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DA MADE IN ITALY A MADE FOR ITALIANS

L'editoriale di Victor Ciuffa

 

Made in Italy significa, letteralmente, «fatto in Italia». Senza scomodare Ludwig Wittgenstein, per ragionare su un fenomeno è buona regola partire dalle parole che lo descrivono. E se, come in questo caso, le parole sono in inglese, dalla loro traduzione. Pare infatti ormai persa la battaglia di chi, compreso Specchio Economico, sostiene da decenni che la lingua di Dante Alighieri non abbia nulla da chiedere in prestito a quella di William Shakespeare (ma questo è un altro discorso).
Fra i tanti Made in Italy c’è quello agro-alimentare, o per essere precisi, quello dei prodotti agricoli da una parte e dei cibi e bevande dall’altra. L’anno scorso non si è parlato d’altro prima, durante e dopo lo svolgimento della fiera mondiale e strapaesana conosciuta come Expo 2015. Ma è il caso di tornare sul tema, per tante ottime ragioni. Prima delle quali il suo peso economico: nel 2015 l’industria alimentare italiana ha fatturato 132 miliardi di euro, un valore peraltro invariato rispetto sia al 2013 sia al 2014. E che questo non sia diminuito lo si deve solo al significativo incremento delle esportazioni, celebrato da tutte le organizzazioni di settore - da Coldiretti a Federalimentare (Confindustria) - pronte per il resto a dividersi su tutto, compreso il significato di Made in Italy.
Nel 2015 l’export alimentare ha toccato i 29 miliardi di euro, quasi il 7 per cento in più del 2014; in altre parole 1 cibo o bevanda su 5 prodotte in Italia è stato venduto all’estero.
L’aumento delle esportazioni ha consentito di pareggiare il calo senza precedenti segnato dai consumi interni a seguito della lunghissima crisi economica che ha afflitto, e affligge ancora, il Paese. Ed è una magra consolazione il fatto che gli altri settori produttivi abbiano fatto ben di peggio: rispetto al massimo storico pre-crisi del 2007, la produzione alimentare ha ceduto 3,3 punti percentuali, mentre il totale della manifattura italiana ne ha persi 23.
Insomma sul fronte dei numeri il Made in Italy alimentare ha tenuto botta. Ma sul resto? Qui il discorso si fa più complicato. Qualcuno ha argutamente osservato che di fronte al cibo (e alle bevande) gli europei si dividono in due grandi scuole di pensiero: c’è chi lo considera arte e chi lo considera carburante. E ha sostenuto che il segreto del successo della cucina italiana sta nel suo porsi sensatamente a metà strada fra queste due visioni. Ammesso che ciò sia vero - ed è ragionevole crederlo - si può provare a tradurlo dicendo che quanto mangiamo e beviamo dev’essere, al tempo stesso, buono, nutriente (nel modo giusto), sicuro ed economicamente accessibile. È un obiettivo raggiungibile? E se sì, quanto ne è distante il consumatore italiano che ogni giorno va a fare la spesa?
Nelle scorse settimane uno dei rappresentanti dei consumatori italiani, Primo Mastrantoni segretario dell’Aduc (Associazione per i diritti degli utenti e dei consumatori), ha dichiarato: «La pasta è fatta con il 60 per cento di grano duro proveniente dall’estero, il 40 per cento del pane è fatto con grano proveniente dall’estero, l’80 per cento del latte e derivati è estero, il 66 per cento dei prosciutti è estero, il 50 per cento dell’olio di oliva è estero, il 90 per cento del tonno è oceanico, importiamo dall’Olanda 50 mila tonnellate l’anno di pomodori da tavola. Dov’è il Made in Italy tanto decantato?». E così conclude: «Nei supermercati si vende tranquillamente l’olio ‘mediterraneo’, per dire che non è italiano. È un problema di prezzi, visto che si vende a pochi euro al litro. Ci aggiungiamo la necessità di controlli capillari che, questi sì, garantirebbero la qualità dei prodotti. Made in Italy o meno».
A chi domanda dove sia il Made in Italy le grandi industrie alimentari italiane rispondono che è nel «chi» produce e nel «come» lo fa, mentre l’origine geografica della materia prima, in sé, non è decisiva e neppure rilevante. Detto con il linguaggio contemporaneo, la globalizzazione dei mercati e la strutturale carenza di materie prime nazionali nel mercato agro-zootecnico rendono certi integralismi del tutto irrealistici e non in linea con la nozione doganale di «Made in» vigente nell’Unione Europea, che si basa sull’ultima trasformazione sostanziale dei prodotti. E come prova del nove di questa affermazione portano proprio l’esempio della pasta: se davvero la differenza stesse nell’origine geografica della materia prima impiegata, allora la Russia o il Canada dovrebbero fare la pasta più buona del mondo. E invece la importano dall’Italia dopo averle venduto il loro grano.
Ma non è solo un fatto di quantità e di qualità. È anche, come ricorda Mastrantoni, un fatto di prezzo. La diminuzione del valore delle vendite di prodotti alimentari registrato in Italia negli anni della crisi è la conseguenza dei miliardi di atti di acquisto individuali che il consumatore, vistasi ridurre la propria capacità di spesa, ha compiuto al supermercato. Chi può onestamente negare che oggi, davanti allo scaffale, la prima cosa che si cerca non sia la marca ma la marca in promozione, se non la promozione e basta?
Non che improvvisamente il gusto degli italiani sia morto, come la pietà ai tempi della guerra partigiana. Anzi, a giudicare da certi fenomeni, mai come oggi questo sembra godere di ottima salute: a qualsiasi ora del giorno la tv mostra persone, famose e non, da 5 a 90 anni, che cucinano, si fanno la guerra in cucina, ambiscono a un futuro in cucina. E poi ci sono le star che consigliano, di solito bruscamente, giudicano alzando un sopracciglio o sbraitando, aumentano gli incassi del proprio ristorante o ne inaugurano un altro, scrivono libri e dispense e aprono blog. Più che con l’arte il cibo sembra ormai coincidere con la vita e riempirne completamente il senso.
Dov’è la verità? Probabilmente nel mezzo, come al solito. Si possono, e debbono, mangiare cose buone, garantite e che non costino un occhio della testa. Dunque, da una parte, leggi dello Stato che assicurino al consumatore il massimo dell’informazione e dei controlli su ciò che acquista; dall’altra produttori e distributori, meglio ancora se insieme alle istituzioni, impegnati a garantire per ogni prodotto il più alto livello possibile di bontà, qualità, sicurezza ed economicità. Iniziative in tal senso non mancano e altre, importanti, stanno per arrivare. Con un obiettivo: far coincidere il Made in Italy con il Made for Italians.

Tags: Giugno 2016 industria alimentare pasta made in italy agroalimentare alimentazione consumatori Victor Ciuffa export

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