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La crisi della sinistra: cause, rimedi, opportunità

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15 novembre 1959: il programma di Bad Godesberg cambia radicalmente la marcia del socialismo democratico tedesco. In esso si afferma in particolare che la socialdemocrazia in Europa affonda le radici nell’etica cristiana, nell’umanesimo e nella filosofia classica.

Non ha la pretesa di annunciare verità supreme, non per mancanza di comprensione, né per indifferenza riguardo alle diverse concezioni della vita o verità religiose, bensì per il rispetto delle scelte dell’individuo in materia di fede, scelte sul cui contenuto non devono arrogarsi il diritto di decidere né un partito politico, né lo Stato.
Le frasi che aprono il documento di Bad Godesberg abbandonano la culla del marxismo; chiudono la lunga stagione di quell’anticlericalismo e di quell’ateismo marxista che le religioni cristiane, ed in particolare la Chiesa cattolica, avevano tanto temuto. Bad Godesberg indica un percorso di collaborazione che può sostanziarsi su alcuni valori precisi e richiamati subito nel documento: libertà, giustizia e solidarietà. Già allora in quel documento si accusava l’economia moderna di essere (come negli anni cinquanta) «caratterizzata da un sempre crescente processo di concentrazione...», alla quale si doveva opporre una strategia di partecipazione.
Il testo prosegue ricordando i grandi passi avanti compiuti dal movimento dei lavoratori: «Nella sua lotta la classe lavoratrice poteva contare solo su se stessa… nonostante taluni errori, il movimento dei lavoratori è riuscito ad ottenere il riconoscimento di molte sue rivendicazioni. Il proletario di un tempo, privo di qualsiasi diritto o protezione, che doveva tribolare sedici ore al giorno per un salario di fame, ha ottenuto la giornata lavorativa legale di otto ore, la tutela del lavoro, l’assicurazione contro la disoccupazione, la malattia, l’invalidità, la vecchiaia. Ha ottenuto che fosse vietato il lavoro dei fanciulli e quello notturno delle donne, ha ottenuto la protezione dell’infanzia e della maternità... si è conquistato con la sua lotta il diritto di organizzazione sindacale, il diritto di negoziare i contratti, quello di sciopero e sta per affermare definitivamente il suo diritto alla cogestione...».  
19 luglio 1960: cade, dopo gli incidenti di Genova, Reggio Emilia, Palermo, Catania e Roma, il Governo Tambroni che aveva ottenuto la fiducia dalla Camera l’8 Aprile 1960 per soli tre voti di scarto (300 sì e 293 no) con il determinante appoggio dei deputati missini. Il 27 luglio 1960 il nuovo Governo Fanfani apre la strada al centrosinistra organico nel 1963, con l’entrata dei socialisti al Governo. I socialisti avevano rotto il patto di unità d’azione con i comunisti nel novembre del 1956, dopo la repressione della rivoluzione anticomunista e antisovietica in Ungheria.
Gli anni ‘60, con i socialisti al Governo, nonostante la dura opposizione dei comunisti, registrano la realizzazione di vere riforme, con l’attuazione di molti dei contenuti della Costituzione rimasti prima disattesi: i diritti civili, la scuola media unica, la fine delle discriminazioni salariali nei confronti delle donne e dei minori, le regioni, il divorzio, lo Statuto dei lavoratori, l’avvio del processo di unità sindacale, il rafforzamento della contrattazione. Il primo centrosinistra riesce a riequilibrare i rapporti nel mondo del lavoro; rafforza il potere d’acquisto dei lavoratori; aumenta l’occupazione; i sindacati divengono di fatto un soggetto politico autonomo. Si realizza nel Paese, prima con le lotte studentesche poi con l’autunno caldo, una forte spinta al cambiamento. È forte la richiesta di una alternativa politica nel governo del Paese. Si cerca uno sbocco alla domanda di innovazione, di partecipazione, di eguaglianza.
Le resistenze sono enormi. Si scinde di nuovo il PSI nel 1969; resuscita il centrodestra con il Governo Andreotti-Malagodi. Si sviluppa la strategia della tensione. L’Italia è cambiata. I sindacati lo capiscono. Modificano i gruppi dirigenti. Allargano la partecipazione. Rafforzano l’unità. I partiti, no. Invece dell’alternativa si dà forza, dopo le elezioni politiche del 1976, al compromesso storico. Nel centrosinistra l’interlocutore era stato Aldo Moro, nel compromesso storico ci sono Andreotti ed Evangelisti.
