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Troppe riforme. Previdenza e assistenza vanno accorpate al posto del mastodonte Inps

GIORGIO BENVENUTO  presidente della fondazione  Bruno Buozzi

L'Italia non riesce a riprendere la strada dello sviluppo. Le prudenti previsioni di crescita per il 2016 stentano a realizzarsi. Il ritmo è molto, molto lento. Il Governo ha immaginato che la crescita sarebbe arrivata allo 0,9 per cento nel 2015 e all’1,6 per cento nel 2016. Non è stato così: nel 2015 l’economia si è espansa al massimo allo 0,7 per cento; per il 2016 l’Ocse prevede un altro anno deludente con una crescita pari all’1,1 per cento. L’Italia non brilla nel confronto con gli altri Paesi europei. L’Irlanda ha ridotto il deficit del 10,9 per cento del Pil; la Spagna del 6,6 per cento; il Portogallo del 6 per cento; la Francia dell’1,7 per cento. Siamo il Paese che ha risanato di meno, rispetto al punto di partenza.
L’economia italiana è andata peggio rispetto agli altri Paesi europei con i conti in disordine. Si è contratta di più del 7 per cento, molto di più della Spagna e del Portogallo, mentre Irlanda e Francia sono cresciute. È una situazione che non può essere sottovalutata. Le promesse di interventi per alleggerire l’evasione fiscale scivolano da un anno all’altro. Le riforme appaiono sempre più uno specchietto per le allodole. Siamo in attesa di uno sviluppo che come Monsieur Godot non arriva mai. Il Governo si muove con abilità nel quotidiano, privo però di una strategia.
Un cambiamento positivo sta avvenendo, bisogna riconoscerlo, sul fronte dell’Europa. La battaglia per modificare la politica dell’austerità imposta dalla Merkel è prioritaria. Si tratta di insistere in quella direzione, cercando opportune intese e alleanze. Sul fronte interno invece non ci siamo. Renzi è convinto che i «rentiers» siano solo i sindacalisti, i pensionati, i giovani. È troppo distratto. Non si accorge dei veri «rentiers», le mille lobby che paralizzano, ingessano, bloccano il Paese. L’ultima legge di stabilità ha consolidato il loro potere. È lì che bisogna operare, disboscare, smantellare, per realizzare una autentica concorrenza nel mercato a favore dei cittadini e del Paese. Purtroppo manca il coraggio, i costi dei servizi aumentano, le tariffe sono prive di controlli, gli sprechi degli enti locali crescono a dismisura, l’evasione fiscale si dimostra inattaccabile.
In questo scenario inaccettabile c’è un’idea fissa, quella di colpire il sindacato, mortificare gli anziani, ingannare i giovani. Il blocco dei contratti, l’aggressione al sistema previdenziale, la rimessa in discussione dello stato sociale si dimostrano ingiusti socialmente oltre che errati economicamente. La domanda interna è ferma, aumentano i poveri, i giovani vanno sempre più all’estero a cercare un lavoro adeguato alla loro professionalità. Più morti, meno nascite, aumento dell’emigrazione verso l’estero (100.000 italiani nel 2015 si sono cancellati dall’anagrafe per andare in un altro Paese), crescita, ma moderata, del numero degli stranieri residenti (5.054.000,40 mila in più rispetto al 2014). Ecco il risultato: la popolazione residente diminuisce, siamo 60.656.000, gli italiani 55.602.000, 179.000 in meno in un anno. Insomma, un quadro poco esaltante. Diminuisce, invece dopo 12 anni, la migrazione interna, siamo sotto il milione e 300.000, il 3 per cento in meno sul 2014. Il saldo migratorio è positivo per il Nord (0,9 per cento per mille abitanti) e Centro (+0,6 per cento), negativo per le regioni del Sud: -2,5 per cento.
