La mancanza di una raffinata libertà, per quanto grave sia, non è il problema centrale. Anche persone libere possono, di loro spontanea volontà, scegliere le stesse superficiali relazioni e gli stessi futili passatempi del mondo «nuovo». Per quanto la libertà sia assolutamente auspicabile, essa non rappresenta una barriera contro l’abbruttimento volontario. Ciò che disgusta maggiormente nell’attuale società è la disumanizzazione e il degrado che sono presenti anche nella più assoluta libertà. Leon R. Kass, nel libro «La sfida della bioetica», denuncia l’assenza dei principi basilari della bioetica professionale. Mancano l’orientamento benefico, il rispetto della persona, la giustizia. Manca la difesa della dignità umana intesa come tributo reso all’eccellenza o alla virtù.
Nel mondo eroico celebrato dai poeti, l’uomo veramente completo, i cui attestati di dignità erano gli allori ed i premi, dimostrava il proprio valore con gesti nobili e gloriosi. La sua virtù estrema era anzitutto il coraggio con l’integrità delle proprie azioni. Oggi è tutto cambiato: l’uomo è teso a conseguire solo il successo e il guadagno, spesso con sotterfugi e finzioni, senza distinguere il bene dal male, pur di raggiungere l’obiettivo.
La dignità dovrebbe essere al centro di tutto. Studiosi di tutte le discipline sociali, dall’antropologia alla bioetica, dalla filosofia alla teoria generale del diritto, al diritto costituzionale e al diritto privato, si interrogano sul concetto di dignità. La dignità è un valore in sé che si esprime attraverso le relazioni intersoggettive, è un valore che si apprezza nell’ambito delle aggregazioni umane, è un valore relazionale. Lo ricorda Guido Alpa, nella recensione del libro di Aharon Barak «Human Dignity», giurista israeliano, per molti anni presidente della Corte Costituzionale di Israele, studioso di teoria generale del diritto. Barak fa rilevare che ogni volta che si fa riferimento al termine «dignità» non lo si usa nella sua insolita e solenne crudezza ma lo si colloca in un contesto, lo si abbina ad altri termini altrettanto frequenti come libertà, autodeterminazione, eguaglianza, e così via.
La dignità come valore si connette con la dignità come diritto costituzionale. Dignità è anche sintomo di uno status ed è il fondamento dei diritti umani. E in questo ambito sinergico la dignità è un concetto universale e compatibile, nel sociale, con le condizioni di vita della società. Le ferree leggi del mercato non contemplano la dignità come valore assoluto. La dignità è anche una sentinella. Bisogna superare ogni diffidenza e rispettare le diversità. L’unica via percorribile è soltanto il riconoscimento e il rispetto della pari dignità nell’altro: un valore inalienabile e inscindibile della condizione umana.
Un attributo naturale e intrinseco di tutti e di ciascuno: uomini e donne, bianchi e neri, sani e malati, bambini, adulti e anziani, ricchi e poveri; cittadini stranieri, cattolici, protestanti, ebrei, credenti e atei. La pari dignità sociale è fondamento dell’uguaglianza. Per un verso si chiede di garantire a tutti eguali possibilità di sviluppo; per un altro verso la dignità si traduce nel divieto di discriminazioni. È importante rendersi conto che troppo spesso abbiamo perduto la capacità di indignarci di fronte alle discriminazioni quotidiane, alle sopraffazioni e alle violenze nei confronti dei più deboli, all’assuefazione e all’indifferenza.
L’offesa alla dignità dell’altro, del diverso è anche un’offesa alla dignità propria e di tutti; è un modo per disconoscere il diritto alla diversità che è fondamentale per la convivenza pacifica e per lo sviluppo civile. Il rapporto fra dignità e solidarietà si fonda sullo sviluppo del rapporto fra dignità ed eguaglianza. Siamo a un tempo eguali e diversi; ma a fronte della specificità e della diversità di ciascuno di noi, non può esservi eguaglianza senza solidarietà. La mediazione della solidarietà è forse l’unica via per proporre la sintesi fra le due alternative possibili della dignità, come dice Giovanni Maria Flick.
Alla dignità va aggiunto l’altruismo reciproco. Gli esseri umani possono copiare idee, costumi, abiti, comportamenti, invenzioni, canzoni e storie. Tutte queste cose sono «memi». Meme (dal greco mimena, che è «imitato» sul calco di gene) è un elemento di una cultura che può ritenersi trasmessa da un individuo ad un altro con mezzi non genetici, soprattutto attraverso l’imitazione. Come i geni, i memi sono dei replicatori e lottano per entrare nel maggior numero di cervelli possibili. Questa competizione ha plasmato la nostra mente e la nostra cultura come i geni hanno dato forma al nostro corpo. I geni, quindi, non bastano. È questa la conclusione alla quale è arrivata la professoressa Susan Blackmore, nel libro «La macchina dei memi». I memi riguardano sia il bene che il male. Sul piano del bene figura l’altruismo reciproco, che è un insieme composto di generosità, gratitudine, amicizia, compassione, fiducia, come pure l’aggressività moralistica e la nostra tendenza ad infuriarci per le ingiustizie (quelle che si percepiscono come reali).