«Insomma, fino ad allora era stato - come scrive Luca Ricolfi - il popolo a cambiare volto, non la sinistra a cambiare la sua base sociale». Il popolo via via negli anni sessanta, settanta, ottanta, snaturato dalla lunga transazione consumistica, comincia a guardare ad altre forze politiche. Nel 1966 nella sua introduzione a «Proletari senza rivoluzione» lo storico Renzo Del Carria descrive così il cambiamento: «per i più giovani apparirà difficile… una valutazione su cosa rappresentassero le classi sociali cento, cinquanta e anche trent’anni or sono. Allora la classe operaia e i contadini erano veramente un altro mondo rispetto alla classe egemone: diversa la lingua (i dialetti) come espressione di un diverso modo di pensare; diverso il modo di vestire (la blusa e il berretto dell’operaio, l’abito di fustagno del contadino, il vestito del borghese); diverse le abitazioni (i casolari dei contadini e le cinture rosse delle catapecchie nei sobborghi operai rispetto al centro borghese delle città)».
E Pier Paolo Pasolini nel febbraio del 1975, come ricorda Georges Huberman, scrive con la violenza del polemista associata con la dolcezza del poeta: «nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria e, soprattutto in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più… l’industrializzazione degli anni settanta costituisce una mutazione decisiva… non siamo più di fronte, come tutti ormai sanno, a tempi nuovi ma ad una nuova epoca della storia umana…era impossibile che gli italiani reagissero peggio di così a tale trauma storico. Essi sono diventati in pochi anni (specie nel centro-sud) un popolo degenerato, mostruoso, ridicolo, criminale… per capire i cambiamenti della gente bisogna amarla. Io purtroppo questa gente italiana l’avevo amata: sia al di fuori degli schemi di potere (anzi, in opposizione disperata ad essi), sia al di fuori degli schemi populisti e umanitari… Ho visto dunque con i miei sensi il comportamento coatto del potere dei consumi ricreare e deformare la coscienza del popolo italiano fino ad una irreversibile degradazione».
Il compromesso storico fallisce. Non è accettata la politica dell’austerità. Soprattutto viene rifiutata perché è vissuta come una contropartita da dare ai poteri forti per l’ingresso del Partito Comunista al Governo. La sinistra non comprende che è in atto negli anni settanta ed ottanta una seconda transazione consumistica. Luca Ricolfi nel suo libro «Sinistra e popolo» osserva che la prima transizione del miracolo aveva segnato l’uscita delle masse popolari dalla povertà con l’accesso a beni e servizi basici e la conquista dei primi segni tangibili del benessere, come gli elettrodomestici e l’automobile. La transizione degli anni ottanta coinvolge i ceti medi per beni che non sono fondamentali. «Non l’auto, ma la seconda auto; non la Vespa per andare al lavoro, ma per le gite al mare; non le vacanze estive presso i parenti, ma weekend lunghi e spesso per isole e paradisi più o meno esotici; non la TV in bianco e nero ma quella a colori, e così via».
Negli anni ottanta c’è stata l’alternanza del Governo con i laici (Spadolini) e i socialisti (Craxi). Sono stati ottenuti risultati importanti nella lotta all’inflazione (accordo sulla scala mobile, recupero del fiscal drag, controllo dei prezzi e delle tariffe); sulla costruzione dell’Europa (Spagna, Portogallo e Grecia entrano nell’Unione Europea nel 1985); sulla revisione del Concordato con la Chiesa cattolica. La politica in Italia si concentra sulle questioni interne. Il Paese muta ancora; cambia il mondo, la sinistra entra in crisi. Margareth Thatcher e Ronald Reagan elaborano una politica che emargina i corpi intermedi, favorisce la spinta alle liberalizzazioni, all’iniziativa privata, al mercato.
