Agricoltura sociale, la CIA propone un nuovo welfare

Può cominciare dalla cura dell’orto o da un corso di panificazione il riscatto sociale e il reinserimento lavorativo di persone disabili o svantaggiate. Perché l’azienda agricola non è più sinonimo solo di cibo, campagna, paesaggio rurale: oggi vuol dire anche welfare, uno spazio solidale dove le fasce deboli della popolazione possono costruire nuove relazioni sociali, fare terapia con gli animali o con le piante, ritagliarsi un posto nuovo nel mercato del lavoro. L’approvazione definitiva della legge nazionale sull’agricoltura sociale, poco più di un mese fa, ha finalmente riconosciuto giuridicamente le tante esperienze di eccellenza, spesso volontarie e autogestite, di chi ha saputo coniugare l’imprenditorialità agricola con la responsabilità sociale. «La buona agricoltura svolge da sempre una rilevante funzione sociale: oltre a latte, vino e frutta, produce welfare ‘rigenerativo’ dando nuova vita e nuove risorse al rapporto tra città e campagna e diventando un soggetto attivo nell’erogazione di servizi al pubblico», ha dichiarato il presidente della Cia Dino Scanavino. L’Italia oggi si colloca ai primi posti dello scenario europeo con oltre mille progetti e pratiche di agricoltura sociale all’attivo. Tantissime aziende associate alla Cia hanno già avviato e sperimentato questo nuovo modo di fare agricoltura, promuovendo l’offerta di servizi assistenziali e occupazionali a vantaggio di soggetti deboli (portatori di handicap, tossicodipendenti, detenuti, anziani, bambini) e di aree fragili (montagne e centri isolati) in collaborazione con istituzioni pubbliche e con il vasto mondo del terziario.

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