Se ci siamo evoluti per sposare le nostre risorse con altri esseri umani, sebbene solo per assicurare un vantaggio ai nostri geni, allora i nostri sentimenti sono lo strumento di cui l’evoluzione ci ha dotato per farlo. Sulla base di questa teoria non solo il senso morale, ma anche le idee di giustizia e i sistemi legali possono essere tutti fatti risalire all’evoluzione dell’altruismo reciproco. Di qui la considerazione che l’altruismo riguarda le persone generose che è dimostrato che hanno un maggior numero di contatti con le altre, e di conseguenza maggiori opportunità di diffondere i propri memi.
Un principio fondamentale dell’altruismo reciproco è che l’individuo sarà più generoso con chi, a sua volta, si dimostrerà generoso verso di lui. Ma non sempre accade così. Il mondo è pieno di casi di gratitudine e di imitazione di comportamenti virtuosi, ma è anche zeppo di casi di irriconoscenza e di imitazioni di comportamenti di egoismo. Intanto l’altruismo fa bene al gruppo ma anche a se stesso. Siffatta affermazione vale dappertutto, anche nell’ambito di una professione o di un’associazione. Il singolo associato dovrebbe preferire la cooperazione con gli altri perché così il suo gruppo di appartenenza diventa più forte e coeso, rafforzandosi e vincendo così la sana competizione con gli altri gruppi. Il singolo dovrebbe rinunciare al proprio egoismo a favore del gruppo.
Bisogna, però, fare i conti con chi (egoista) continua a farsi gli affari propri, godendo così di un doppio vantaggio in quanto difende se stesso e al contempo beneficia dei comportamenti altruistici di chi lo circonda. Sul piano personale essere altruisti conviene in quanto questo atteggiamento conferisce autorevolezza sociale e reputazione. Il battitore libero ed opportunista, al contrario, viene isolato e disprezzato. Ma a lui poco interessa il disprezzo, se dalla situazione ne trae vantaggi economici. Di fronte al dualismo e alla contrapposizione c’è chi propone un’educazione sociale all’altruismo nella scuola e nella vita. L’obiettivo è favorire ambienti sociali che permettano all’altruismo di imporsi in modo competitivo e positivo per il bene generale.
Dignità, altruismo reciproco, ma anche prudenza che equivale talvolta a saggezza. Saggezza, capacità di governare le passioni e di orientare l’azione al perseguimento di un bene comune di tipo universale: è l’idea di prudenza che ci hanno trasmesso i classici della storia e di cui abbiamo più che mai bisogno. Il pensiero economico dominante concepisce fallacemente la prudenza come avversione al rischio; mentre in realtà il problema è vedere al di là dei vantaggi a breve termine e agire secondo una visione di lungo periodo. Così Stefano Zamagni, nel volume «Prudenza»: parola peraltro controversa che non brilla di quella luce che circonda la giustizia, la fortezza e la temperanza. Ma che va difesa. Ed infatti la «prudentia» dei latini significa guardare in avanti, vedere lontano.
Scrive Tommaso D’Acquino che la prudenza è «recta ratio aquilium», retto criterio per come si deve agire. Platone codifica la prudenza come la prima delle quattro virtù costituzionali. Secondo Aristotele, la prudenza è una virtù intellettuale. Né scientifica, né contemplativa, la prudenza è la capacità di ragionare intorno a casi particolari e a questioni contingenti con riguardo a ciò che è buono o cattivo. La prudenza è conduttrice di tutte le virtù. La persona prudente, in quanto appartenente a una comunità, incorpora la visione della vita buona che quella comunità ha coltivato e tramandato nel corso del tempo. Prudente è chi sa vedere le cose come davvero sono, senza affrettati preconcetti. E agisce di conseguenza. Prudente è chi non si fa ingannare dalle apparenze, perché, da umile, sa accettare il consiglio degli altri. E gli uomini sanno che vi sono alcuni fini, tipici della condizione umana, che sono buoni; sapere come raggiungerli al meglio è opera di prudenza.
Dignità, altruismo reciproco, prudenza e saggezza. Ma anche la fiducia aiuta a migliorare. Senza fiducia non riusciremmo nemmeno ad alzarci al mattino. Un’angoscia indeterminata, un panico paralizzante ci assalirebbero. La fiducia fa in modo che molte azioni quotidiane siano compiute senza patemi d’animo. Solo così le persone, potendo fare affidamento su alcune certezze, riescono a dirigere le loro energie psichiche e razionali verso l’esplorazione di nuove possibilità e l’allargamento delle proprie esperienze. Non ci sarebbero scoperte, né sfide, se non potessimo poggiare su qualcosa di sicuro. La fiducia costituisce un elemento strutturale del funzionamento dinamico dei sistemi sociali e ne è condizione di sopravvivenza.