Aumenta quella che Asor Rosa chiama la «seconda società», quella dei disoccupati, degli occupati precari, dei lavoratori marginali sottoccupati o irregolari. È un mondo che investe sempre di più i giovani. La sinistra è divisa, incerta, indifesa; si arrocca a difesa degli strati forti della classe operaia, cambia pelle, non riesce più ad occuparsi dei più deboli, degli ultimi. La caduta del Muro di Berlino nel 1989 potrebbe essere una grande occasione per ricostruire una strategia innovativa. È un’occasione perduta. La seconda repubblica inaugura una lunga stagione di decadenza in Italia. Scompaiono i partiti della prima repubblica, si indeboliscono le forze intermedie, si afferma, tranne eccezioni sempre più rare, una «aurea mediocritas». Il Paese è nella palude; non ci sono strategie di lunga durata; si vive alla giornata; l’improvvisazione ed il pressapochismo dilagano.
Lo scenario è inquietante. Occorre reagire. Il populismo non è invincibile. La decadenza non è inarrestabile. Occorre ritornare a pensare, a progettare; occorre coinvolgere la gente; occorre rafforzare la partecipazione, occorre fare politica. Ecco alcune idee. Vi è innanzitutto un problema gigantesco di relazione con l’opinione pubblica nel suo insieme; poco tempo è dedicato all’elaborazione di strategie capaci di riunire la parti, sempre più articolate, della società. La sinistra tradizionale è in crisi perché c’è un deficit di strategie, di idee e di rigore.
La crisi, anzi, la scomparsa dei partiti tradizionali ha portato nel campo delle proposte politiche allo sviluppo delle relazioni con consulenti, esperti, lobbisti. Non contano più le strutture di mediazione come sono stati i corpi intermedi. La sinistra non ha più una cultura politica innovatrice. La distribuzione del reddito era essenzialmente determinata dalla contrattazione collettiva. Era uno strumento di riequilibrio sociale, spesso accompagnato ed integrato dallo Stato con la promozione di grandi progetti di sviluppo, con un sistema di welfare, con il controllo dei movimenti di capitale. Questa politica è entrata in crisi a partire dagli anni ottanta durante i quali si è iniziato in maniera crescente a demonizzare la rigidità del mercato del lavoro, si è esaltata l’iniziativa privata, si è magnificata la privatizzazione, si è favorita la libertà dei movimenti di capitale.
La caduta del Muro di Berlino con la fine del comunismo non ha purtroppo favorito la riunificazione della sinistra. È prevalsa invece una corsa sempre più insana alla legittimazione, assumendo le posizioni degli avversari, spesso arrivando a rinnegare la propria identità ideologica. Si è chiuso un occhio sui risultati della globalizzazione e della finanziarizzazione (caduta del tasso di crescita, indebitamento, insicurezza, internazionalizzazione, disoccupazione, precarizzazione del mercato del lavoro, conseguenti influenze sul crollo della composizione demografica, progressivo annientamento del welfare).
È necessario ora un grande lavoro di demistificazione delle distorsioni di giudizio che si sono e si continuano a manifestare sulla prima repubblica e sul lungo ventennio di inconcludenza ed improvvisazioni nella «seconda repubblica». Ci vuole un’iniziativa robusta per costruire il dialogo sociale che oggi è compromesso dall’ampiezza delle diseguaglianze e dall’assenza di regole per il mercato. Non si può considerare ineluttabile ciò che è avvenuto, solo perché è avvenuto; occorre reagire. È necessaria una cultura politica e innovativa capace di rimettere in discussione l’esistente. Si deve, in una società che si è molecolarizzata, guardare alle soggettività che chiedono di essere riconosciute, con particolare riferimento ai giovani, spesso ricchi di capacità e competenze ma quasi sempre condannati a confrontarsi con la precarietà.
Vanno valorizzati i serbatoi di creatività e di innovazione di cui il sociale è ricco; è uno spreco inaccettabile che in Italia le iniziative intraprese spontaneamente dai giovani in campo digitale, culturale, artistico si spengano da sole. La sinistra se vuole tornare ad essere un soggetto protagonista deve valorizzare i corpi intermedi e soprattutto pensare a forme di antagonismo e di partecipazione. La democrazia partecipativa e le primarie si sono dimostrate dei palliativi.
