolge attività di consulenza. L’utile netto consolidato dei primi 9 mesi del 2007 è di 18.027.000 euro rispetto agli 11.859.000 dell’analogo periodo del 2006. I dipendenti sono 189, di cui 18 sono dirigenti.

Ha frequentato a Roma il Liceo nell’Istituto Massimo gestito dai Padri Gesuiti, dei quali il giovane Giampietro ricorda con riconoscenza la severità delle regole, unita all’esigenza di profondità culturale testimoniata dalla tradizione della storica scuola romana di allevare le nuove classi dirigenti: «Ogni anno viene assegnato il Premio Massimo a un ex alunno. Nel 2007 è stato dato per la prima volta a una donna, Elisabetta Belloni, una delle prime ammesse all’Istituto da quando la vecchia sede nei pressi della Stazione Termini è stata chiusa e trasferita all’Eur; la Belloni ora è a capo dell’Unità di crisi del Ministero degli Esteri–osserva Nattino–. Alla premiazione sono intervenuti molti ex alunni già premiati: il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, il sociologo Giuseppe De Rita creatore del Censis, l’ex capo della Polizia e capo di Gabinetto del Ministero dell’Interno Giovanni De Gennaro, l’ex presidente della Confindustria e ora presidente della Bnl Luigi Abete, il presidente della Federazione Gioco Calcio Giancarlo Abete, l’ambasciatore Staffan De Mistura. Nomi che indicano la grande capacità educativa dell’Istituto che con il Tasso e il Visconti era uno dei nostri migliori licei».

Da studente praticava gli sport, soprattutto il calcio in un campo di Via dei Sabelli vicino all’Università Sapienza. Tornato a casa con la Circolare rossa, doveva restare in piedi fino a tardi per finire i compiti. Ma una volta lo vinse la stanchezza e il mattino seguente fu spiacevole: «Arrivato a scuola, il professore mi disse semplicemente ‘Fai bene a fare sport, se ti piace; se non puoi studiare adesso, vuol dire che studierai durante l’estate’. Mi bastarono queste parole. L’episodio non si ripeté più».
A 17 anni, con il diploma della licenza liceale nel cassetto, il giovane Giampietro si iscrisse alla Facoltà di Economia e Commercio di Roma e partì per gli Stati Uniti. «La mia vita di lavoro cominciò allora. Finito il liceo, vivevo in quel periodo d’oro senza più orari ed obblighi di studio, in attesa di cominciare l’università; ma una sera–racconta–, erano ospiti di mio padre Ernesto Manuelli presidente della Finsider e Guido Carli. Mi chiesero se lavoravo. Risposi di no, perché avevo appena finito il liceo, e mi proposero di cominciare subito uno stage nel settore finanziario della Finsider. Dopo poco tempo mi spedirono negli Stati Uniti. Fu un periodo stimolante, utilissimo per la mia preparazione. Tornato in Italia, terminai l’Università e cominciai a collaborare con mio padre nella commissionaria di Borsa. Partecipai anche a un concorso per agenti di cambio a Genova e a Roma. Lo vinsi, ma preferii rimanere nell’azienda di famiglia, che aveva uffici a Roma, Milano, Genova e Perugia».

Nel 1961, con la partecipazione del Gruppo Morgan e dell’Amministrazione della Santa Sede che aveva interesse ad investire in società italiane, la sua famiglia creò l’Euramerica, società per azioni che si occupava di obbligazioni e azioni. «Fu una scelta positiva, un’esperienza interessante che ci ha consentito di operare in nuovi mercati e di crescere. Negli anni 70 al posto del Gruppo Morgan e della Santa Sede entrarono come azionisti l’Istituto San Paolo di Torino, il Monte dei Paschi di Siena, il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia. Dopo circa 10 anni le prime tre banche uscirono e il Banco di Sicilia rilevò le loro azioni. Nel 1991, con la nuova legge sulle sim, la Finnat e l’Euramerica furono trasformate in sim, nell’anno successivo nacque la Finnat Euramerica».
Successivamente, con l’uscita della Banca di Roma che aveva acquistato il Banco di Sicilia, fu realizzato l’attuale assetto proprietario della famiglia Nattino e la quotazione in Borsa, concessa con grande rapidità». Tra le più brillanti operazioni realizzate figura, negli anni 50, l’acquisizione delle Terme di Acqui, la grande azienda demaniale proprietaria anche delle Acque Sangemini e Fabia. Poi l’accordo con le «Vedove Scozzesi», come nel mondo della finanza è definita correntemente la partnership con la banca Scottish Widows, finalizzata a svolgere attività di asset management per la clientela istituzionale italiana.

