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Tavola Rotonda - Elisabetta Caselli (Cias): il sistema Pchs® ha superato i sistemi di sanificazione convenzionale

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«Dai dati che abbiamo raccolto in questi anni, il sistema PCHS® si è dimostrato in grado di abbattere in modo stabile la presenza di tutti i patogeni considerati sulle superfici ospedaliere. Infatti, da entrambi gli studi effettuati dai nostri laboratori è emerso un calo netto e stabile di tali patogeni per l’intera durata della sperimentazione rispetto alla sanificazione convenzionale»

Grazie all’integrazione di varie professionalità, il Cias è in grado non solo di studiare i fenomeni in atto ma anche di descriverne e prevederne la cinetica e l’evoluzione nel tempo, evidenziando le relazioni causa/effetto fra fattori di diversa natura (microbiologici, molecolari, impiantistici, architettonici, funzionali, ecc). La collaborazione continua fra specialisti diversi permette al Centro di governare i fattori di inquinamento negli ambienti ad elevato/medio rischio e di riconoscerne e modificarne le ricadute in termini di salute. Allo studio di prodotti e processi dedicati al controllo delle contaminazioni ambientali, si integra la pianificazione, progettazione e messa a punto di interventi diretti.

Laureata in Scienze biologiche, dottorato in Biotecnologie, ricercatore confermato e docente di Microbiologia presso il dipartimento di Scienze mediche, sezione di Microbiologia, dell’Università di Ferrara, la dottoressa Elisabetta Caselli svolge ricerche in ambito bio-molecolare, su patogeni e contaminanti.

«Da tempo si parla di infezioni nosocomiali. I numeri sono impressionanti: in Europa oltre 4 milioni di pazienti sono soggetti a tali infezioni, e di questi, 37 mila sono soggetti a patologie causate da infezioni ospedaliere. Sono 110 mila i decessi per complicanze relative a infezioni ospedaliere, il più delle volte generate da agenti patogeni resistenti agli antibiotici comunemente usati. I limiti di una sanificazione convenzionale sono palesi, in prima linea è la ricontaminazione quasi immediata del campo; il secondo limite sta emergendo ed è legato al fatto che gli stessi disinfettanti possono selezionare agenti patogeni resistenti ai disinfettanti stessi a agli antibiotici.
Tutto ciò ci ha spinto a cercare metodi alternativi volti ad abbassare in modo stabile la contaminazione degli agenti patogeni sulle superfici ed evitare la selezione dei microbi maggiormente aggressivi e resistenti. Il nostro laboratorio si è occupato di mettere a punto sistemi di analisi per rilevare tali caratteristiche in modo estremamente preciso. La base teorica riguarda l’utilizzo di microrganismi ‘buoni’ impiegati per contrastare quelli ‘cattivi’: più che eliminare tutti i batteri conviene sostituire quelli patogeni con altri di tipo benefico che possano contrastare meglio la ricontaminazione e la colonizzazione dei patogeni secondo il meccanismo dell’antagonismo competitivo. I batteri utilizzati in questo caso sono probiotici appartenenti al genere Bacillus, ubiquitari perché si trovano ovunque, e sporigeni, cioè in grado di formare spore molto resistenti e quindi facilmente inseribili in un detergente.
La nostra ricerca ha valutato l’efficacia in vitro e sul campo, e la sicurezza d’uso. La prima è stata misurata verificando se le spore potessero germinare e generare i batteri. Gli esperimenti hanno mostrato che, nell’arco di poche ore dalla semina su superfici asciutte ed anche in presenza di una quantità minima di acqua, le spore a contatto con l’atmosfera e con i nutrienti sono effettivamente in grado di germinare originando la forma vegetativa che, messa in co-cultura con diversi tipi di batteri, riesce ad inibire quasi completamente la crescita in ragione di un antagonismo competitivo, ma anche grazie alla produzione di composti ad azione antimicrobica.
Per quanto riguarda l’efficacia sul campo, sono stati fatti diversi tipi di studi. Il primo è stato effettuato tra vari ospedali in Italia e in Belgio e, per 6 mesi, ha messo in parallelo i due tipi di sanificazione nella stessa tipologia di reparto; quindi, a distanza di 7 ore sono stati paragonati i reparti trattati con il PCHS® con quelli trattati con la sanificazione convenzionale. Il secondo studio è stato invece monocentrico, compiuto su un solo ospedale trattato con il sistema PCHS®. Entrambi gli studi hanno mostrato un calo netto e stabile di tutti i patogeni considerati per l’intera durata della sperimentazione.
Abbiamo quindi voluto analizzare le caratteristiche dei microbi rimasti: devono spaventare perché più resistenti? A ciò è servito il secondo studio: l’introduzione di questo sistema di sanificazione rispetto alla sanificazione con i prodotti a base di cloro causava il calo di quasi 100 volte di tutte le specie resistenti ad antibiotico rispetto alla sanificazione tradizionale.
Altra cosa estremamente importante da valutare è stata la sicurezza d’uso del sistema. Infatti, pur essendo i Bacillus del PCHS totalmente apatogeni, esisteva comunque un rischio, seppure teorico, di infezione giacché trattasi di pazienti ospedalizzati; a questo scopo è stato implementato da un lato un sistema di sorveglianza microbiologica quadriennale nei sette ospedali che hanno utilizzato in modo continuativo il PCHS® nella provincia di Ferrara, e sono stati valutati i campioni clinici provenienti da tutti i pazienti ospedalizzati nell’arco dei 4 anni, ricercando i Bacillus del PCHS; sono stati analizzati oltre 32 mila campioni e in nessuno esso era presente.
Su un numero più piccolo di pazienti abbiamo inoltre compiuto analisi molecolari, molto sensibili, da campioni di urinocoltura ed emocoltura; con tre metodi molecolari differenti abbiamo verificato se vi fossero Bacillus all’interno di questi campioni. Nessuno è risultato positivo. In conclusione, dai dati che abbiamo raccolto in questi anni, il PCHS® si è dimostrato in grado di abbattere in modo stabile e sicuro la presenza di tutti i patogeni considerati sulle superfici ospedaliere».    

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