Il sociologo Niklas Luhmann, nel libro «La fiducia», fa rilevare che la fiducia è un dispositivo di riduzione senza rischio della complessità. Fiducia è un sostegno che si regge su se stesso. Una costruzione talvolta fragile, ma senza di essa ci sarebbe il vuoto. Per altro, la necessità della fiducia è un fondamento autentico e certo per la derivazione di regole per un comportamento corretto. Bisogna avere fiducia nel proprio difensore per indurlo a fare meglio e carpirne le migliori qualità professionali. Ma perché la fiducia riduce la complessità?
Un amministratore delegato, un professionista e in certi casi un politico non possono essere valutati preventivamente e in assoluto. È possibile solo a posteriori valutare l’efficacia della loro attività. Il successo si manifesta solo al termine dell’azione, mentre l’impegno deve essere preso preliminarmente. Questo problema complesso viene superato solo in base alla fiducia, ferma restando la ponderabilità della scelta iniziale. Né si può incardinare la fiducia con un atteggiamento diffidente e sospettoso, come talvolta accade nel vivere comune. La diffidenza, la sfiducia, procurano un effetto deprimente e debordante. Si rischia che chi si percepisca come oggetto di sospetto, dopo un primo atteggiamento di tolleranza e di prudenza, finirà per sentirsi offeso dalla sfiducia che viene esibita contro di lui e sarà demotivato nella propria attività. Bisogna avere fiducia nella fiducia. E, così, spesso si coglie nel segno giusto.
Sul piano più generale, un sistema sociale che non può fare a meno, in talune circostanze, di un comportamento diffidente tra i suoi membri per determinate funzioni, ha bisogno al tempo stesso di meccanismi che impediscono alla sfiducia di prendere il sopravvento, di innescare un processo di reciproca intensificazione, trasformandosi in qualcosa di distruttivo. È quindi necessario che si pongano in essere strategie di comportamento che intercettino e neutralizzino atti di sfiducia rendendoli marginali, casuali e ingiustificati.
Una risposta positiva e costruttiva può contribuire fortemente ad allontanare il senso di sfiducia. Dignità, altruismo reciproco, prudenza, fiducia. Ma anche gentilezza. La gentilezza è generosità, altruismo, solidarietà, amorevolezza, ed è anche correttezza ed empatia. L’intento non è moralistico né edificante. La gentilezza è semplicemente uno dei modi migliori per essere soddisfatti e felici. È la gentilezza che rende la vita degna di essere vissuta e ogni attacco rivolto contro di lei è un attacco contro la nostra speranza.
Adam Phillips e Barbara Tayler, nel libro «Elogio della gentilezza», fanno rilevare che purtroppo molte persone trovano la gentilezza non credibile o quantomeno sospetta. Una larga parte di persone pensa che nella sostanza siamo in larga parte tutti cattivi e pericolosi, competitivi e autoreferenziali. E che la gentilezza negli evidenziati significati sia spesso insicura, se non scomoda. Un comportamento gentile viene talvolta guardato con sospetto. Le pubbliche dimostrazioni di generosità vengono liquidate come moralistiche e sentimentali.
Sempre in senso critico, e sotto diverso profilo, la gentilezza d’animo è anche vista come una mancanza di vigore, come la forma più bislacca di debolezza. Secondo quest’assunto la gentilezza appare antiquata e nostalgica. Non condividiamo i critici e i sostenitori di questa tesi, i quali spesso sono coloro che non riescono ad essere generosi, altruisti, empatici e solidali. La gentilezza non consiste in atti deboli non ricambiati e non impone alle persone di abdicare a se stesse. La generosità ha un valore catartico, trasforma le persone mentre esse la praticano. La generosità e l’empatia sono uno scambio dalle conseguenze imprevedibili. La gentilezza è un modo per conoscere le persone al di là della comprensione che possiamo avere, attenua il dolore degli altri e fa conoscere meglio se stessi.
Secondo Rousseau, il sé umano non è isolato ma è una entità sociale, formata dalle relazioni con gli altri, la pietà è parte strutturale della soggettività umana, che spesso viene dimenticata. Dipendiamo gli uni dagli altri non tanto per la nostra sopravvivenza, quanto per il nostro essere vero e proprio. Chi non è generoso, chi vuole trarre dalla sua gentilezza una qualsiasi utilità diventa così più ricco economicamente, ma più povero nell’animo. La gentilezza è una grande virtù che comporta correttezza ed etica. Tutti dovrebbero esserne ben consapevoli.