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marina sereni: un ponte oltreoceano, ecco la commissione di collaborazione parlamentare italo-brasiliana

L’onorevole Marina Sereni, vicepresidente della Camera e presidente della Commissione parlamentare Italia-Brasile

L’Italia è amica del Brasile sotto vari aspetti: non solo perché ne ama il Carnevale e le spiagge ascoltando bossa nova, ma anche e soprattutto sotto il profilo istituzionale. Sono diverse le iniziative e diversi i livelli in cui le nostre istituzioni collaborano costantemente con quelle brasiliane e mantengono un rapporto basato sugli scambi e l’informazione, lo studio dei modelli precipui, lo sviluppo della reciprocità, l’osservazione, il dibattito. Uno dei primi esempi di amicizia italo-brasiliana è presente a livello parlamentare: pochi ne parlano, nonostante il Brasile abbia occupato una grande parte delle nostre testate e blog in occasione dei megaeventi di questi anni, ma è molto attiva da tempo una specifica Commissione di collaborazione parlamentare Italia-Brasile oggi composta da 5 membri e presieduta dalla vicepresidente della Camera dei Deputati, l’umbra Marina Sereni, già vicepresidente del Partito democratico ed eletta deputato per la XVII legislatura.
Già appassionata di politica estera e impegnata nel movimento per la pace: «Non può non far parte della storia di una militante della sinistra umbra il rapporto con il movimento pacifista. Sono stati proprio questi rapporti e questa vicinanza con i promotori della Marcia della pace Perugia-Assisi che mi hanno fatto entrare in relazione con la politica estera e con la complessità delle vicende internazionali di cui poi mi sono occupata per il partito», dichiara. Da responsabile per la politica estera nei Ds ha seguito le questioni del Medio Oriente, della guerra in Iraq, dei temi della globalizzazione e della lotta alla povertà e al sottosviluppo, del processo di unificazione europea, della riforma delle Nazioni Unite e delle organizzazioni sovranazionali, e ha partecipato in questa veste ai Congressi del Pse e dell’Internazionale Socialista. E il Brasile?
Domanda. Da quale esigenza nasce la Commissione di collaborazione parlamentare italo-brasiliana?
Risposta. Nel corso del tempo la Camera dei Deputati, sotto diverse presidenze, ha formalizzato accordi bilaterali di collaborazione tra le presidenze di Parlamenti importanti. Fermo restando che il Parlamento italiano è anche membro dell’Unione interparlamentare (UIP), per ragioni diverse alcuni presidenti hanno ritenuto che fosse utile e produttivo avere rapporti più stretti con alcuni Parlamenti specifici. Sotto la presidenza Violante, ad esempio, quando ancora non c’erano rapporti diplomatici correnti con l’Iran, in un periodo in cui in Iran c’erano i cosiddetti riformisti, si ritenne di sottoscrivere un protocollo d’intesa bilaterale e ne scaturì una commissione analoga a questa che oggi abbiamo con il Brasile. Lo stesso si è fatto con la Russia e con altri Paesi europei con i quali abbiamo un legame di amicizia più stretto, fino ad arrivare fino al Brasile: era il 2002.
D. Come mai il Brasile?
R. Le ragioni sono molteplici e radicate nella grande quantità di rapporti culturali, storici, economici che ci legano. Basti pensare alla quantità di brasiliani di origine italiana, oltre che alla comunità italiana tout-court che vive e lavora ancora in tante parti del Brasile.
D. Come si forma la Commissione?
R. In ogni legislatura si ricostituisce e di norma, per quanto ci riguarda, è presieduta nella parte italiana da un vicepresidente della Camera. Abbiamo già avuto diverse commissioni, ma nella scorsa legislatura c’è stato un momento di raffreddamento delle relazioni anche a causa della vicenda Battisti, perché l’Italia ha giustamente reagito a un gesto, quello compiuto del Governo brasiliano, che non è stato mai compreso e sempre contestato.
D. Quale è lo scopo effettivo della Commissione?
R. In generale, siamo molto attenti a non sovrapporci alle competenze in materia di politica estera del Governo. È chiaro che stiamo parlando di relazioni esclusivamente parlamentari, ossia di diplomazia parlamentare, iniziative volte a sviluppare la cooperazione e la facilitazione dei rapporti tra le nostre società e i nostri mondi economici e culturali, ma sempre rimanendo nell’ambito dell’attività parlamentare, e quindi sapendo che la politica estera italiana la fa il Governo. Essendo un Parlamento, dobbiamo mantenere anche una trasversalità di posizioni, attraverso la partecipazione di colleghi di gruppi sia di maggioranza che di opposizione.
