La Prima Repubblica nasce il 2 giugno del 1946. Il referendum istituzionale consente, con un voto popolare, che è espressione anche della volontà femminile, di fare la scelta repubblicana. È il punto di arrivo della Resistenza e della liberazione dal fascismo. È il risultato della battaglia unitaria di tutti i partiti impegnati nel Cln (Comitato Liberazione Nazionale). Ne sono, in particolare, protagonisti il Governo presieduto da Ferruccio Parri e quelli successivi diretti da Alcide De Gasperi.
Il ministro per la Costituente, Pietro Nenni, il 29 giugno 1946 invia al presidente della Assemblea Costituente, Giuseppe Saragat, le conclusioni dei lavori preparatori per la formulazione della nuova Costituzione. I lavori sono raccolti in quattordici volumi per circa cinquemila pagine tra relazioni e allegati. Sono i risultati cui sono giunte le commissioni sulle questioni economiche, del lavoro e della organizzazione dello Stato. Nenni nella conclusione della sua lettera sottolinea che «occorre essere grati agli studiosi che hanno dato la loro opera, per aver preposto gli interessi del Paese a ogni altro interesse personale».
L’Assemblea Costituente, eletta contemporaneamente allo svolgimento del referendum istituzionale, redige la Costituzione, che entrerà in vigore il 1° gennaio 1948. Il voto è a larghissima maggioranza; vi concorrono tutti i partiti che hanno partecipato alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo. La scissione del partito socialista a Palazzo Barberini tra Nenni e Saragat all’inizio del 1947, l’allontanamento dal Governo del Psi e del Pci, le prime avvisaglie della Guerra Fredda, non ostacolano la redazione unitaria della Carta. L’Italia è un Paese vinto, distrutto, prostrato, lacerato, umiliato, isolato in campo internazionale. Occorre ricostruire la democrazia, l’economia, l’unità. È un compito immane. Il Patto costituzionale tra le forze politiche anti-fasciste regge. Non si spezza l’esile filo che lega i partiti impegnati, sia pure da sponde opposte, nell’azione di ricostruzione economica, sociale e morale dell’Italia.
Molte delle norme costituzionali richiederanno tempo per la loro attuazione (la Corte Costituzionale, il Consiglio Superiore della Magistratura, le Regioni, etc.); altre rimarranno inapplicate come quelle riferite alle organizzazioni sindacali e ai partiti; altre ancora, come ad esempio quelle del Concordato e dei Patti Lateranensi, dovranno attendere il 1984 per essere cambiate; i diritti civili faranno fatica ad avere una completa attuazione; purtroppo rimarrà invece inapplicata per opportunismi politici la norma che esclude e sanziona ogni iniziativa tesa a ricostruire movimenti o partiti di ispirazione fascista. Per tutti i partiti antifascisti la Costituzione rappresenta un elemento di forza per irrobustire la democrazia e per modernizzare il Paese. Le garanzie costituzionali ottenute con un riuscito equilibrio dei poteri tra le diverse istituzioni (Parlamento, Governo, Corte Costituzionale, Presidenza della Repubblica, Consiglio Superiore della Magistratura) hanno il merito nei difficili anni della «Guerra Fredda» di scoraggiare avventure o svolte autoritarie. Gli elettori nel 1953 bocciano la «legge truffa» voluta dall’esausta coalizione di «centro» per definire con un premio elettorale una maggioranza parlamentare autosufficiente per cambiare la Costituzione.
Nel 1960 viene sconfitto con una forte mobilitazione popolare il tentativo di Tambroni di governare il Paese con i neo-fascisti. I socialisti entrano nell’area di Governo. Negli anni Sessanta va al Governo il centro-sinistra. Sono gli anni delle riforme: attuazione dello stato sociale, diritti dei lavoratori, scuola media unica, parità uomo-donna, decentramento dello Stato, diritti civili. Negli anni Settanta viene sconfitto il terrorismo. È decisivo l’impegno del sindacato unitario che respinge l’aberrante slogan «né con le Br né con lo Stato».
Si creano, dopo il fallimento del compromesso storico, le condizioni per un’alternanza di governo che vede la nomina di presidenti del consiglio di matrice laica (Spadolini) e socialista (Craxi) e la elezione alla presidenza della Repubblica di Sandro Pertini. Gli anni Ottanta sono quelli del cambiamento. L’Italia è in Europa. Cade il comunismo. La Chiesa diventa ecumenica. Le innovazioni della tecnologia accelerano i cambiamenti, mutano gli stili di vita, distruggono vecchi lavori e ne creano nuovi. La finanza, la globalizzazione, il mercato rimettono tutto in discussione. Molte sono in quegli anni le iniziative per innovare senza rinnegare. Non hanno successo. Si affievoliscono i vincoli del patto costituzionale. I partiti sono esausti, le forze sociali si dividono, va in crisi la sinistra sociale e politica; si allenta la solidarietà; trionfa l’individualismo; prevale la legge del più forte, quella della giungla. Finisce drammaticamente la prima Repubblica. Si apre una lunga fase di transizione.
