La tecnologia accelera, ma rischia di superare la capacità di governo economico e sociale.
Per oltre vent’anni le politiche educative, industriali e dell’innovazione delle economie avanzate si sono organizzate attorno a un paradigma preciso: STEM. L’acronimo – Science, Technology, Engineering, Mathematics – identifica l’insieme delle competenze scientifiche e tecniche considerate essenziali per sostenere la crescita economica, rafforzare la competitività industriale e formare il capitale umano della globalizzazione. STEM ha fornito una grammatica efficace per progettare, costruire e rendere scalabili le soluzioni tecnologiche, producendo risultati misurabili in termini di produttività, digitalizzazione e sviluppo tecnologico. Tuttavia, il mondo che questo modello ha contribuito a costruire presenta oggi un livello di complessità che il solo approccio tecnico fatica a governare.
Intelligenza artificiale, automazione, piattaforme digitali, cybersicurezza, transizione ecologica e trasformazione del lavoro non sono più semplici fattori di innovazione, ma variabili strutturali dell’economia. Producono effetti a catena su occupazione, distribuzione del reddito, competitività dei territori e sostenibilità dei sistemi di welfare. In questo scenario, il problema centrale non è più soltanto la capacità di sviluppare nuove tecnologie, ma la capacità di orientarne l’impatto macroeconomico nel tempo. La tecnologia accelera, mentre i processi decisionali, normativi e culturali restano spesso disallineati.
È qui che emergono i limiti del paradigma STEM. Straordinariamente efficace nel rispondere alla domanda “come costruire”, risulta molto meno attrezzato nel rispondere alla domanda “come governare ciò che costruiamo”. Le politiche industriali contemporanee riflettono questa frattura: investimenti ingenti in innovazione che non sempre si traducono in competitività sistemica, perché mancano strumenti per gestire consenso sociale, impatti occupazionali, sostenibilità normativa e fiducia collettiva. Il risultato è una crescita tecnologica che corre più veloce della capacità di assorbimento economico e istituzionale.
Negli ultimi anni si è tentato di ampliare il perimetro di STEM. STEAM ha introdotto le Arts, riconoscendo il ruolo della creatività e del design nei processi di innovazione. SHAPE (Social Sciences, Humanities and the Arts for People and the Economy) ha riportato al centro le scienze umane e sociali come fattori chiave per le persone e per lo sviluppo economico. Tuttavia, queste evoluzioni restano spesso additive: sommano competenze senza riorganizzare la logica decisionale, aumentando la complessità senza costruire una vera architettura di governo.
SCALE nasce per colmare questo vuoto. Non per sostituire STEM, ma per affiancarlo con un paradigma capace di leggere e governare la complessità economica contemporanea. SCALE è l’acronimo di Social Sciences, Communication Studies, Arts, Law, Economics e sposta l’attenzione dalla produzione di soluzioni alla gestione delle loro conseguenze. In un’economia sempre più automatizzata, il vero fattore competitivo non è solo la capacità tecnologica, ma la qualità delle decisioni che orientano l’uso della tecnologia e ne distribuiscono i benefici nel tempo.
Il prof. Carlo Maria Medaglia è delegato del Rettore per la Terza Missione, presidente della Commissione Spin Off e presidente della Commissione Rapporti con gli Enti Esterni dell’Università degli Studi Telematica IUL
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