D. Come è costituita la Commissione che lei presiede in particolare?
R. In questa legislatura essa è stata ricostituita con una riduzione dei membri, prima erano 8, ora 5 per ragioni di «spending review». Oltre a me, che la presiedo, c’è Mirko Busto del Movimento 5 Stelle, Claudio Fava del Gruppo Misto, e i due parlamentari Pd, Fabio Porta e Renata Bueno, eletti in Brasile.
D. Su cosa avete lavorato? Quali temi in particolare state affrontando?
R. Il protocollo d’intesa tra i due parlamenti è di carattere molto generale. Devo dire che nei mesi scorsi per parte brasiliana è stata molto attiva la collega Cida Borghetti, fino a febbraio deputata dell’opposizione e oggi eletta vicegovernatore dello Stato del Paranà. Grazie al suo impegno, già prima dell’insediamento formale della Commissione bilaterale abbiamo ospitato a Roma alcune delegazioni di parlamentari brasiliani cui hanno partecipato anche colleghi del PT, il Partido dos Trabalhadores, espressione della maggioranza. In questi incontri informali ci avevano segnalato alcuni temi, tra cui le carceri, la cooperazione economica, la questione delle condizioni di reciprocità per alcune materie di interesse dei nostri connazionali, come ad esempio i visti o il riconoscimento dei titoli di studio o delle patenti. Sulla base di questi contatti e di una missione che ho svolto in Brasile agli inizi di settembre, cui hanno partecipato anche i colleghi Porta e Bueno, abbiamo stabilito un programma che poi è stato alla base del primo incontro formale che abbiamo tenuto a Roma il 5 dicembre. In occasione dell’insediamento della Commissione si sono tenuti poi eventi collaterali importanti: il 2 e 3 dicembre 2014 l’onorevole Bueno ha organizzato un seminario tra parlamentari ed esperti italiani, brasiliani e argentini su temi di diritto amministrativo. Il 4 dicembre invece, per iniziativa dell’onorevole Porta, si è tenuta presso l’ILAA a Roma una tavola rotonda sulla situazione politica brasiliana dopo le elezioni presidenziali che hanno portato alla rielezione di Dilma Rousseff. La giornata di lavoro della Commissione è stata suddivisa in quattro sessioni: lo sviluppo delle relazioni italo-brasiliane sotto il profilo sociale e culturale con riferimento al ruolo della comunità italiana; la lotta alla criminalità organizzata e la questione carceraria; le politiche ambientali ed agricole anche nella prospettiva dell’Expo 2015; la promozione dei rapporti economici e istituzionali tra l’Italia ed il Brasile anche alla luce del Piano di azione del partenariato strategico Brasile-Unione europea, lo stato attuale e le prospettive di sviluppo.
D. Avete anche organizzato un dibattito «Dilma versus Marina», quando si pensava a un primo turno al femminile della presidente in carica Rousseff contro Marina Silva, per il Partito socialista brasiliano (PSB), potenziale vincitrice poi smentita da un secondo turno tutto a favore di Aécio Neves, affiliato al Partito solcial-democratico brasiliano (PSDB). Cosa pensa dell’esito delle elezioni?
R. Come dicevo poco fa, agli inizi di settembre ho avuto modo di fare una visita in Brasile e di incontrare molti esponenti politici, istituzionali e opinionisti brasiliani. Allora tutti ci dicevano che Dilma-Marina sarebbe stato un esito probabile del primo turno. I sondaggi si sono rivelati errati. Il ballottaggio tra Dilma e Aécio ha portato alla riconferma di stretta misura della presidente uscente che ora deve affrontare una bella sfida.
D. Il Brasile è un Paese immenso, l’Italia non lo è. Nonostante il primo sia comunque emergente, non più in via di sviluppo, e l’Italia, a prescindere dall’attuale crisi, abbia un posto tra le potenze mondiali, le dimensioni parlano da sé. Oltre a dire che il Brasile è in crescita, l’Italia in collasso. Come è possibile per noi riuscire ad avere un ruolo di spessore in questa amicizia?
