Superbonus, finita la stagione del 110%: ripercussioni su tutti

Nel panorama delle politiche industriali italiane degli ultimi anni, il Superbonus rappresenta uno degli strumenti più incisivi e controversi, capace di ridefinire in profondità la struttura del settore delle costruzioni e di influenzare, in modo diretto e indiretto, la dinamica macroeconomica del Paese. Introdotto con l’art. 119 del Decreto-Legge 34/2020, il cosiddetto Decreto Rilancio, il Superbonus ha innalzato al 110% la detrazione fiscale per interventi di efficientamento energetico e riduzione del rischio sismico, affiancando al meccanismo tradizionale di detrazione due leve in grado di amplificare l’impatto economico: la cessione del credito e lo sconto in fattura, disciplinati dall’art. 121. Questo impianto normativo ha generato una domanda straordinaria, attivando investimenti per oltre 90 miliardi e contribuendo alla rapida ripresa del PIL subito dopo la crisi pandemica. L’impulso espansivo è stato tuttavia accompagnato da tensioni significative: una forte impennata del costo dei materiali, una cronica scarsità di manodopera specializzata e un incremento di operatori entrati nel mercato senza adeguate competenze, elementi che hanno prodotto effetti collaterali sul prezzo finale degli interventi e sulla qualità delle realizzazioni.

A partire dal 2023 il legislatore è intervenuto con un processo di riduzione graduale della misura, mosso dalla necessità di contenere l’impatto sul bilancio pubblico derivante dall’accumulo dei crediti fiscali. Con il DL 11/2023, noto come Decreto Cessioni, la cedibilità dei crediti e lo sconto in fattura sono stati fortemente limitati; le Leggi di Bilancio 2023 e 2024 hanno poi ridotto l’aliquota dal 110% al 90%, fino al 70% per il 2024 e al 65% per il 2025; il DL 212/2023, cosiddetto Salva Superbonus, ha tentato di gestire la fase transitoria, introducendo correttivi per i cantieri già avviati e mitigando l’impatto sui bilanci delle famiglie coinvolte. Il risultato è un quadro normativo molto diverso da quello originario: il Superbonus non è più uno strumento di stimolo espansivo, ma un incentivo contenuto, orientato alla sostenibilità finanziaria piuttosto che alla crescita della domanda.

Gli effetti economici sono molteplici. Nel triennio 2021-2023 il settore edilizio ha sperimentato una crescita senza precedenti, con incrementi occupazionali e un’espansione significativa dell’offerta, ma oggi molte imprese nate o riconvertite in funzione del bonus affrontano un rallentamento brusco, con conseguenti rischi di sovracapacità produttiva, fusioni, chiusure o difficoltà di liquidità dovute ai crediti fiscali rimasti incagliati nel sistema bancario. Al tempo stesso, il Superbonus ha accelerato la diffusione di tecnologie ad alta efficienza – pompe di calore, cappotti termici, sistemi domotici – contribuendo all’avvio, seppure in modo disordinato, del percorso di allineamento dell’Italia agli obiettivi della direttiva europea sulle “Case Green” (EPBD), che richiederà nei prossimi anni un impegno strutturale sulla riqualificazione energetica del patrimonio edilizio.

L’eredità industriale della misura è ambivalente: da un lato, il settore ha acquisito competenze e tecnologie che potranno costituire un vantaggio competitivo nel medio periodo; dall’altro, l’uscita dalla stagione del 110% impone un processo di selezione e ristrutturazione, che colpirà soprattutto gli operatori fragili e le imprese che hanno prosperato esclusivamente grazie all’onda lunga degli incentivi. La fase attuale lascia emergere l’esigenza di una politica industriale più stabile, capace di orientare la transizione energetica edilizia senza ricorrere a strumenti eccezionali di breve durata. Il Superbonus, in definitiva, si rivela un esperimento macroeconomico di grande potenza e altrettanto grande complessità: ha sostenuto la ripresa post-pandemica, ha ridistribuito liquidità verso famiglie e imprese e ha modernizzato una parte del patrimonio edilizio italiano, ma ha anche evidenziato i limiti di una strategia basata su incentivi straordinari, non integrata in un disegno industriale di lungo periodo. Il futuro della riqualificazione energetica in Italia dipenderà dalla capacità di trasformare questa esperienza in una politica strutturale, meno euforica ma più sostenibile, capace di accompagnare il settore edilizio in una transizione che resta imprescindibile per competitività, sicurezza e sostenibilità ambientale.

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