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l’europa, una famiglia in cui si fanno affari sui parenti

di LUCIO GHIA

Dedicata agli aspetti di interconnessione, all’importanza di essere sempre più coordinati dal punto di vista economico, monetario e bancario con le istituzioni centrali europee nella prospettiva di una politica monetaria e bancaria progressivamente più unitaria, quest’anno la relazione del Governatore della Banca d’Italia del 31 maggio ha fatto sperare che l’attuale stato di difficoltà anche nei rapporti interbancari per ciò che attiene ai debiti sovrani ed alla loro copertura a livello europeo, vengano risolti con iniziative ispirate ad una visione complessiva del fabbisogno europeo, ma nello stesso tempo rispettosa delle necessità dei vari Paesi.
La grande idea che animò la costituzione del mercato unico costituisce ancora, infatti, la via obbligata per cogliere nuove e comuni opportunità di sviluppo e di stabilità. Oggi il cammino verso l’unione economica e monetaria ha subito un brusco rallentamento e sta mostrando più di qualche crepa; ha bisogno di riacquistare slancio con un passaggio evolutivo di maggiore intensità tale da eliminare le discrasie che sono emerse in questi ultimi anni. Non si può fare a meno di pensare, al riguardo, alle speculazioni realizzate per la notevole differenza di tassi che ha penalizzato l’Europa «povera» a vantaggio dell’Europa «ricca». Quando in una «famiglia» i cugini ricchi, fanno affari «sulla pelle dei parenti poveri» si dovrebbe gridare «allo scandalo» e rimettere i valori, non solo in senso economico, al posto giusto.
Vari mesi fa sollecitai su Specchio Economico una riflessione sull’opportunità di emettere a tassi bassissimi, ad esempio 0,50 per cento, obbligazioni, garantite dalle riserve auree italiane. Si tratterebbe di un «bene rifugio» per eccellenza, quindi, ben accolto dagli investitori esteri e italiani che cercano la massima sicurezza e protezione dell’intangibilità del capitale. Lo strumento potrebbe essere europeizzato, come autorevolmente sostiene anche l’economista Alberto Quadrio Curzio, garantendo la copertura di bond europei da emettere a tassi molto bassi, con l’oro proveniente da «riserve» europee detenute dalle Banche centrali nazionali, consistenti in quantitativi cospicui dei quale l’Italia detiene una gran parte, circa un terzo. La raccolta di risparmio europeo di finanza internazionale così compiuta andrebbe poi ripartita tra i vari Paesi in funzione della quantità di riserve auree da ciascuno posta in garanzia.
Questo strumento, però, potrebbe risultare sgradito a Paesi come la Germania che emette obbligazioni a tassi bassissimi in nome della sicurezza dello Stato e senza garanzie auree. Accanto a questa nuova forma di garanzia, che non priverebbe gli Stati della proprietà né del possesso delle riserve auree nazionali se non in caso di «default», potrebbe individuarsi un’analoga forma di impiego finanziario dell’immenso patrimonio artistico del nostro Paese, prioritariamente finalizzata alla conservazione ed alla migliore fruizione dello stesso e nello stesso tempo alla ripresa economica. Si pensi ai tanti lavoratori del settore: restauratori, trasportatori, assicuratori, operatori turistici ed alberghieri ecc. che potrebbero beneficiarne. Questa prospettiva appare peraltro coordinata con l’invito svolto dal Governatore alle banche affinché operino nel territorio, attuando «interventi incisivi per spezzare la spirale negativa del credito» e per favorire investimenti e innovazione.
In realtà per chi vive la patologia dell’impresa in crisi, spesso a causa della mancanza di sostegno finanziario quando ve ne è più bisogno, il richiamo del Governatore alle banche va calato in una realtà in cui il rapporto banca-impresa soffre di una grave diaclasi tra le valutazioni e le necessità dell’imprenditore che opera in mercati sempre più instabili e difficili, e quelle della banca di riferimento attratta da operazioni finanziarie spesso lontane da impieghi territoriali. Di fronte alle difficoltà della globalizzazione, allo Stato che non onora i propri debiti, ai costi di una recessione che pesa sull’attività produttiva e prevede ulteriori riduzioni dell’occupazione, occorre recuperare un accesso al credito più dinamico, atto a sostenere una visione più fiduciosa nel Paese, che è indispensabile per qualsiasi ripresa.
Il vecchio detto: «La banca ti dà l’ombrello quando c’è il sole e te lo toglie quando piove» oggi va, infatti, radicalmente sovvertito. In realtà, se le aggregazioni tra le banche cooperative delle quali ha parlato il Governatore possono far sì che le piccole banche diventino più strutturate, più forti e in grado di competere internazionalmente con le concorrenti italiane, il ruolo delle banche territoriali è ancora molto importante. Infatti proprio l’attività che svolgo nella riorganizzazione delle imprese in crisi dimostra, pur con tutti i limiti e le riserve del caso, che spesso è proprio la piccola banca che opera nel territorio a trovarsi nel momento del bisogno a fianco dell’imprenditore che conosce e accompagna da trent’anni.