R. Non condivido l’idea che l’Italia sia al collasso. L’Italia - insieme al resto d’Europa - ha vissuto una crisi economica lunga ma siamo comunque un grande Paese manifatturiero e con grandi risorse e potenzialità. Certo il Brasile in America Latina è un gigante, un attore globale nel mondo. Noi dobbiamo tenere conto della nostra dimensione geografica ed economica. Tuttavia è necessario notare come il Brasile abbia un grande interesse per le relazioni con l’Italia. D’altra parte, leggendo i nomi dei parlamentari brasiliani, è impressionante vedere quanti sono quelli di origine italiana. Il nostro protocollo prevede che ogni anno, una volta in Brasile e l’altra in Italia, si svolga un incontro della Commissione di collaborazione. Dopo le recenti elezioni, i brasiliani stanno ricostituendo la propria rappresentanza, sulla base dei deputati entrati a far parte del nuovo Parlamento, insediatosi il primo febbraio.
D. In che modo vorrete affrontare l’argomento carceri?
R. Pensiamo di organizzare, prima del prossimo incontro della Commissione, un seminario di approfondimento invitando a discuterne anche esperti dei due Governi. I temi sono complessi per entrambi: reinserimento, tossicodipendenza, sovraffollamento, presenza della criminalità organizzata. Sono tutti nodi per i quali non basta l’attività parlamentare.
D. Dopo questi «brainstorming» sulle varie materie, quali sono le attività delle Commissioni e in che modo si può passare dal piano teorico, culturale e di scambio a quello pragmatico di azione?
R. Il «follow up» consiste più nel lavoro che ciascuno dei due Parlamenti si impegna a fare. Per esempio i brasiliani hanno presentato una legge per la partecipazione del voto degli emigrati alle elezioni amministrative, e questa idea è nata anche vedendo l’esperienza italiana. E sebbene non ci siamo ancora occupati di questo, è un tema aperto in tutti e due i Paesi. Si trovano dei punti in comune, si facilita il lavoro di contatto tra le due comunità: quella italo-brasiliana è particolarmente attiva, e non è un caso che alla Camera ci siano due parlamentari su dodici - Porta e Bueno - eletti in Brasile, e anche al Senato ce ne sia uno. La comunità italiana in Brasile ha mantenuto, quando non ricostruito, rapporti molto forti con il Paese d’origine. Grazie al fatto che i discendenti di italiani possono avere la cittadinanza molti giovani mostrano interesse verso il nostro Paese. Penso anche alla collega Bueno, nata in Brasile, che è venuta in Italia per studiare e ha trovato qui una serie di motivazioni tanto da candidarsi al Parlamento italiano.
D. Bueno a parte, in questo momento la tendenza dei brasiliani è di fuggire in massa dall’Italia, come fanno gli stessi italiani ancor prima. Si tende al Brasile e non all’Italia, ciò non ci fa onore.
R. Non so se si possa parlare di fuga dall’Italia. È vero che nella mia ultima visita ho trovato per la prima volta alcuni giovani italiani andati in Brasile a cercare lavoro. A Casa Italia, con la Camera di Commercio di San Paolo, con le associazioni di italiani, per la prima volta, ho visto giovani che sono andati a cercare lavoro o lavorano già con le piccole e medie imprese italiane. C’è una grande voglia di Italia in Brasile, non soltanto tra gli italo-brasiliani. Anche per questo c’è ancora spazio per la nostra economia e la nostra cultura, così come per l’internazionalizzazione delle nostre imprese.
