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Europa: maglia nera all’Italia per la lunghezza dei processi civili. E non riusciamo più a rimontare

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Secondo i dati Ocse, l’Italia si posiziona ultima tra tutti i Paesi europei per durata media dei procedimenti civili. Il tempo medio per la conclusione di un procedimento nei tre gradi di giudizio è quasi 8 anni

(2866 giorni), contro una media di 788 giorni nei Paesi Ocse e un minimo di 368 in Svizzera. Se si considera la classifica Doing Business 2016 della Banca Mondiale, si scopre che alla voce «applicazione dei contratti» il nostro Paese, con una media di 1.120 giorni per riscuotere un credito commerciale (circa 3 anni), si posiziona dietro agli altri stati membri europei (eccezion fatta per Grecia e Slovenia); 1.120 giorni è un valore quasi triplo rispetto a Francia (395), Germania (429) e Regno Unito (437).
La giustizia inefficiente impatta negativamente sulla struttura dei costi delle imprese (per via dei maggiori oneri collegati a lentezza ed esborsi di natura legale), sull’allocazione e sul costo del credito (se il tribunale è lento, la sanzione è rinviata, e ciò incentiva comportamenti opportunistici da parte di cittadini e imprese), sulla vita stessa dell’impresa. La dimensione di un player economico, la capacità di entrare nel mercato e competere, la volontà di investire sono correlati negativamente alle inefficienze della giustizia. Negli ultimi dieci anni gli investimenti esteri diretti in Italia, in percentuale sul Pil, sono stati in media un terzo rispetto a quelli dei principali competitor europei. Citando Mario Draghi, il rapporto stima che i costi della giustizia che non funziona siano pari a oltre l’1 per cento del Pil (22 miliardi di euro, per l’esattezza l’1,3 per cento del reddito nazionale).
Nel nostro Paese la giustizia è in declino e il degrado è fortemente a macchia di leopardo. Stando a un report pubblicato dall’ufficio parlamentare di Bilancio, un organismo indipendente costituito dal Governo nel 2014, il primo tribunale in classifica nel dare risposte ai procedimenti civili è quello di Aosta che è nelle condizioni di esaurire lo stock dei procedimenti pendenti in 118 giorni. La maglia nera spetta al tribunale di Patti, in Sicilia, dove per smaltire i procedimenti arretrati servirebbero 1.193 giorni. Nella classifica delle performance negative (relative ai distretti pugliesi) Brindisi è al 31° posto, Lecce al 36° e Taranto al 60°. A Brindisi servono 547 giorni per smaltire gli arretrati, a Lecce 531. Taranto ha mostrato nel 2015 una buona performance, portando i giorni a 378, nonostante le difficoltà di mezzi a personale. I procedimenti pendenti alla fine del 2015 sono 7.729 in meno rispetto a fine 2014. Al contrario a Brindisi i procedimenti pendenti nello stesso periodo sono aumentati di 668. A Lecce procedimenti iscritti in diminuzione a fine 2015 con 2.323 fascicoli in meno rispetto al 2014. Sempre a fine 2015. Brindisi aveva da smaltire 23.259 procedimenti, Lecce 53.513 e Taranto 34.942.
Nel triennio 2013-2015 a Lecce i procedimenti pendenti sono diminuiti dell’11 per cento, quelli definiti sono sempre diminuiti del 15 per cento e quelli pendenti del 5 per cento. I giorni necessari per smaltire gli stock sono cresciuti dai 743 del 2013 ai 531 del 2015 (58 giorni in più). A Brindisi nel triennio le istanze sono diminuite dell’1 per cento, i procedimenti definiti sono diminuiti del 12 per cento, quelli pendenti sono cresciuti del 13 per cento. In conseguenza di ciò i tempi per dare risposta alle istanze si sono allungati di 118 giorni, passando da 429 e 547. A Taranto, invece, performance positiva nel periodo con una riduzione da 444 a 378 giorni. Riduzione del 12 per cento dei procedimenti iscritti nel triennio, con i procedimenti definiti che sono diminuiti del 10 per cento e quelli pendenti del 24 per cento.
I diversi rendimenti riguardano tutto il territorio nazionale. A Trieste le procedure fallimentari si chiudono in tre anni, mentre a Siracusa si impiegano anche 16 anni. È questa la stridente contraddizione della giustizia nel nostro Paese. Esiste, quindi, un federalismo giudiziario di notevole disuguaglianza su tutto il territorio nazionale che ribalta anche l’usurato schema per il quale il Sud sarebbe sempre peggio e il Nord starebbe sempre meglio, luogo comune ribaltato ad esempio dalle performance del tribunale di Marsala, passato in quattro anni dalla parte bassa del tabellone al secondo posto della graduatoria nazionale per efficienza nei processi ultratriennali. Ma resta pur sempre vero che la forbice ormai si fa dilagante in quasi ogni «disciplina» della giustizia.
