Il primo romanzo del chitarrista intreccia la vicenda di Miles Davis con un’esperienza autobiografica segnata dalla perdita della voce.
Un libro di 96 pagine, un protagonista che appartiene alla storia del jazz e una vicenda personale che trasforma la biografia musicale in materia letteraria. “L’urlo di Miles”, primo romanzo di Reno Brandoni, nasce dall’incontro fra due esperienze lontane nel tempo ma accomunate dalla perdita della voce: quella di Miles Davis e quella dello stesso autore. Pubblicato nel 2026 da Le Ruzzole, il volume costruisce un racconto intimo nel quale musica, malattia, fragilità e rinascita finiscono per sovrapporsi.
Il libro è stato al centro dell’appuntamento del 15 agosto a Time in Jazz, a Berchidda, inserito nella sezione “Time to Read” del festival. Time in Jazz è il festival fondato da Paolo Fresu a Berchidda, suo paese d’origine, e proprio per questo la presentazione del romanzo ha assunto un significato particolare: Fresu non soltanto firma la prefazione del volume, ma ha avuto un ruolo personale nel percorso di Brandoni verso il recupero della voce.
Dalla storia di Miles Davis a una vicenda autobiografica
Il punto di partenza narrativo è uno degli episodi più noti della biografia di Miles Davis. Nel 1955 il trombettista fu sottoposto a un intervento alla laringe e attraversò un periodo segnato da seri problemi alla voce. Brandoni non sceglie però la strada della biografia tradizionale. La figura di Davis diventa piuttosto una presenza narrativa attraverso la quale esplorare il silenzio, la rabbia, l’isolamento e il lento ritorno al suono.
A rendere il racconto qualcosa di diverso dalla semplice fiction musicale è però l’esperienza dello stesso Brandoni. Nell’ottobre del 2023 il chitarrista e scrittore scoprì di avere un tumore alla laringe e affrontò a sua volta un periodo di afonia. È proprio l’impossibilità di parlare, più ancora della malattia in sé, a diventare il centro emotivo del romanzo. Per chi ha costruito gran parte della propria vita intorno alla musica, alla scrittura, alla performance e alla relazione con il pubblico, la voce non rappresenta soltanto una funzione fisica: coincide con una parte dell’identità personale e professionale.
La storia di Miles Davis offre così a Brandoni una distanza narrativa attraverso cui raccontare la propria esperienza senza trasformare il libro in un’autobiografia diretta. La vicenda del trombettista e quella dell’autore non coincidono, ma si riflettono l’una nell’altra. Il silenzio di Davis permette a Brandoni di parlare del proprio, mentre l’esperienza personale dell’autore dà al racconto musicale una profondità diversa.
La struttura breve del libro rafforza questa impostazione. Dieci capitoli concentrano la narrazione sul rapporto fra silenzio e suono, perdita e recupero, evitando di trasformare il romanzo in una ricostruzione enciclopedica della vita del musicista americano. L’interesse è piuttosto quello di usare una figura centrale del Novecento musicale per parlare della condizione universale di chi, improvvisamente, non riesce più a riconoscersi nella persona che era prima.
Paolo Fresu e il ritorno della voce
Il legame con Paolo Fresu introduce un secondo livello nella costruzione del libro. Il trombettista sardo firma la prefazione, ma la sua presenza non è soltanto quella di un grande nome del jazz chiamato ad accompagnare il volume. Brandoni ha raccontato che, durante il periodo più difficile della malattia, proprio Fresu lo invitò a Time in Jazz e gli porse un microfono sul palco.
Quel gesto, apparentemente semplice, assunse per l’autore un significato profondo: tornare a usare la voce davanti agli altri significava verificare che una parte della propria vita potesse ricominciare. La presentazione del romanzo a Berchidda ha così chiuso simbolicamente un percorso iniziato prima ancora che il libro esistesse, riportando Brandoni nello stesso luogo legato alla sua ripresa e accanto al musicista che aveva accompagnato quel passaggio.
Un romanzo sulla perdita dell’identità
Anche il titolo racchiude il paradosso centrale del libro. “L’urlo di Miles” non è un urlo realmente emesso, ma quello che rimane quando la voce non c’è più. È una tensione interna, un bisogno di espressione che deve trovare un’altra forma. Nel romanzo il silenzio non è semplicemente assenza di suono, ma diventa uno spazio in cui il personaggio è costretto a confrontarsi con il proprio limite e con la perdita di ciò che fino a quel momento aveva dato forma alla propria identità.
Il tema della voce, dunque, supera la dimensione strettamente musicale. Brandoni la trasforma in metafora di tutto ciò che consente a una persona di riconoscersi: il lavoro, il talento, il corpo, le abitudini, la capacità di comunicare. Quando uno di questi elementi viene meno, non si perde soltanto una funzione, ma anche un equilibrio costruito nel tempo. È in questo vuoto che il romanzo cerca la propria materia narrativa.
Brandoni, dalla chitarra alla narrativa
Il passaggio al romanzo non arriva dal nulla. Reno Brandoni è chitarrista, scrittore e performer, con una lunga attività sulla scena musicale italiana e collaborazioni con artisti internazionali. Nel corso degli anni ha affiancato alla musica una produzione editoriale dedicata a grandi figure della storia musicale, da Robert Johnson a Jimi Hendrix, da Billie Holiday a John Coltrane. Con “L’urlo di Miles”, però, il rapporto cambia prospettiva. La storia della musica non è più soltanto qualcosa da raccontare agli altri, ma diventa lo specchio attraverso cui l’autore racconta sé stesso. Miles Davis resta il riferimento culturale e musicale, ma la materia vera del libro è la perdita, insieme alla possibilità di ricominciare senza pretendere di tornare esattamente alla persona che si era prima.
La Redazione