D. Ma la differenza è nella percezione: noi percepiamo di stare cadendo e loro percepiscono invece di stare crescendo.
R. Il dibattito brasiliano è stato molto acceso in campagna elettorale tra i sostenitori del Governo di Dilma e quelli dell’opposizione: la recessione tecnica di fine 2014 è stata letta dalla maggioranza come una contingenza dovuta a fattori internazionali, e dall’opposizione come una vera e propria crisi dovuta agli errori del Governo. Non dobbiamo dimenticare che il Brasile è un Paese emergente, che negli ultimi anni è divenuto un player mondiale: i due mandati di Lula (come è soprannominato l’ex presidente Luiz Inácio da Silva, ndr), e il primo di Dilma hanno sicuramente segnato un grandissimo avanzamento anche del ruolo politico del Brasile nel mondo, trasformandolo da Paese in via di sviluppo a Paese emergente. Ciò non significa che non ci siano grandi contraddizioni e ancora tanta povertà, ma la crescita e il miglioramento delle condizioni di vita di milioni di persone restano un dato della realtà. Detto questo, pur sapendo che l’Italia è una potenza media nel panorama europeo, in Brasile siamo tra i principali partners europei per la cooperazione economica e il livello degli scambi e dei contatti, enormemente superiori rispetto a quelli del Portogallo e della Spagna. Da questo punto di vista l’attività parlamentare, pur non avendo una ricaduta immediata in termini operativi, può essere di molto aiuto per far collaborare in una direzione positiva entrambi i Paesi.
D. Quindi lei è ottimista nonostante i tanti problemi legati alla povertà, alla fame, alle guerriglie?
R. Penso che il Governo brasiliano dovrà affrontare comunque dei cambiamenti. Oltre a quelli da lei citati, ci sono problemi legati alla crescita della cosiddetta classe C, la classe media, che naturalmente, grazie proprio ai risultati economici degli anni passati, adesso manifesta nuove esigenze. Non a caso le manifestazioni che si sono sviluppate dopo la costruzione degli stadi per i Mondiali erano su sanità, sicurezza, trasporti, cioè sul livello dei servizi, perché aumentando il reddito disponibile mutano e aumentano le richieste. Molti sondaggisti prevedevano che questa classe media avrebbe votato per le forze che si opponevano alla presidente e al governo uscente. Non è stato così, quel voto si è diviso e, sommandosi al consenso delle classi più povere che hanno goduto gli effetti positivi delle misure sociali realizzate dal Governo, ha portato alla vittoria di Dilma. Certo è che ora il Governo non potrà operare solo in continuità con il recente passato ma dovrà rispondere ad una domanda diffusa di cambiamento.
D. Da una parte i progressi, dall’altra molta corruzione. Cosa ne pensa?
R. Il tema della corruzione in Brasile è esploso in maniera devastante, ed è legato anche a una certa inefficienza e frantumazione del sistema istituzionale e politico. Basta pensare che nel Parlamento brasiliano siedono più di 30 partiti e che nessuna forza ha, da sola, una maggioranza certa. Non è un caso che i brasiliani abbiano una parola, «mensalão», ad indicare un meccanismo preciso, cioè quel fenomeno di corruzione che si origina nel rapporto tra il Governo e il Parlamento, volto a conquistare i voti dei parlamentari sui singoli provvedimenti del Governo.
D. Come può il Brasile uscire da un meccanismo corruttivo tanto elevato?
R. In generale credo che la presidente Dilma dovrà introdurre cambiamenti sul ruolo dello Stato nell’economia, cercando un diverso equilibrio tra pubblico e privato, creando maggiori opportunità, più concorrenza. Contemporaneamente vanno fatte le riforme politiche, cioè quelle istituzionali ed elettorali, e le riforme in senso lato del sistema politico, proprio perché ormai il Brasile è un Paese troppo importante per avere un sistema politico poco efficiente.
D. Cosa pensano gli imprenditori italiani che operano in Brasile?
R. I nostri operatori economici sanno di avere in Brasile uno spazio d’iniziativa, sviluppo e crescita. Naturalmente sono i primi a dire che l’Italia deve fare sistema. Il nostro Paese deve essere più coeso per acquistare importanza e rappresentarsi, non possiamo immaginare che vadano le singole piccole aziende; ma adesso stanno arrivando molte medie imprese e non ci sono più solo le grandi, come la Fiat, l’Eni, l’Enel: ad esse si sono affiancati nomi sia pure meno conosciuti in Italia ma che in Brasile funzionano e lavorano.
D. Lei non ha avuto nessuna esperienza in Brasile prima della Commissione?
R. Sono stata molte volte in Brasile per le mie precedenti mansioni. A Porto Alegre ho seguito tutti i Forum sociali mondiali, sono stata responsabile Esteri dei DS per 4 anni, dal 2001 al 2005, e abbiamo lavorato molto con il PT, che pur non essendo nell’Internazionale socialista, era ed è un interlocutore obbligato per i partiti d’ispirazione socialdemocratica e laburista in Europa e nel mondo.    

Tags: Febbraio 2015

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