Lo si vede nei tassi di prescrizione dei processi penali, dove l’incidenza tra processi definiti e processi estinti per «tempo scaduto» può oscillare dal disastroso 34,3 per cento di Torino al più accettabile 8,8 per cento di Napoli, sino al solo 4 per cento di Firenze e Roma o al quasi zero di Bolzano. Lo si registra nei tempi di durata dei procedimenti civili, dove una mappatura statistica promossa dal Ministero della Giustizia individua tredici tribunali che guidano il gruppo di testa avendo solo il 6 per cento di cause civili più vecchie di tre anni (come la virtuosa Torino), ma altri dodici tribunali (come Foggia o Salerno) che annaspano nel fondo schiacciati dal 40 per cento di cause civili più vecchie di tre anni.
Lo si coglie nel peso degli indirizzi per irragionevole durata dei processi o nei risarcimenti per ingiuste detenzioni, anch’essi a macchia di leopardo in Italia. Lo si verifica persino nella difforme geografia delle scoperture d’organico dei 9 mila cancellieri che complessivamente mancano negli uffici giudiziari dell’intero Paese, o in quelle dei magistrati che ad esempio vedono la procura di Padova all’ultimo posto in Italia nel rapporto tra giudici e popolazioni con oltre mille procedimenti l’anno da gestire per ogni singolo pm, un rapporto più che triplo rispetto ad altre procure.
A Napoli i processi nuovi iniziano dopo due anni. L’inchiesta è chiusa, ma il processo comincia dopo due anni. Chi si è rivolto alla magistratura per una piccola truffa oppure è finito sotto inchiesta per un abuso edilizio non aggravato o, ancora, è vittima di percosse o di altri reati con pena non superiore ai quattro anni di reclusione, può mettersi l’anima in pace. Se anche il pm chiudesse oggi l’indagine, il rito monocratico non inizierebbe prima del 2018. Con il risultato che, nella maggioranza dei casi, nonostante la citazione diretta prevista dalla legge, che per questi procedimenti consente al pubblico ministero di rinviare a giudizio senza passare attraverso il filtro dell’udienza preliminare, il fascicolo arriverà davanti al giudice ormai prossimo alla prescrizione. In media, 40 processi a settimana vengono fissati da qui a oltre diciotto mesi. Si celebrano solo i processi con detenuti che hanno una corsia preferenziale. Ma per il resto i tempi sono dilatati in maniera inaccettabile, con gravi ripercussioni sia per gli imputati sia per le persone offese.
In questa situazione di grave difficoltà ci sono cause che durano più di un quarto di secolo. Sono, infatti, trascorsi 30 anni per ottenere un risarcimento del danno per un errato intervento chirurgico. Ciò è accaduto nel tribunale di Salerno.
È il 1998 quando il procedimento, conclusosi in sede penale nel 1993 con un patteggiamento e una condanna, approda davanti al tribunale civile. Nel 2007 il giudice ritiene di avere gli elementi per deliberare e «trattiene la causa in decisione». Nel 2009, però, il fascicolo è misteriosamente scomparso: così è necessario «rimettere la causa sul ruolo» per operare la ricostruzione del fascicolo. Nel 2012 il caso approda davanti a un altro giudice che rinvia per le conclusioni ma, due anni più tardi, il procedimento subisce una nuova battuta d’arresto perché il giudice dispone una perizia. Tra nuove udienze e rinvii, trascorrono altri due anni, e finalmente, 18 anni dopo l’apertura del procedimento, è giunta la sentenza. Servono rinforzi (risorse e mezzi) nella maggior parte degli uffici giudiziari. Il procuratore di Milano, Francesco Greco, in un’intervista sul Corriere della Sera, ha lanciato un allarme. Mancano, infatti, i mezzi per tutelare aziende e cittadini in una città che è il motore economico del Paese. Esiste una scopertura di organico del 50 per cento tra i procuratori aggiunti, del 15 per cento tra i sostituti e del 33 per cento nel personale amministrativo. Greco ha pienamente ragione, ma la sua denuncia rischia di rimanere inascoltata.
Per colmare le lacune si ricorre finanche ai barellieri come cancellieri nei tribunali. La conseguenza è che i dipendenti della Giustizia sono insorti contro il fenomeno dei «barellieri diventati cancellieri» e dal Ministero di via Arenula viene l’assicurazione che saranno garantite «formazione adeguata, revisione dei profili professionali e dell’intera pianta organica del personale amministrativo» per smontare quella che viene definita una «polemica sterile e fine a se stessa». (...)   

a cura di Maurizio de Tilla

Tags: Luglio 2017 Maurizio de Tilla Cronache giudiziarie

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