A.R.T.E. E AGICI, QUANTI DI NOI CHIUDONO L’ACQUA QUANDO SI LAVANO I DENTI?

30 settembre 2025. Quanti di noi chiudono l’acqua quando si lavano i denti? Se lo sono chiesto tutti coloro che hanno partecipato, oggi alla Biblioteca del Senato, alla conferenza di A.R.T.E., l’Associazione Reseller e Trader dell’Energia. La risposta, per alzata di mano, è stata migliore di quanto ci si aspettasse, e questo è anche merito della sensibilizzazione culturale che hanno messo a punto e stanno migliorando gli operatori nel settore dell’acqua. Di evoluzione idrica, dunque, hanno parlato i relatori, consapevoli dell’allarme ormai insostenibile che il pianeta, e in particolare l’Italia, sta lanciando da almeno dieci anni, con uno stato di continua severità arancione ed un “water divide” che distingue tra Nord (alluvioni) e Sud (siccità) e che non accontenta nessuno. 

Dal confronto è emerso che sono necessari più investimenti nel settore ad opera di tutti, pubblico e privato, e la proposta di A.R.T.E., pronunciata oggi attraverso le parole del suo presidente Marco Poggi D’Angelo, che sostiene l’adozione di un sistema di Certificati Blu ispirato a meccanismi già collaudati in altri settori. “Lo strumento prevede obiettivi vincolanti di riduzione dei consumi e la possibilità per le imprese di scambiare sul mercato certificati che attestino il risparmio effettivo ottenuto, come già avviene con il mercato dei Certificati Bianchi. In questo modo innovazione tecnologica, riuso e riciclo dell’acqua possono divenire leve concrete per ridurre la pressione sulla risorsa idrica, trasformando la sostenibilità in un vantaggio competitivo e distribuendo in modo equo l’impegno tra tutti i settori”. 

(Marco Poggi D’Angelo, presidente di A.R.T.E.)

La crisi idrica è una realtà tangibile: ondate di calore, precipitazioni estreme e periodi di siccità stanno compromettendo la disponibilità e la qualità dell’acqua, minacciando agricoltura, industria e vita quotidiana. I metodi tradizionali di gestione non sono più sufficienti, proprio per questo l’Associazione vuole essere tra i primi a chiedere al MASE e al GSE di accelerare lo studio per l’applicazione di una misura moderna, che potrebbe aiutare a ridurre gli sprechi.

Sottolinea Marco Casini, segretario generale dell’Aubac, l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale: “Sono dieci anni che viviamo fenomeni sempre più frequenti di indisponibilità idrica, in situazioni di severità arancione. Questa difficoltà riguarda tutti, i comuni, l’agricoltura, l’industria e i flussi idrologici come fiumi a o laghi che stanno perdendo la loro dimensione. Mancano manutenzioni, connessioni, infrastrutture nel problema acqua, che ha fatto il suo corso naturale sul quale si è inserito anche il cambio di clima. Quest’ultimo è stato negli ultimi anni peggiorativo in termini di caldo raggiunto, portando anche a parità di pioggia un maggiore fabbisogno di acqua. La variabile temperatura ha innescato il cambio di rotta. La carenza d’acqua incide sulla produzione di energia. L’efficientamento deve essere tanto nella gestione dell’acqua intesa come governance, quanto in una maggiore conoscenza del fenomeno, che deve essere noto per poter pianificare una programmazione”.

(Marco Casini, segretario generale dell’Aubac)

Maria Siclari, direttore generale dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, ha dichiarato: “A livello nazionale abbiamo elaborato il modello del bilancio idrologico: dal 1951 al 2024 abbiamo visto che ogni anno la disponibilità dell’acqua è andata diminuendo. Il 2024 la situazione è migliorata rispetto al trentennio precedente, ma abbiamo avuto un Paese spaccato a metà tra Nord (piogge) e Sud (siccità). Ci aspettiamo un aumento ulteriore di temperature, il 2024 è stato l’anno più caldo, le stime future ci danno l’immagine di un Paese in cui diminuiranno le precipitazioni. Stiamo sviluppando un servizio idroclimatico di bollettini per monitorare la situazione. Dobbiamo arrivare a dare una conoscenza che renda il consumo dell’acqua anche equo e sostenibile, oltre che efficiente”.

(Maria Siclari, direttore generale dell’Ispra)

Massimo Gargano, direttore generale dell’ANBI (Associazione Nazionale dei Consorzi di Gestione e Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue) ha proseguito: “L’Italia ha fatto da tempo la scelta di un modello di sviluppo incentrato sul cemento, spostando tutta la popolazione sulla costa e spopolando l’altra parte. Mancano la visione e la programmazione di lungo periodo. Noi lavoriamo su quattro assi: manutenzione (ordinaria e straordinaria), infrastrutturazione (è chiaro che il Vaiont impedirà al nostro Paese di fare altre dighe, dunque creeremo invasi che possono dare acqua anche al sistema energetico), innovazione (abbiamo l’obbligo di innovare per risparmiare e rendere le imprese più competitive), la cultura (con vari progetti, non da ultimo il Forum mediterraneo dell’acqua nel 2026)”.

