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MEGLIO ASCOLTARE GLI UOMINI CHE FECERO L’ITALIA

L'editoriale di Victor Ciuffa

 

In un non dimenticato servizio della «Domenica Sportiva» di quasi quarant’anni fa, il giornalista (e tante altre cose, tutte eccellenti) Beppe Viola, reduce dalla visione di uno dei più brutti derby milanesi della storia del calcio, ebbe la bella idea di non mostrare le immagini di quella partita, ma di mandare in onda gli spezzoni in bianco e nero di un altro Inter-Milan, del 1963, di ben maggiore (fino all’incomparabilità) caratura tecnica e spettacolare. Così argomentando la propria scelta: «Quando un appassionato di musica torna a casa deluso da un concerto molto atteso, per rifarsi le orecchie sistema un pezzo classico, per un riavvicinamento immediato alla cosa amata. Noi abbiamo avuto la stessa idea, riaprendo l’album dei ricordi».
Stavolta quell’idea è venuta a noi. Ma per parlare non di calcio né di musica, bensì di politica e di cosa pubblica. In un periodo in cui parole (concetti?) come nuovo, nuovismo, cambiamento, rottamazione, o le più classiche, anche se metaforizzate, riforma e rivoluzione occupano il campo del dibattito politico e del legiferare istituzionale, volgersi al passato, alle parole e alle opere degli «uomini che fecero l’Italia», può sembrare un anacronismo. Meglio, ad usare - edulcorandola - la sbrigativa dialettica pubblica contemporanea, una stupidaggine. Non siamo d’accordo. Perché siamo ciò che ricordiamo, come individui e come Paese. E, come abbiamo ascoltato nelle scorse settimane da un grande intellettuale che non c’è più, una persona o un Paese senza memoria non è niente.
Ci è dunque capitato recentemente di rileggere i due volumi, intitolati appunto «Gli uomini che fecero l’Italia», che lo storico - e direttore di giornale, politico, presidente del Consiglio, presidente del Senato, senatore a vita della Repubblica - Giovanni Spadolini pubblicò per la Longanesi & C. fra il 1972 e il 1993. «Centoundici profili complessivi svincolati, il più possibile, da ogni suggestione agiografica»: così li descrive l’autore nella prefazione al secondo volume scritta nel 1991, anno che segnò l’inizio della fine di quella prima Repubblica di cui lo stesso Spadolini, in ciascuno dei ruoli ricoperti nel corso della sua vita pubblica, era stato un attore di primo piano.
Cesare Beccaria e Luigi Sturzo, Vittorio Alfieri e Giuseppe Verdi, Giuseppe Garibaldi e Gabriele D’Annunzio, Arturo Toscanini e Antonio Gramsci, Goffredo Mameli, Giovanni Amendola e Luigi Einaudi: Spadolini trae spunto da questi e dagli altri cento uomini (compresa qualche donna) raccontati per porre la questione fondamentale, tutta presente: «Il dovere dei politici è di inalveare la protesta, non di accarezzarla o di servirsene. Questa è la prima lezione che si leva dagli uomini che fecero l’Italia, negli anni remoti come in quelli più recenti. Ci sarà una classe dirigente capace di interpretare e di incanalare questa fase drammatica?».
La domanda, ripetiamo, è del 1991. Ma chi potrebbe dire che oggi, finita la seconda Repubblica e alla vigilia della ratifica referendaria della terza, sia anacronistica? Qualcuno ha scritto che il Risorgimento italiano è stato «senza eroi» attribuendo a questo fatto il perdurare dei problemi e degli squilibri economici e sociali che, ancora oggi, dividono il Paese. Ma guardando al panorama delle persone chiamate oggi a «fare il futuro dell’Italia», e comparandole con quelle di allora, che cosa dovremmo concludere?
Il «pezzo classico» che a questo punto ci regaliamo è di un «autore» controverso, uno dei protagonisti del passaggio dalla monarchia alla repubblica: Ivanoe Bonomi. «Avvocato, giornalista e politico italiano», recita la bibbia dei nostri tempi Wikipedia. Esponente della «seconda generazione degli uomini politici della giovane nazione italiana, quelli che non avevano partecipato alle lotte armate del Risorgimento», socialista espulso nel 1912 dal partito per il suo appoggio alla guerra di Libia, interventista democratico e volontario al fronte nella prima guerra mondiale, entrò nei Governi post bellici fino a diventare presidente del Consiglio per otto mesi tra il 1921 e 1922 e venire infine estromesso dal fascismo vittorioso verso il quale, per tutta la vita, gli verrà rimproverata debolezza, nel caso migliore, e corrività in quello peggiore.
Vent’anni dopo, franato rovinosamente il regime mussoliniano, fu presidente di due consecutivi Governi fra il giugno 1944 e il giugno 1945; dal 1947 partecipò alle conferenze di pace come delegato dell’Italia; assunse la Presidenza del Partito socialista democratico italiano. Infine, l’8 maggio 1948, fu eletto primo presidente del Senato della Repubblica, carica che mantenne fino alla morte avvenuta nel 1951. Spadolini riferisce alcuni passi del breve intervento che Bonomi tenne il giorno dell’insediamento alla seconda carica dello Stato: «Il Senato elettivo doveva inaugurare un istituto senza precedenti in un secolo di storia, perché per la prima volta non nasce dalla scelta delle alte autorità dello Stato, ma deriva dalla volontà popolare e riflette direttamente il clima politico della nazione». In quello stesso intervento egli difese la validità della scelta bicamerale, due camere di pari dignità e autorità, pur non essendo un «puro duplicato».
Spadolini riporta anche il passo di Bonomi sulla libertà di parola nei dibattiti, pur nel rispetto della dignità dell’assemblea: «Nessuno vuole che le competizioni politiche abbiano a scomparire e che le correnti in lotta si confondano in una conciliazione miracolosa. Le parti politiche debbono vivere per controllarsi, misurarsi, sospingersi a vicenda. Dove è lotta è vita, dove è stasi è morte». E così conclude: Bonomi «fu un modello, in quegli anni di Presidenza, delle virtù di equilibrio e di moderazione che sembravano quasi connaturate alla storia, e allo spirito, di Palazzo Madama. Sempre detestati, l’una e l’altro, dalla dittatura fascista».
Buona lettura. E buona fortuna a tutti noi.

Tags: Marzo 2016 governo Victor Ciuffa Spadolini

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