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Uno spettro si aggira per l’occidente: lo spettro del populismo

GIORGIO BENVENUTO  presidente della fondazione  Bruno Buozzi

Carlo Marx scriveva nel secolo XIX: «Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono alleate in una santa caccia spietata contro questo spettro». Cesare Salvi nella prefazione ad un libro di Jakob Schworer («Populismi - Il Movimento 5 Stelle e l’alternativa per la Germania») parafrasando quella frase ha scrittto: «Uno spettro si aggira per l’Occidente: lo spettro del populismo». È proprio così. La caduta del Muro di Berlino ha cambiato il mondo.
La fine del comunismo è coincisa con un’accelerazione del processo di globalizzazione economica e finanziaria che ha travalicato tutti i confini. Si sono così determinate ovunque crisi a ripetizione. Si sono moltiplicati i conflitti. Traballa il sistema di welfare, soprattutto nei Paesi europei. I diritti dei lavoratori vengono via via ridotti perché considerati privilegi. C’è penuria di servizi sociali.
Sono esplosi nuovi problemi quali quelli di una incontrollabile migrazione; è imploso il mondo mussulmano; sono ingestibili i problemi che riguardano le situazioni ambientali. Si diffonde la rabbia, il disappunto, la spinta al cambiamento, l’insicurezza. Nascono, crescono, si diffondono in tutto l’occidente diverse forme di populismo.
È il caso della Spagna, dove si rafforzano a scapito dei partiti tradizionali i movimenti di Podemos e dei Ciudadanos; è il caso dell’Austria ove per un soffio non diventa presidente della Repubblica il leader del movimento contro l’emigrazione; è il caso della Francia ove conquista la maggioranza relativa il Fronte Nazionale della Le Pen; è il caso del Belgio che non riesce ad avere un governo da moltissimi mesi; è il caso della Germania ove si è creato l’Afd, l’Alternative fur Deutschland.
Anche in Italia si consolidano diverse forme di populismo. Il caso più eclatante è rappresentato dal Movimento 5 Stelle. Nelle recenti elezioni amministrative del 19 giugno i ballottaggi hanno evidenziato un clamoroso successo del Movimento fondato da Beppe Grillo. Si è consolidato un nuovo soggetto nello scenario politico e sociale italiano che ha superato per risultati e per entità di consensi la Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia. Il Movimento 5 Stelle è come un megafono: interpreta la frustrazione, la rabbia, lo sdegno dei cittadini ai quali indica come bersaglio il mondo politico («sono tutti corrotti; hanno fallito; sono incapaci»). È così che è maturata la vittoria di Virginia Raggi a Roma (ha doppiato Roberto Giachetti, il candidato del PD) e quella di Chiara Appendino a Torino (ha surclassato il sindaco uscente Piero Fassino, Presidente dell’Anci). La vittoria travolgente nelle grandi periferie, tra i giovani, nel ceto medio, nel mondo del lavoro. Si tratta di un fuoco di paglia o si è invece all’inizio di una profonda trasformazione del sistema politico?
Il Movimento 5 Stelle ha un logo molto chiaro: la V rossa vuole essere il riferimento al V-Day e le cinque stelle indicano il miglioramento dello stile di vita. Cinque idee forza che riguardano i temi dell’acqua, dell’ambiente, dell’energia, del trasporto e della connettività.
Il Movimento 5 Stelle indica delle soluzioni semplici per i problemi complicati. Fuori dall’Euro; via gli immigrati; galera ai corrotti; salario minimo; soppressione di Equitalia, e così via. Elegge persone, non personaggi. A Roma 20 dei nuovi consiglieri comunali in Campidoglio sono stati eletti con meno di mille voti.
I partiti storici faticano. C’è il crollo degli elettori che votano. Vince il nuovismo. Non contano i programmi. I giudizi politici non riescono ad avere degli ancoraggi oggettivi. Si oppone il fare (il saper fare, il voler fare) all’essere ideologico. Il voto non è più di opinione; non è nemmeno per convenienza. È spesso un voto di impulso. Un voto last minute.
Nell’immediato dopoguerra aspetti populisti si potevano vedere nella politica dei grandi partiti (la Dc e il Pci). Nel 1948 quando la Democrazia Cristiana doveva battere il Fronte Popolare dei comunisti con i socialisti, la propaganda ingigantiva il pericolo dell’Unione Sovietica: (i cavalli dei tartari si abbevereranno nelle fontane di S. Pietro; quando voti Dio ti vede, Stalin no; tutte le strade del marxismo portano a Mosca).
Nel 1953, invece (all’epoca della legge truffa), gli argomenti dei democristiani erano combattuti con una più efficace forma di propaganda populista dal Pci. Allo slogan Dc, che dopo la morte di Stalin e l’avvento di Malenkov diceva «cambiano i capi ma le forche sono sempre le stesse», i comunisti replicavano con «cambiano le persone ma le forchette rimangono sempre le stesse». Si introduceva così l’argomento della legittimazione morale dei partiti. 
Jakob Schworer nel suo libro si sofferma in modo analitico sulle caratteristiche del populismo in Italia.
Il primo esempio è quello del «Fronte dell’Uomo Qualunque» (Fuq). Nel dicembre del 1944 - quando la guerra era ancora in corso - Guglielmo Giannini fonda la rivi-sta «L’Uomo Qualunque». La rivista è prevenuta, anzi ostile, verso la politica in Italia. Le accuse e le offese prendono di mira i politici di ogni schieramento, colpevoli per la cinica manipolazione della incolpevole massa degli individui onesti e laboriosi. Il partito che aveva ottenuto il 5,3 per cento alle elezioni per l’Assemblea Costituente ha vita effimera.
Con il tramonto del Fuq non scompare lo scontento e la sfiducia degli italiani nei confronti della politica. I sentimenti «anti-stablishment» determinano l’ascesa negli anni 50 dell’armatore napoletano Achille Lauro. Lo scrittore Sergio Benvenuto definisce la popolarità di Lauro - diffusa in particolare a Napoli - con una formula, o meglio con una ricetta: «self-made man + ingente patrimonio + mediocrazia + demagogia per i mediocri + direzione sportiva + ideologia conservatrice. Mescolate e scuotete, e il piatto è pronto».
Il terzo fenomeno populista nato in Italia prima degli anni 90 è il Partito Radicale (PR). Per Tarchi ha «contribuito profondamente al radicamento dello stile populista, e di molti elementi della mentalità che gli soggiaceva nel cuore della politica italiana».
Ciò che richiamò l’attenzione su questo partito furono soprattutto le sue azioni extraparlamentari. Alle elezioni non raggiungono mai più del 4 per cento dei voti. Nel corso del tempo, i radicali offrono una versione parziale, originale, giustamente definita civica e progressista del populismo, che critica in particolar modo gli apparati burocratici dei partiti.
I sentimenti antipolitici nella prima Repubblica hanno però avuto un successo di dimensioni limitate. Tutto ciò è da ricondurre a quattro cause principali: in primo luogo al forte controllo esercitato nel dopoguerra sulla popolazione civile dai due partiti principali: la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano. In secondo luogo a causa del «clientelismo» e della corruzione, che attraverso la pratica del voto di scambio tenevano legati individui e gruppi familiari ai partiti. In terzo luogo a causa dell’appoggio offerto alla Dcdalla Chiesa cattolica. Il quarto e ultimo motivo è la paura di gran parte del ceto medio italiano che il Pci potesse approfittare dell’aumento delle proteste antipolitiche.
Secondo Simeoni il populismo in Italia sarebbe giunto «da molto lontano» e sarebbe stato il risultato di una «storia della democrazia tortuosa e accidentata. Un’unità nazionale conquistata di recente, non più di 150 anni, poco sedimentata nelle coscienze individuali dei cittadini». Il Nord e il Sud Italia non sono ancora riusciti a sviluppare un’idea condivisa «che unifichi le possibilità di crescita e di maturazione individuando e progettando obbiettivi comuni». Simeoni sottolinea il pessimo funzionamento del sistema scolastico italiano e il disinteresse del Governo di attribuire alla formazione e alla cultura un ruolo di maggior rilievo nelle sue politiche sociali.
I partiti italiani hanno non solo perso troppe occasioni «per rilanciare l’economia» ma hanno anche «sottovalutato l’educazione politica dei cittadini, favorendo così un’ignoranza istituzionale ora emersa con la forza distruttiva del populismo che rischia di travolgere tutto».
È interessante invece esaminare il linguaggio usato dal Movimento 5 Stelle. È moderno, accattivante, abile. Ecco alcuni saggi: 1) è prioritario definire come reato di strage i danni sensibili e diffusi causati dalle politiche locali e nazionali che comportano malattie e decessi nei cittadini nei confronti degli amministratori pubblici (ministri, presidenti di Regione, sindaci, assessori); 2) mai come oggi le contestazioni sociali nell’Europa meridionale sono state così forti; mai è stata la disoccupazione, e soprattutto la disoccupazione giovanile, così elevata nell’Eurozona; mai il debito pubblico è stato più allarmante e mai i governi statali hanno avuto meno scrupoli a recidere contratti e a trascurare leggi di stabilità. I vecchi partiti hanno sacrificato il futuro dell’Europa per il salvataggio dell’Euro e delle banche. Per tutto ciò deve esserci un’alternativa; 3) i costi per la cosiddetta politica dell’Euro-salvataggio non vanno sostenuti con il denaro dei contribuenti. Banche, Hedge Fonds e grandi investitori privati sono gli unici beneficiari di questa politica. Pertanto sono loro a dover rispondere in prima istanza di questi costi; 4) l’organizzazione dello Stato è burocratica, sovradimensionata, costosa, inefficiente. Il parlamento non rappresenta più i cittadini che non possono scegliere il candidato, ma solo il simbolo del partito. La Costituzione non è applicata. I partiti si sono sostituiti alla volontà popolare e sottratti al suo controllo e giudizio; 5) i partiti hanno occupato lo Stato, lo hanno svenduto, spolpato da dentro. Ora, queste persone si presentano, grazie ai giornali e alle televisioni che controllano, come i salvatori della patria, proprio loro che l’hanno affossata, usata per i loro interessi.
Non si può sottovalutare il populismo del Movimento 5 Stelle: è tempo perso demonizzarlo; è sbagliato sottovalutarlo. Non tutti i mali vengono per nuocere. La diffusione dei populismi richiede la capacità di trasformare la protesta in proposta, l’indignazione in passione politica, il disimpegno in partecipazione.
I vecchi partiti avevano un robusto apparato organizzativo ed una presenza diffusa sul territorio. Non si limitavano solo a parlare dei cittadini; non parlavano solo ai cittadini. Parlavano con i cittadini. I partiti non possono oggi, anche se diversi dal passato, avere solo una base parlamentare, devono avere una base popolare. È fondamentale rivalutare il ruolo delle forze intermedie. È un grave errore criminalizzarle. La politica del Governo è troppo spesso contro tutto e contro tutti. La risposta inevitabile è la nascita di coalizioni innaturali, una specie di santa alleanza trasversale, che alla fine sono capaci di vincere.
È tempo di fare il punto. La fragilità della ripresa, il crescere delle diseguaglianze, l’individualismo, l’emarginazione, il disagio sociale rimbombano nelle urne. Occorre cambiare. Rottamare i vecchi riti, le procedure obsolete, le antiche idee. Le parole, gli annunci, le promesse, sono espressione di una visione del potere personalistica, accentratrice, cinica, opportunista, priva di ideali. Occorre ritrovare la strada del confronto. I problemi sono complessi. La loro soluzione richiede il coinvolgimento di tutti. La politica, le forze sociali, le istituzioni, devono tornare ad agire suscitando passioni. Solo così si potrà valorizzare il paese con la pazienza, con la solidarietà, con la condivisione. Si vince se si convince e si avvince.  

Tags: Luglio Agosto 2016

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