La tassa sui pacchi da 2 euro boomerang per l’Italia

La nuova tassa di 2 euro sui pacchi di valore inferiore a 150 euro introdotta dall’Italia con la Legge di Bilancio 2026, pensata per contrastare l’ingresso di micro-spedizioni «a basso costo» soprattutto da Paesi extra-UE, si sta rivelando un vero boomerang per il sistema logistico nazionale e la competitività del Paese. Lo racconta European Business Magazine, secondo cui la misura, entrata in vigore il 1° gennaio 2026, sta già portando a significative deviazioni dei voli cargo e dei flussi di merci verso altri hub europei al di fuori dell’Italia. 

La tassa era stata concepita con l’obiettivo di fronteggiare la marea di pacchi low-value provenienti da piattaforme di e-commerce come Shein e Temu e di aumentare le entrate fiscali per lo Stato italiano, con una stima di gettito di circa 122 milioni di euro nel 2026 e 245 milioni a regime secondo la relazione tecnica alla manovra. Tuttavia, la logica dei mercati globali e le regole dell’Unione europea stanno già ridimensionando queste aspettative.

Il principio della libera circolazione all’interno del mercato unico europeo significa infatti che una volta che un pacco ha superato la dogana in un qualsiasi Stato membro, può circolare liberamente in tutta l’UE. I corrieri internazionali, per evitare il contributo italiano, stanno quindi preferendo far sbarcare le merci in Paesi europei senza tassa, come Belgio, Paesi Bassi o Ungheria, e da lì trasportarle via terra in Italia. Questo spiega in parte la significativa riduzione – stimata intorno al 36% – dei pacchi che arrivano direttamente in Italia registrata negli scali cargo come Malpensa nel confronto con lo stesso periodo dell’anno precedente. 

Il risultato è che, invece di frenare l’ingresso delle micro-spedizioni, la tassa sta favorendo un dirottamento delle merci verso altri hub logistici europei, con il rischio concreto di perdere traffico, voli cargo e i relativi servizi associati (manutenzione, handling, carburante, occupazione e diritti di sdoganamento) a favore di competitor comunitari. 

Il fenomeno è stato evidenziato da associazioni di settore come Confetra, che hanno descritto la misura come una penalizzazione del sistema logistico italiano: “La merce trova sempre la strada migliore”, ha osservato un portavoce della confederazione, sottolineando come gli operatori preferiscano pagare costi di trasporto alternativi piuttosto che subire il contributo sui piccoli pacchi. Parallelamente, siti di informazione economica sottolineano che la tassa – pur avendo una logica di equilibrio fiscale – rischia di spostare il gettito e l’IVA legata alle importazioni fuori dai confini nazionali, riducendo l’efficacia della misura e penalizzando sia i consumatori sia le imprese italiane impegnate nella logistica e nel trasporto merci. 

Sul fronte europeo, è previsto che da luglio 2026 entri in vigore una tassa comune di 3 euro sui pacchi di basso valore per l’intera Unione, con l’intento di armonizzare i sistemi e limitare proprio queste distorsioni di mercato. Tuttavia l’Italia ha deciso di anticipare unilateralmente l’introduzione del contributo, trovandosi oggi in una posizione di svantaggio competitivo nel breve periodo. In pratica, la tassa da 2 euro, concepita come strumento di contrasto alla concorrenza sleale e come fonte di entrate, rischia di trasformarsi in un costo per l’economia italiana, con effetti indesiderati su traffici cargo, occupazione nel settore logistico, competitività degli scali nazionali e sostenibilità ambientale dei trasporti.

La Redazione

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