Si susseguono e si inseguono diversi cambiamenti costituzionali. Sono di parte. Sono inadeguati. Sono in ritardo rispetto ai cambiamenti della società e dell’economia. Sono accompagnati da nuove leggi elettorali che esautorano il Parlamento ed impediscono il rapporto tra eletti ed elettori.
Umberto Eco ricorda in un suo recente saggio: «Non sono i singoli ma la società stessa che vive in un continuo processo di precarizzazione». Zygmunt Bauman osserva che, finita la fede in una salvezza proveniente dall’alto, dallo Stato o dalla rivoluzione, prevale solo l’indignazione: «Si sa cosa non si vuole, non si sa cosa si vuole. Non si riesce più a definire i partiti diventati movimenti: agiscono ma nessuno sa più quando e in quale direzione. Neppure loro».
Lo scenario alla fine del secondo Millennio è allarmante. Lo descrive efficacemente Paolo Savona: «Prevale l’ignoranza economico-finanziaria; le imprese sono affette da nanismo e localismo; i partiti politici si riducono allo stato gassoso; menefreghismo è il nuovo imperativo categorico». È uno scenario ideale per chi cerca un’arma di distrazione di massa, un’evasione dalla realtà, un salto avanti nella propaganda e mille indietro nella crescita del Paese.
L’Italia è ferma – ricorda Giuseppe De Rita nell’ultimo rapporto del Censis, che presiede – immersa in un «letargo esistenziale collettivo», la politica tenta di trasmettere coinvolgimento e vitalità al corpo sociale ma non ci riesce. Una sorta di limbo italico fatto, come diceva alla fine dell’Ottocento, all’epoca del trasformismo, Filippo Turati, «di mezze tinte, mezze classi, mezzi partiti, mezze idee e mezze persone». Gli ultimi venti anni sono persi. L’Italia precipita sempre più in basso: il suo declino appare inarrestabile. Al governo dei partiti si sostituisce quello dei tecnici, il Parlamento non è più degli eletti ma dei nominati; il bipolarismo all’italiana, alla vana ricerca di una legge elettorale capace di assicurare la governabilità, moltiplica i partiti (erano sette nella prima repubblica, oggi se ne contano una quarantina); si diffondono il trasformismo e il doppiogiochismo.
È potente, prepotente, la spinta al cambiamento; è forte la convinzione di mandare tutti a casa. È inarrestabile la richiesta di una leadership. Rottamare non può essere solo distruzione, deve essere anche costruzione. «Non tutto ciò che è nuovo è bello–diceva il poeta–e non tutto ciò che è bello è nuovo».
Il Governo Renzi con esuberanza e spesso con arroganza si muove come un bulldozer per togliere i macigni che impediscono al Paese di andare avanti sulla strada dello sviluppo. Le riforme, una nuova legge elettorale, il cambiamento della Costituzione sono le parole d’ordine della politica dell’Esecutivo. Innumerevoli e contraddittorie le proposte presentate al Parlamento all’insegna del «prendere o lasciare». Nessuna nostalgia per il passato (i problemi di oggi sono nuovi e diversi), nessun benaltrismo per la ricerca dell’isola che non c’è di Peter Pan, nessuna sottovalutazione della decadenza inarrestabile dell’economia, della democrazia, della solidarietà che sembra caratterizzare il nostro Paese.
Ecco alcuni spunti per la discussione. Il referendum confermativo delle modifiche costituzionali non può diventare un voto di fiducia su di un uomo e sul suo Governo. Se così fosse non sarebbe un referendum, sarebbe un plebiscito. Il cambiamento della legge elettorale esasperandone il premio di maggioranza per chi vince anche di poco e confermando la nomina e non l’elezione dei rappresentanti del popolo, indebolisce la democrazia, avvilisce il confronto politico e sociale, stimola il conformismo e il trasformismo. L’Italia si trova nelle stesse condizioni del 1945.
