1° ottobre 2025. Prima si diceva: “I giovani cercano lavoro e pregano di non trovarlo”; poi, con l’avvento dello smartworking, improvvisamente tutti hanno preso a voler lavorare, potendo essere pagati senza muoversi di casa e senza avere le pressioni di un ambiente lavorativo spesso stressante, dove è necessario mostrarsi in un certo modo e conformarsi ad un certo tipo di socialità “professionale”. Invece, il lavoro in pigiama ha conquistato tutti, grandi e piccoli, così non solo i giovani si godono il loro strumento d’elezione, internet, ma anche i più maturi, sino a dire più vecchi, pretendono un lavoro che possano compiere senza faticare, a volte in videoconference, altre semplicemente sulla propria scrivania casalinga, quando non sdraiati sul letto. Se i giovani questo lo pretendono, i più anziani lo vivono come un’opportunità per non sentirsi invecchiare, per percepirsi utili ma, soprattutto, per continuare a guadagnare, ed anche facilmente. Non c’è obiezione al fatto che lavorare da casa sia più “rilassante” e non sottoponga il lavoratore allo stress non solo del traffico e del raggiungimento del luogo di lavoro, ma anche a quello delle gerarchie e delle convenzioni presenti in ufficio. Non è contestabile che il Covid abbia accelerato tutti i processi di resa alla tecnologia, imponendo uno sviluppo d’emergenza delle tecnologie e, con esse, delle mentalità.
Così, a seguito dell’anno zero, il 2020, si è non solo accettato ma anche preteso il contesto virtuale, lasciando in disparte quello reale soprattutto per lavori che non richiedono, in effetti, la presenza; anzi, spingendo molto oltre il concetto di “presenza” che, da allora, si è intesa eseguita anche online: è il caso dei servizi di psicoterapia che sono prolificati e hanno creato psicoterapeuti casalinghi che non ritengono necessario il contatto reale con il paziente ma lo vestono di virtualità spingendolo a richiedere sessioni psicoterapeutiche online perché più comode, o perché a volte le uniche possibili (in quest’ultimo caso, la psicoterapia online è utile là dove taluni soggetti non possano altrimenti beneficiarne per lavoro, distanza, disabilità o altro). La psicoterapia virtuale ha un nonsocché di forzatura, e ciò è dimostrato anche dai prezzi applicati dalle varie piattaforme, largamente prolificate, che vendono ore di psicoterapia online con prezzi ben più bassi della media, dove gli psicoterapeuti sono pagati non oltre 25 euro ad ora ed al cliente ne sono richiesti circa 40/50. È in corso la deprofessionalizzazione economica del terapeuta. Ma, cosa ancor più grace: gli psicologi aderenti sono prevalentemente molto giovani, privi di esperienza, ed usano la piattaforma per fare cassa ed arrotondare, ma anche per fare esperienza sul campo, ma senza operare – come è richiesto – con la supervisione di un professionista più esperto: quest’ultima, infatti, è sempre a pagamento e, considerate le tariffe dello psicoterapeuta da piattaforma, poco conveniente. Diverso è il caso in cui lo psicologo offra al proprio paziente la possibilità di effettuare alcune delle sedute online per questioni di comodità, di malattia, di esigenze peculiari; in quel caso, infatti, il “rapport” tra i due è costruito in maniera sana, completa, e solo alcune sedute saranno svolte in video, rimanendo prevalenti quelle in presenza.

Sono molti i casi in cui lo smarworking non è più sinonimo (con immediata traduzione) di lavoro intelligente, ossia nei quali lavorare diviene un interesse pigro volto solo a guadagnare senza più emozionarsi o sentirsi parte di un tutto: la virtualità, infatti, coinvolge a questo punto ogni settore della vita quotidiana e si confonde con le altre ore passate “scrollando” i social o chattando. Nelle professioni in cui, invece, non è richiesto l’uso di internet poiché non è necessario svolgere delle videocall, o seguire delle riunioni da lontano, il lavoratore si immerge ancora una volta nella sua aria di casa ed è diversamente stimolato, non potendo “switchare” nelle sue identità: si accentua, infatti, la sua faccia da marito/moglie, padre/madre, casalingo/a, e più in generale di persona, per scalzare l’identità che gli consente di sentirsi differente, riprendersi uno spazio diverso per sé, poter dividere la vita in più sezioni, quali lavoro e famiglia. Tutto questo impedisce, infatti, di astrarre il singolo dalla sua solita realtà e di dargli un rilievo anche all’esterno. La pigrizia, insita nello smartworking, si trasforma in un nemico della stimolazione verso la sana identificazione con altri modelli diversi da quelli routinari, rendendo ancora più aspra la quotidianità, dove peseranno, prima o poi, la noia e la depersonalizzazione. Così, ciò che dapprima sembrava “smart”, una fortuna, un modo intelligente di lavorare, la possibilità di unificare le sfere della propria vita “casa” e “lavoro”, diviene l’ennesimo baratro dell’uomo millenario.
Oggi si è diminuito anche il ciclo di lavoro, che in alcuni casi giova della “settimana lavorativa ridotta”, concepita con orari tra le 32 e le 37 ore settimanali, anziché le tradizionali 40, per combinare efficienza aziendale e benessere dei dipendenti, concentrandosi sulla qualità più che sulla quantità delle ore lavorate. Si è molto lontani dai turni massacranti di settanta ore cui erano sottoposti prima gli operai della fabbrica; dopo allora, il movimento operaio ottenne riduzioni progressive, a partire da una giornata prima di dieci, poi di otto ore. Ne parla Natalia Stawiarska, per LiveCareer, su https://www.