Mentre la grande banca appare più orientata verso le grandi operazioni, desta preoccupazione che «solo» il 2 per cento dei «derivati» che inondano il pianeta, con volumi stimati leggermente al di sotto dei 700 miliardi di dollari, risulterebbe  sottoscritto dalle banche italiane. Ebbene questo 2 per cento vale 14 miliardi di dollari. C’è da domandarsi se questo sia un dato esaustivo e se le nostre grandi banche che hanno consistenti «propaggini» all’estero non riservino amare sorprese sotto questo profilo. C’è il rischio che, tra i «crediti» apparenti nei bilanci delle controllate estere, non siano presenti ulteriori «derivati» destinati a trasformarsi in ulteriori e non lievi perdite? Ed allora, se consideriamo che in Italia la gran parte dei 5 milioni di Partite Iva è costituita da piccoli imprenditori, forse il modello di sviluppo dell’area bancaria e finanziaria, che soffre di una obiettiva crisi, deve arricchirsi di ulteriori esperienze.
Nel mio lavoro di componente della delegazione italiana presso l’Uncitral, la Commissione permanente delle Nazioni Unite per il Diritto del commercio internazionale, ho affrontato in oltre 10 anni, insieme ai rappresentanti di oltre 60 delegazioni estere, un complesso studio su speciali sistemi di finanziamento per le imprese che vanno sotto la denominazione di «Security Interests».
Tali strumenti si sostanziano nella creazione di privilegi a favore della banca o enti finanziatori, costituiti su uno, o su più, o su tutti gli «assets» dell’impresa, inclusi beni immateriali come marchi, know how, avviamento, brevetti, disegni e spesso anche «assets» futuri. Si è in presenza di una forma di garanzia molto elastica che viene annotata, con effetti dichiarativi, su un registro elettronico che costituisce il perno intorno al quale ruota la vicenda creditizia e il fabbisogno finanziario dell’impresa cliente.
Ebbene, questa forma di garanzia, che potremmo chiamare più tecnicamente «garanzia non possessoria su beni aziendali» - ma tra i beni aziendali possono essere inclusi anche i beni personali dell’imprenditore o di terzi - riesce a costituire un’efficace cinghia di trasmissione tra la banca e l’impresa tarata elasticamente sul fabbisogno che questa può avvertire in quel determinato momento.
A questo punto non è l’impresa che dovrà andare nel mercato magari emettendo obbligazioni, o cercare di volta in volta un intermediario finanziario dotato di specifico know how per realizzare un’operazione di questo tipo, ma è la banca stessa che, avendo in garanzia tutti gli assets compreso il magazzino e le liquidità che derivano giorno per giorno dalle vendite, ha interesse ad accompagnare l’impresa anche nei momenti di difficoltà, perché ne vive dall’interno i periodi di espansione così come di riflessione, in quanto anche la vita dell’impresa avverte fisiologicamente piccole o grandi pause, lievi o gravi malattie. Da questo contesto emerge un modo nuovo di fare credito.
Le delegazioni della World Bank e del Fondo Monetario Internazionale, così come la Commercial Financial Association che raccoglie la voce internazionale di numerosi enti che si occupano di questa tipologia di credito, seguono con attenzione i nostri lavori e apportano il contributo della loro esperienza non solo teorica, ma maturata sul campo, poiché i «secured interests» sono utilizzati negli Stati Uniti, in Canada, Nuova Zelanda, Australia, Israele, Croazia e da qualche anno anche in Cina.
I volumi dei finanziamenti che usano questo tipo di strumenti, sono di tutto rispetto e in continua espansione e soprattutto dimostrano che i «secured interests» sono in grado di operare in diversi Paesi ancorché contraddistinti da culture ed assetti bancari dissimili. Forse proprio le attuali difficoltà della nostra economia possono rappresentare la spinta necessaria per aprire anche le nostre banche e le nostre istituzioni finanziarie a modelli diversi, meno costosi, meno burocratici, ma soprattutto più legati alle realtà territoriali da sostenere.
Anche in questa prospettiva è senz’altro da condividere il monito contenuto nella parte finale della relazione del governatore Visco: «Non bisogna aver timore del futuro, del cambiamento. Non si costruisce niente sulla difesa delle rendite del proprio particolare, si arretra tutti. Occorre consapevolezza, solidarietà, lungimiranza, interventi e stimoli ben disegnati che, anche se puntano a trasformare il Paese in un arco di tempo non breve, produrranno la fiducia che serve per decidere che già oggi vale la pena di impegnarsi, di lavorare, di investire». 

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