Come allora ha perso la guerra. È diventata un Paese vecchio, conservatore, pieno di paure, rassegnato, credulo. Ha bisogno di una scossa, più di una, anzi di molte. Deve ricostruire la propria economia; deve indicare degli obiettivi ai suoi cittadini; deve ridare la fiducia nel futuro; deve ricostruire e tessere una rete di solidarietà e deve soprattutto realizzare la coesione tra giovani ed anziani, tra Nord e Sud, tra le forze economiche e sociali, deve riprendere le chiavi di casa che sono state consegnate agli eurocrati di Bruxelles. Va ricostruita, ricercata, favorita una politica di coinvolgimento delle forze sociali; va valorizzato il confronto politico; va ricercata la collaborazione tra tutti. Non c’è bisogno di titani, c’è la necessità di lavorare assieme: l’Italia vince se i suoi cittadini si convincono, se li si avvince con una strategia capace di avere una forte caratura ideale.
Ci sono tre questioni fondamentali per rimettere in sicurezza le fondamenta del nostro Paese. Il primo tema è riferito al confronto con le forze politiche e i soggetti economici e sociali. I cambiamenti costituzionali sono confusi e contraddittori, non cambiano il Paese. È fondamentale ricostruire dei rapporti con le forze sociali. Ci sono troppe lobby, troppi centri di potere, troppi interessi che impediscono una politica di risanamento della spesa pubblica; è sbagliato esasperare il rapporto con il sindacato emarginandolo e colpevolizzandolo. È un vero e proprio autolesionismo.
Il secondo rischio è il modo di procedere sul terreno delle politiche economiche e sociali. C’è improvvisazione. C’è lo scarico delle responsabilità. C’è l’opportunismo elettorale. C’è un uso spregiudicato e disinvolto delle statistiche sull’occupazione, sulle questioni fiscali e previdenziali e sullo sviluppo. Mark Twain scriveva che «i politici usano le statistiche come un ubriaco usa i lampioni: non per la luce ma per il suo sostegno». Si parla di riforme mentre invece è in atto una politica quasi spietata di revisione del welfare. Ci si trova di fronte a dei revisionisti, a dei pentiti che vestono i panni del riformismo.
La terza questione è quella decisiva dell’Europa. La crescita non è possibile secondo le regole del patto di stabilità. Le «medicine» di Bruxelles non sono la cura per l’Italia. Renzi fa bene ad alzare la voce nei consessi europei. È giusto avere una strategia capace di rilanciare l’Europa come una federazione di Stati con una politica fiscale, con delle misure dell’accoglienza, con una politica sociale comuni. Va evitato un dibattito generico o ideologico tra flessibilità e austerità comunque sterile ai fini dello sviluppo e della crescita. Non bastano le astuzie tattiche, occorre avere una strategia. L’Europa va trasformata. Ora invece l’Europa barcolla nel buio, è alla ricerca di rimedi; è incapace di far fronte all’emigrazione, è attonita e vulnerabile dinanzi alla spietatezza del terrorismo. Il potere è esercitato da una burocrazia, quella europea, che non ha dietro un’organizzazione di Stato democratico programmato definito. Il Parlamento Europeo non ha nessun ruolo. La Commissione è al guinzaglio della Germania e della Merkel. L’Europa è alla vigilia della sua disgregazione. Un numero crescente di Paesi membri prende posizione contro i partiti tradizionali, considerandoli asserviti agli interessi e al potere delle élite europee dominanti. L’euro si è dimostrato un sostanziale travestimento del marco, lasciando nelle mani della Germania, e del braccio esecutivo di Bruxelles, un’implicita, appena mascherata, sovranità delle politiche economiche e sociali dei Paesi membri. L’economia tedesca ha beneficiato di un valuta sottovalutata (a sostegno di un astronomico avanzo commerciale), mentre gli altri Paesi dell’eurozona devono operare con una valuta sopravvalutata da compensare con un regime di bassi salari e di riduzione della spesa sociale.
Una riflessione, infine, va fatta sul Partito socialista europeo. Non ha un ruolo né in Europa né nel parlamento. Il Pd deve valorizzare le posizioni apicali che ha in Europa (Federica Mogherini, rappresentante della politica internazionale dell’Unione Europea; Luca Visentini, segretario generale della Ces; Gianni Pittella, presidente del gruppo parlamentare europeo). Come può il Partito socialista europeo approvare l’accordo fatto con la Gran Bretagna? Come può un partito socialista accettare che vengano stabilite regole per sospendere i diritti, i salari, la sicurezza, la salute dei lavoratori stranieri in Gran Bretagna? Insomma: l’Italia deve tornare ad essere una protagonista nelle costruzione dell’Europa. Se non lo farà il costo sarà la decadenza economica e politica; deve recuperare la sua indipendenza; deve riprendersi le chiavi di casa.