(Massimo Gargano, direttore generale dell’ANBI)

Per Gerardo Sansone, della struttura di supporto al Commissario per la crisi idrica, “non piove come pioveva in passato ma piove male. L’Italia è un Paese che preleva 150 metri cubi di acqua al giorno pro capite, rispetto agli 80 della Francia o ai 60 della Germania. Il Commissario straordinario, nella presentazione delle sue proposte, ha individuato delle criticità, da una parte nella frammentazione normativa, nella sovrapposizione gestionale che di certo non favorisce gli investimenti, nella governance multilivello alla quale manca un coordinamento funzionale; dall’altra nel ‘water divide’ tra Nord e Sud. Ha proposto delle soluzioni tra breve (emergenziale) e lungo periodo (strutturali); di regolazione economica e di regolazione ambientale (come l’indicatore di resilienza idrico introdotto  da ARERA nel 2024, che è andato a valorizzare l’efficienza del sistema rispetto alla disponibilità; oppure il rafforzamento delle strutture gestionali come sono le Autorità, con funzioni di pianificazione strategica)”. 

Giampiero Grillo di ARERA (l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente) parla di strumenti di secondo livello quale la possibilità di reclamare contro il proprio gestore. “Abbiamo seguito l’evoluzione e cercato di ponderare le risposte che arrivavano per poi reagire in maniera efficiente. Abbiamo prima un afflusso di chiamate all’operatore, strumento al quale si accede facilmente e gratuitamente; subito dopo ci sono strumenti paralleli come quello della segnalazione, che ci permette di gestire, per settore e per territorio, le problematiche evidenziate, non potendo ovviamente intervenire sulla siccità ma su altro; abbiamo fatto in modo che attraverso la consultazione si potessero dare le informazioni utili per interventi mirati. Uno strumento per incentivare il confronto tra utente e gestore è il servizio di conciliazione”.

Anche AGICI, ente di ricerca, a Milano ha messo sul tavolo il tema idrico nel corso del VIII Convegno Annuale dell’Osservatorio Idrico OSWI – Observatory for a Sustainable Water Industry, e lo ha fatto con lo studio “Il futuro del SII tra investimenti prioritari e strategie di finanziamento”, partendo dal presupposto che il cambiamento climatico spinge gli investimenti nel settore idrico. In Italia, la sempre più scarsa disponibilità delle risorse idriche, l’aumento del rischio alluvionale, che riguarda oltre 7 milioni di abitanti, e l’impatto della siccità hanno fatto emergere la necessità per gli operatori di investire in maniera sempre più robusta sulla resilienza del sistema idrico integrato. Ammontano infatti a 40 miliardi di euro gli investimenti, realizzati e preventivati, tra il 2018 e il 2029, secondo un trend che trova il suo picco nel biennio 2024-2025.

“Il nuovo rapporto OSWI fa emergere chiaramente come gli investimenti nel settore idrico siano destinati a crescere nel tempo per l’importante necessità di ammodernamento fisico e digitale delle infrastrutture, nonché per l’impatto dell’inflazione, che ha fatto aumentare il costo dei progetti di oltre del 20% negli ultimi 5 anni”, ha dichiarato Marco Carta, amministratore delegato di AGICI. “Occorre far sistema tra utility, mondo finanziario e finanza pubblica per un piano di lungo periodo volto a trovare le risorse per queste opere, allo scopo di suddividere gli oneri in modo equilibrato tra cittadini e istituzioni pubbliche”. 

(Marco Carta, AD di AGICI)

Rispetto agli interventi, lo studio evidenzia il peso maggiore degli investimenti destinati alla riduzione delle perdite idriche, seguiti da quelli per il miglioramento della qualità dell’acqua depurata e per l’adeguamento del sistema fognario. Nell’analisi degli indicatori economici si osserva una crescita del 16% dei ricavi complessivi nel periodo 2018-2023, ma nello stesso periodo le aziende mostrano un’esposizione debitoria crescente, in particolare nei confronti del sistema bancario, con un incremento del 36%, e peso sempre maggiore nella ripartizione del debito è costituito dal finanziamento sostenibile, in linea con le politiche europee di transizione ecologica e con le crescenti esigenze di rafforzamento della finanza climatica. Proprio la finanza sostenibile è uno degli strumenti più efficaci: appare dunque necessario che le aziende idriche sviluppino modelli di finanziamento più competitivi e meno legati al settore regolato, con una gestione industriale dell’acqua, muovendosi verso il mercato e attirando capitali in grado di rispondere alle esigenze future.

 

Condividi su: