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Dagli Usa all’Italia contro la malasanità

Lucio Ghia

Anche quest’anno i tre giorni del Salone della Giustizia dal 19 al 21 aprile si sono svolti nel grande Salone delle Fontane in Roma, nel quartiere dell’Eur, ed hanno registrato una grande affluenza di pubblico per il generale interesse dei temi affrontati con grande chiarezza ed obiettività e «senza sconti per alcuno»: legislatori, magistrati, avvocati, cittadini, creditori, debitori, imputati, etc.
La prima giornata dei lavori è stata dedicata a due temi. Il primo, «Le nuove frontiere della riservatezza», ha visto tra gli oratori il ministro della Giustizia Andrea Orlando, il vicepresidente del Consiglio della Magistratura Giovanni Legnini, il presidente aggiunto del Consiglio di Stato Filippo Patroni Griffi, il presidente della Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione Salvatore Di Palma, il vicepresidente dell’Autorità Garante della Privacy Augusta Iannini, e si potrebbe proseguire. La moderatrice, Fiorenza Sarzanini del Corriere della Sera, ha collegato nella loro successione le relazioni ed ha trasmesso il suo contributo al pubblico, costituito anche da un gran numero di studenti laureati o laureandi dell’Università la Sapienza. Il tema che ha suscitato, anche per la sua notevole portata sociale, un vivo e generale interesse è risultato il secondo: «La sanità pubblica, tra risorse, medicina difensiva e corruzione». Sono intervenuti il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni, l’ambasciatore Usa in Italia John R. Phillips, il presidente dell’Anac Raffaele Cantone, il presidente del Tar Lazio Carmine Volpe e molti altri relatori, mentre Susanna Petroni, vicedirettore della Rai, ha svolto il ruolo di moderatrice.
Anche questa volta vorrei far riferimento alla parte dei lavori che mi è sembrata più significativa per il parallelo effettuato con esperienze di altri Paesi. I nostri problemi, infatti, trovano i loro omologhi altrove nel mondo: «Nihil novi sub sole», quindi, le «best practicies», tra le soluzioni adottate all’estero, possono essere di stimolo e di insegnamento anche per noi e per i nostri legislatori.
L’ambasciatore americano John Phillips ha parlato con la sua consueta chiarezza e semplicità della lotta alla corruzione nella sanità negli Stati Uniti con particolare cognizione di causa, in quanto molti strumenti legislativi utilizzati nel suo Paese per combattere la corruzione nel settore della sanità pubblica portano il suo «imprinting». E veniamo alle domande ed alle relative risposte che l’ambasciatore Phillips ci ha fornito.
Quanto è grande il sistema sanitario negli Stati Uniti? Nel 2014 la spesa effettuata è stata di circa 600 miliardi di dollari per il sistema Medicare che riguarda i pensionati; altri 300 miliardi di dollari sono stati spesi per il sistema Medicaid che soccorre coloro che hanno risorse limitate; ulteriori 60 miliardi di dollari sono stati spesi per le cure dei veterani di guerra. Negli Stati Uniti i programmi di sanità pubblica ammontano a poco più del 5 per cento del Pil con un totale di spesa sanitaria tra pubblico e privato che ammonta a circa il 18 per cento del Pil. «In Italia mi pare di capire–ha aggiunto l’Ambasciatore Usa–che la spesa è poco più del 9 per cento del Pil. Perciò, nonostante tutto, si potrebbe sostenere che l’Italia stia ottenendo risultati migliori nella sanità rispetto all’America spendendo anche meno. Come saprete due settimane fa Transparency International Italia ha indicato che la corruzione nel settore della sanità in Italia toglie al sistema 6 miliardi di euro l’anno». Ed ecco la parte più interessante dell’intervento per le possibilità di realizzare anche in Italia quanto ottenuto in Usa.
 «In seguito ad indagini di numerose Agenzie investigative del Governo degli Stati Uniti compreso il Dipartimento della Giustizia, nel 1986 il Congresso ha emanato una singolare legge, a firma dell’allora presidente Ronald Regan, che tutt’ora è il principale strumento per gli Stati Uniti nel combattere le frodi contro il Governo. Un qualsiasi cittadino può iniziare una causa innanzi ad una Corte Federale a nome e nell’interesse proprio e del Governo. La legge prevede, infatti, una sanzione pari al triplo del danno subito dal Governo per frodi e fatti di corruzione nel settore sanitario, e permette alla persona che ha iniziato la causa di trattenere per sé in media il 17 per cento di quanto recuperato dal Dipartimento del Tesoro Americano».
Lo studio legale dell’ambasciatore Phillips, che all’epoca svolgeva l’attività di avvocato, ha recuperato 12 miliardi di dollari per il Tesoro degli Stati Uniti, che con l’attuazione di questa legge denominata «Whistleblowers» ovvero dei «soffiatori nel fischietto», in totale ha recuperato circa 70 miliardi di dollari. L’85 per cento di questo importo, senz’altro ragguardevole, deriva dall’aver dato a molti cittadini la possibilità di fare causa contro enti, società, imprese e/o persone fisiche (funzionari pubblici, medici etc.), che frodano il Governo americano, rendendo la frode e la corruzione insostenibilmente costose per coloro che le effettuano. «Perciò, con questa legge e la sua applicazione riteniamo che frodi per mezzo trilione di dollari siano state evitate. Prima del False Claims Act il costo della corruzione per le aziende era semplicemente troppo basso; le aziende più grandi non avevano niente da perdere nel frodare il Governo Americano e i whistleblowers avevano troppo da perdere nel fare la cosa giusta segnalando la corruzione alla quale assistevano».
L’ambasciatore ha quindi fornito alcuni esempi coronati da successo. Il caso di una catena ospedaliera che gestiva ben 400 ospedali sulla base di una contabilità segreta che dettagliava richieste di rimborso «improprie» allo Stato, imputate a Medicare. La contabilità segreta era «contrassegnata come riservata» ed i dipendenti erano stati istruiti a non rivelarne l’esistenza agli ispettori del Medicare. È emerso nel processo anche che la catena ospedaliera aveva emesso ed inviato fatture false al Medicare e ad altri programmi del sistema sanitario, «gonfiando» la gravità delle diagnosi. Sono emersi anche l’uso di «mazzette» distribuite a numerosi medici, che in alcuni casi risultavano essere anche «quotisti» di società del gruppo, esercenti il servizio ospedaliero, nonché la pratica di compensi «al nero». La frode interessava fatturazioni e rimborsi per prestazioni inesistenti e per costi inerenti a servizi sanitari a domicilio non resi, nonché «mazzette» ad agenzie per la vendita di servizi sanitari a domicilio ed a medici per indirizzare pazienti alle cliniche gestite dalle società del gruppo. Venivano, infatti, concessi a medici prestiti finanziari con l’intesa che non dovessero essere rimborsati, affitti gratis, mobili gratis, tutto affinché indirizzassero i propri pazienti ai loro ospedali. «Più di 70 avvocati hanno lavorato per più di 75 mila ore per portare a buon fine il caso nell’interesse del Governo. Alla fine gli ospedali in questione, malgrado il numero e la qualità degli avvocati che li difendevano, hanno pagato al Governo quasi 2 miliardi di dollari facendo emergere una delle più grandi frodi sanitarie degli Usa».
«Ma le frodi sanitarie–ha proseguito l’ambasciatore– non penalizzano solo le casse dello Stato: in questi casi viene messa, infatti, a repentaglio la salute dei pazienti». Ed ecco il caso di un oncologo di Detroit che ha somministrato chemioterapia ed altri dolorosi trattamenti oncologici a più di 500 pazienti che non ne avevano bisogno, o che non avevano nemmeno il cancro: costui ha fatturato 34 milioni di dollari al Medicare per trattamenti non necessari. L’oncologo è stato condannato a 45 anni di prigione. Ed ancora, un neurochirurgo della California ha effettuato interventi alla spina dorsale per impiantare prodotti e materiali che possedeva l’azienda, incrementandone i profitti. Almeno una persona che non aveva bisogno del trapianto è morta sul tavolo operatorio. Ancora: un’azienda farmaceutica costringeva alcuni medici a prescrivere un antidolorifico oppiaceo ai suoi pazienti per «gestire» i dolori, l’azienda si è dichiarata colpevole e ha pagato 425 milioni di dollari in sanzioni civili e penali. Altri casi hanno riguardato esami medici non necessari, o test che fornivano risultati errati in base ai quali alcuni pazienti in dialisi hanno subito trattamenti non necessari, che potevano causare malattie mortali.
Un altro «business» era basato su test errati realizzati da un laboratorio clinico che dichiaratosi poi colpevole, ha pagato 302 milioni di dollari. Altri due medici effettuavano, esclusivamente a scopo di lucro, interventi «di routine» al cuore su pazienti che non ne avevano bisogno. La catena ospedaliera presso cui lavoravano, ha pagato 250 milioni di dollari per quest’ultima vicenda. Un’altra azienda ha consapevolmente venduto al Governo strumenti difettosi che monitoravano la salute del paziente, provocando indagini cliniche, visite mediche ed uso di medicinali inutili, ingiustificati ed in qualche caso dannosi.
«Il caso è venuto alla luce quando un ingegnere–ha precisato l’oratore–si è lamentato con i propri superiori perché l’apparecchiatura non faceva quello che doveva. Quando i dirigenti della società non hanno preso i provvedimenti dovuti, l’ingegnere ha segnalato il caso alla Food and Drug Administration elencando i difetti riscontrati. La società presso cui lavorava lo ha professionalmente esautorato dal lavoro e alla fine licenziato. La causa che ne seguì fu conclusa transattivamente con soddisfazione dell’ingegnere».
Come si vede molti sono i fatti di cronaca italiana sulla malasanità nostrana che si inquadrano perfettamente nei casi segnalati dall’ambasciatore Phillips. Ebbene anche il legislatore italiano con il disegno di legge (Stampato Camera n. 3365) d’iniziativa dei Deputati Businarolo, Agostinelli, Ferraresi e Sarti, approvato dalla Camera dei Deputati il 21 gennaio 2016 ed ora all’esame del Senato della Repubblica con il n. 2208, ha regolato in modo analogo le vicende di «malasanità» emanando nuove disposizioni per la tutela degli autori di segnalazioni di reati o irregolarità di cui siano venuti a conoscenza nell’ambito di un rapporto di lavoro pubblico o privato.
In realtà l’art. 54-bis di questo disegno di legge potenzia la tutela già riconosciuta dal decreto legislativo 30 marzo 2001 n. 165, al dipendente o collaboratore che segnala illeciti. Infatti, la nuova disposizione introduce, nel rispetto del bene costituito dall’integrità della Pubblica Amministrazione, il principio che la segnalazione in buona fede di episodi di corruzione o la denuncia di condotte illecite non possono essere seguite da provvedimenti negativi per il dipendente, quali demansionamento, licenziamento, trasferimento etc. Eventuali violazioni di tale divieto di misure discriminatorie vengono esplicitamente sanzionate. L’art. 3 del disegno di legge prevede che l’identità del segnalante non venga rivelata se non con il suo consenso, restando coperta dal segreto nei modi e limiti dell’art. 329 del codice di procedura penale. Uguale disciplina è previsa all’art. 2 del disegno di legge a tutela del dipendente o collaboratore che segnala illeciti nel settore privato.
La segnalazione o la denuncia si inseriscono nel percorso che il legislatore sta compiendo da tempo nella lotta a tali manifestazioni illecite che hanno pesanti ripercussioni sulla moralità pubblica e sul costo della sanità del Paese. Ne sono concrete testimonianze: la istituzione con la legge n. 190 del 6 novembre 2012 (art. 1 comma 7) del «responsabile della prevenzione della corruzione» in tutte le amministrazioni pubbliche, la creazione ed il potenziamento del ruolo dell’Autorità Nazionale Anticorruzione e del Dipartimento della Funzione pubblica della Presidenza del Consiglio dei ministri e degli Organismi di garanzia e di disciplina interessati alla prevenzione ed al contrasto dei comportamenti corruttivi ed illeciti. Il disegno di legge definisce anche il perimetro del comportamento del dipendente segnalatore sotto il profilo della sua buona fede. Naturalmente la segnalazione deve essere fondata su elementi di fatto e viene esclusa quando il segnalante abbia agito con colpa grave. Tale disciplina si applica non solo ai dipendenti della P.A. ma anche di enti privati sottoposti a controllo pubblico (art. 2359 del codice civile), nonchè delle imprese fornitrici delle pubbliche amministrazioni.
In attesa che anche il Senato approvi tale disciplina, c’è da augurarsi che il forte tentativo di «bonificare» e moralizzare un settore essenziale per il Paese come la sanità, non s’infranga contro il muro dell’omertà, «del non vedo, non sento o del non c’ero» e che non trovi conferma il monito di George Bernard Shaw che già nella prima metà dello scorso secolo indirizzava ai suoi conterranei: «Sempre più numerosi sono coloro che usano della morale come si fa con la marmellata, meno se ne ha, più si spalma». Ma da noi queste cose non succedono, siamo italiani, non irlandesi.   

Tags: Giugno 2016 sanità usa ANAC Autorità nazionale anticorruzione Regione Lazio lotta alla corruzione

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