Più recente è l’aggiudicazione, nel 2004, della gara per il lancio di un grande fondo immobiliare italiano destinato a soli investitori istituzionali, creato attraverso la dismissione da parte dello Stato di immobili adibiti ad uffici e riaffittati alle stesse strutture pubbliche che li occupano. Un affare valutato, all’epoca della gara, intorno ai 4 miliardi di euro. Nel tempo la Banca ha intrattenuto rapporti di lavoro con le maggiori imprese pubbliche o private: Sme, Agusta, Sip Telefonica, Alfa Cavi, Finmare, Innocenti, Sant’Eustachio, Finmeccanica, Mondadori, Cagiva, Efibanca, Consorzio Porto di Genova, Crediop e molte altre.
«Qui vi sono operazioni per molte centinaia di miliardi di lire–dice sfogliando un fascicolo–; e solo fino al dicembre 1986. È la storia della nostra società, ricordo queste operazioni una per una. È soprattutto la storia della nostra vita di lavoro. Mi piace la parola ‘lavoro’ perché con esso un uomo si deve esprimere nel modo migliore ma sempre, secondo le nostre preferenze, con un basso profilo, ossia rimanendo sottotono. Lavoriamo con impegno utilizzando le migliori capacità per dare agli altri qualcosa in più anziché in meno. Questo è il nostro principio».

Vicepresidente della Borsa Italiana e del Fondo Nazionale di Garanzia, consultore della Prefettura degli Affari economici della Santa Sede, membro del Consiglio di amministrazione della Banca Fideuram, presidente di numerose società, Giampietro Nattino è sposato con Celeste Buitoni. I quattro figli hanno ripercorso la sua esperienza formativa e dopo gli studi gradino per gradino sono saliti nelle società del Gruppo: Arturo oggi è direttore generale della banca, Andrea si occupa dei grandi clienti istituzionali, Paola è addetta alle pubbliche relazioni e Giulia ai clienti di alto livello. Il fratello Angelo è vicepresidente.
Anche la signora Buitoni Nattino ha un incarico nella società, e ne è azionista: il lavoro in comune nella propria impresa tra padri, figli, fratelli, è una tradizione della famiglia che risponde a un criterio organizzativo e funzionale della società e probabilmente anche a un’esigenza della clientela, che preferisce affidare il proprio patrimonio a un gestore con il quale realizza un rapporto personale, non solo fiduciario. Ma Giampietro Nattino non è solo finanza. Cultura, sport e settore sociale sono suoi interessi non minori, coltivati con uguale competenza e impegno.

«Per molto tempo ho praticato lo sport, negli ultimi anni sono diventato vicepresidente della Federazione Sport Invernali, un’attività del tutto gratuita ma che dà la soddisfazione di fare qualcosa per i giovani, di abituarli al rispetto di sé e degli altri, di farli crescere nello sport come disciplina di vita, come gioia prima che come risultati raggiunti. Purtroppo per ottenere risultati più ampi occorrerebbe un aiuto dalla scuola e da molte altre persone che, oltre alla propria attività, abbiano il desiderio di agire per migliorare la convivenza sociale».
Si occupa anche di un’associazione, Museitalia, che fa parte di Museuropa e svolge la propria attività nelle scuole statali, con bambini di varie nzionalità. Li fa stare insieme, cantare, organizzare spettacoli, disegnare, per trovare già nell’infanzia l’amicizia, il rapporto con i simili, la conoscenza reciproca, la convivenza. «Nel calcio, quando un giocatore di colore segna un goal, tutti l’abbracciano e gioiscono insieme, italiani e stranieri, bianchi e di colore. Questo è un esempio di una cultura e di una struttura mentale che deve essere diffusa nella vita e nel lavoro, anche se impegnarsi in queste attività richiede tempo e disponibilità. Io mi reco in ufficio alle 8,15 circa e non esco prima delle 20,30; inoltre ho impegni familiari e diverse altre attività di interesse personale da seguire».

back