Tra le formule più diffuse di “settimana lavorativa ridotta”:
- settimana di quattro giorni (32 ore totali) – 8 ore al giorno, con uno in meno rispetto ai classici cinque, di solito a parità di stipendio.
- 9-80 – 80 ore suddivise in nove giorni invece di dieci, guadagnando un venerdì libero ogni due settimane.
- 9-72 – 72 ore in nove giorni, con un venerdì libero ogni due settimane, ma con un monte ore ridotto rispetto al 9-80.
- Mezza giornata il venerdì – restare a tempo pieno dal lunedì al giovedì, liberando il venerdì pomeriggio.
- settimana di tre giorni – da 24 a 36 ore settimanali, a seconda delle esigenze aziendali.
Alcune imprese mantengono lo stesso stipendio riducendo l’orario, altre lo legano alle prestazioni o lo riducono in proporzione. L’idea di fondo è sempre la stessa: fare di più con meno, ottimizzando tempi e processi lavorativi, senza trascurare il benessere del personale.
Prosegue: “La riduzione dell’orario lavorativo è stata testata in vari Paesi, spesso con risultati positivi. Ecco alcuni esempi:
- Islanda: Iniziato già nel 2015, un progetto pilota ha coinvolto migliaia di lavoratori, dimostrando che una riduzione dell’orario non compromette la produttività e migliora la qualità della vita.
- Bolt (USA): L’azienda ha reso permanente la settimana lavorativa di 4 giorni dopo una sperimentazione avviata nel 2021. La decisione è stata supportata dai risultati: l’87% dei manager ha riscontrato produttività e servizio invariati, il 94% dei dipendenti ha espresso il desiderio di continuare.
- Regno Unito: Oltre 60 aziende nel Regno Unito hanno sperimentato la settimana lavorativa di quattro giorni tra giugno e dicembre 2022. Il fatturato è rimasto stabile, i giorni di malattia si sono ridotti del 65 per cento e i casi di burnout sono diminuiti del 71 per cento. Più del 90 per cento delle imprese ha confermato l’intenzione di proseguire.
- Microsoft (Giappone): Con una settimana lavorativa di 4 giorni, la produttività è salita del 40 per cento, invece i costi operativi sono diminuiti.
- Unilever (Nuova Zelanda): Un progetto di 18 mesi ha mostrato una crescita del fatturato e una riduzione dell’assenteismo, spingendo l’azienda a estendere il modello anche in Australia. La sperimentazione in Nuova Zelanda ha portato a una crescita dei ricavi, un calo del 34 per cento dell’assenteismo e un maggiore coinvolgimento dei dipendenti. Anche il benessere è migliorato: stress in calo del 33 per cento, aumento del 15 per cento della vitalità sul lavoro e riduzione del 67 per cento del conflitto tra vita privata e professionale”.
Se vi sono molti vantaggi nello scegliere una settimana ridotta, quali miglioramento del benessere, maggiore attrattiva per i talenti, aumento della produttività e, certamente, un bel risparmio di risorse, sono individuati anche gli svantaggi. Innanzitutto “limitazioni settoriali: non tutti i settori possono permettersi di comprimere l’orario di lavoro senza conseguenze. Ambiti come sanità, trasporti o logistica richiedono un presidio continuo, rendendo la settimana corta più complessa da attuare”. La settimana lavorativa ridotta, poi, non soddisfa tutti i lavoratori: “alcune persone preferiscono mantenere una routine su cinque giorni o incrementare il salario con gli straordinari. Per loro, passare a un orario ridotto potrebbe non essere la soluzione ideale. Vi è anche la possibilità di costi aggiuntivi nei contesti in cui i turni sono lunghi o non facilmente modificabili, dove “le aziende potrebbero dover sostenere straordinari o assumere più personale per coprire le ore mancanti, incidendo sui costi totali”. Infine, è necessario apportare una riorganizzazione complessa che richiede spesso “una revisione di processi, calendari e modalità di lavoro” ed “investimenti in tecnologia, formazione e gestione del cambiamento”.
Alla riduzione della settimana lavorativa si guarda in maniera migliorativa rispetto allo smartworking fine a se stesso che, di base, persegue alcuni degli obiettivi della prima, quali la possibilità di garantire al lavoratore ore di libertà molto spesso concentrate nei weekend, cui si include il venerdì, o in determinate fasce orarie (mattina o pomeriggio). Lo smartworking non riduce le ore lavorative ma le colloca in una sfera diversa, anch’esso avvicinando il lavoratore alla sua sfera personale; inoltre, diversamente dalla settimana ridotta, consente di impiegare per il lavoro le ore notturne, purché la consegna sia effettuata entro le scadenze. In entrambi casi, è più facile per determinati soggetti, quali gli universitari, proseguire il ciclo di studi potendosi mantenere e esperimentando esperienze che saranno illuminate con il tempo. Lo smartworking è un lavoro intelligente, ma solo quando l’intelligenza venga usata, che è quando non intercorre la pigrizia da dissociazione, che rende il lavoratore un automa poco interessato a cosa si stia davvero svolgendo “lì fuori” e lo collega principalmente al frigo di casa. E, come non bastasse, si fuma anche di più.
di ROMINA CIUFFA