I partiti, oggi disattivati, vanno ricostruiti, anzi rifondati. Sono necessari per fare battaglie decisive. Penso ad esempio a quelle per l’equità fiscale; penso al Mezzogiorno ove è improcrastinabile la realizzazione di moderne infrastrutture; penso all’importanza di investimenti nella scuola e nell’università pubblica. È  interessante a tale proposito guardare all’esperienza dei Paesi scandinavi, della Germania, dell’Austria per attuare finalmente nel nostro Paese forme di democrazia economica. L’azienda non è più il luogo ove si pratica la lotta di classe; è, invece, un bene comune per l’imprenditore e per il lavoratore: accanto alla contrattazione sulla ripartizione degli utili, deve esistere uno spazio ampio di responsabilizzazione e di collaborazione reciproca.
L’impresa, secondo Salvatore Biasco, non può essere un coacervo di contratti individuali con la missione principale, se non unica, di creazione di valore per gli azionisti, come tende a rappresentarla la lettura teorica e una visione liberale. Essa è parte di un capitale sociale, che dispiega la sua attività in un processo cooperativo. Il che presuppone che essa svolga un ruolo implicito di agente attraverso il quale raggiungere un interesse collettivo di occupazione, di produzione, di progresso tecnico, di stabilità.
Qualche riflessione va fatta anche sui sistemi elettorali. È importante archiviare la criminalizzazione della prima repubblica. Allora i partiti erano sette; è vero che i governi duravano poco, ma è altrettanto vero che c’era una maggiore stabilità. Era una democrazia bloccata che a volte favoriva il partito trasversale della spesa pubblica allargata. Ma quello che è accaduto nella seconda repubblica non è paragonabile. L’attuale legislatura registra 48 tra gruppi e sottogruppi alla Camera e al Senato. Ci sono stati 525 cambi di casacca; c’è anche qualche parlamentare che ha cambiato sette volte partito.
Il sistema proporzionale, più o meno corretto, in molti Paesi europei non ha compromesso gli equilibri sociali e, soprattutto, ha garantito una funzione di selezione della classe dirigente e dei programmi. La logica maggioritaria sposta la conquista del consenso sul centro, e di fatto determina una sottorappresentazione degli interessi più deboli. Personalizza la politica. Favorisce il leaderismo e l’esecutivo. Il maggioritario incrementa l’astensionismo; i cittadini non sono più elettori ma diventano «tifosi».
Altri temi che vanno affrontati sono quelli dell’eguaglianza. Ognuno deve avere il diritto di vivere una vita dignitosa e degna. Oggi viviamo in tempi difficili di impressionanti diseguaglianze. A Davos, di recente, sono stati indicati i nomi di otto persone che posseggono ricchezze pari alla metà di quelle esistente in tutto il mondo. Olaf Palme ricordava che «noi non combattiamo la ricchezza, combattiamo la povertà». Le diseguaglianze non appartengono solo alla sfera economica o del potere; sono anche quelle generazionali e di genere. La globalizzazione e la finanziarizzazione devono avere delle regole. Il mondo è cresciuto. Eravamo due miliardi. Ora nell’arco di una generazione siamo sette miliardi. Un quinto della popolazione è benestante, quattro quinti sono poveri. Non si può pensare che le cose possano andare aventi così. Le diseguaglianze territoriali sono una delle cause di un processo di emigrazione che può diventare inarrestabile.
È irrealistico pensare che questi problemi possano essere risolti in un contesto internazionale. Ecco perché è necessario avere una vocazione europea (Europa, first) e una grande visione politica. Le ultime elezioni vanno interpretate. Il populismo, il sovranismo non sono invincibili. In questo quadro, per concludere, trovo interessante il monito di Gian Enrico Rusconi: «La socialdemocrazia tedesca non deve concentrarsi solo sulle questioni interne rinunciando alla grande politica internazionale, delegando alla Merkel la politica verso l’esterno (non solo la politica europea). Deve capire che la dignità del lavoro è legata al contesto internazionale delle politiche e che il problema dell’euro è più grande dei problemi legati alle questioni interne. Non sono problemi da lasciare alla Merkel. Che sinistra è quella di far stare bene solo i propri cittadini?».
Perché ignorare gli altri Paesi? Perché rinunciare ad un’Europa solidale politicamente?                

L'opinionista Giorgio Benvenuto

 

Tags: Luglio 2017 Giorgio Benvenuto opinionista

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