In questa transizione demografica a crescere è solo l’invecchiamento; con gli over 65enni che ora sono 13,4 milioni (22 per cento) mentre l’età media della popolazione sale di altri due decimali a 44,6 anni. In calo è invece sia la popolazione in età attiva (15-64 anni che è ora a 39 milioni; il 64,3 del totale) sia quella degli under 14 (8,3 milioni di ragazzi e ragazze, il 13,7 per cento degli italiani). Con un conseguente appesantimento dei cosiddetti carichi strutturali: l’indice di dipendenza, ovvero il rapporto tra popolazione in età non attiva e attiva, cresce in un anno dal 55,1 per cento al 55,5 per cento mentre il tasso di dipendenza degli anziani (over 65 anni in rapporto ai 15-64enni) passa dal 33,7 al 34,2 per cento.
Un aspetto particolare è rappresentato dalla «telenovela» della riforma delle pensioni. «Se vogliamo introdurre il pensionamento flessibile dobbiamo cambiare il Patto di stabilità in Europa», ha ricordato in una recente intervista il presidente dell’Inps Tito Boeri. E ha proseguito: «Costa, nell’immediato, troppo: dai quattro ai dieci miliardi, a seconda delle ipotesi. Eppure nel tempo lungo i costi si compensano, perché le pensioni anticipate con la penalizzazione saranno a regime a costo zero».
Il brusco innalzamento dell’età pensionabile ha avuto effetti perversi sull’occupazione dei giovani. A ciò si aggiunge il blocco generalizzato delle assunzioni nella P.A. e la diffusione incontrollabile del precariato e del lavoro nero. La disastrosa riforma Monti-Fornero, improvvisata in poche settimane perché l’Europa non poteva aspettare di più, è stata sommersa dalle proteste di centinaia di migliaia di esodati, trovatisi dalla mattina alla sera senza stipendio e senza pensione. Si può parafrasare, per descrivere i danni arrecati dai governi tecnici e dagli eurocrati di Bruxelles, l’aforisma di Chamfort: «Les économistes sont des chirurgiens qui ont un excellent scalpel et un bistouri ébréché, opérant a merveille sur le morte et martyrisant le vif» (gli economisti sono chirurghi che posseggono un ottimo scalpello e un bisturi sbrecciato: lavorano a meraviglia sul morto e martirizzano il vivo).
La riforma previdenziale di Elsa Fornero ha aggravato la compatibilità con la politica di sviluppo dell’occupazione in una concezione statistica della società: i pensionati sono considerati come numeri non come persone. Cambiano i Governi, si alternano i ministri del lavoro, si succedono i presidenti dell’Inps ma si continua imperterriti a parlare di riforma pensionistica in ogni occasione per restringere i diritti degli anziani. Si parla spesso con arroganza come «riformisti»; non è così, ci si muove invece come dei revisionisti pentiti. Le pensioni sono rimesse in discussione solo per fare cassa perché non si riesce infatti ad intaccare la spesa pubblica.
È impressionante, in una rapida carrellata, riassumere tutti i provvedimenti che negli ultimi 24 anni hanno riguardato il sistema pensionistico. Il meccanismo delle pensioni è stato modificato e rimodificato producendo spesso norme ingiuste, confuse, contraddittorie. Ecco gli aspetti di alcune cosiddette riforme più incisive.
La riforma Amato nel 1992 ha riguardato il mantenimento della perequazione automatica delle pensioni con l’abolizione dell’adeguamento alle dinamiche contrattuali; l’elevamento graduale, per il settore privato, dell’età di pensionamento di vecchiaia a 65 anni per gli uomini e a 60 anni per le donne; l’innalzamento da 15 a 20 anni del requisito assicurativo minimo per la pensione; l’innalzamento a 35 anni della pensione di anzianità nel settore pubblico; il blocco delle pensioni di anzianità; l’introduzione dei nuovi requisiti reddituali per l’integrazione al minimo.
La riforma Dini nel 1995 ha introdotto un nuovo metodo di calcolo contributivo, prevedendo il pensionamento ad età comprese tra 57 e 65 anni sia per gli uomini che per le donne; ha definito le nuove regole per le pensioni di anzianità (40 anni di versamenti a qualsiasi età oppure almeno 57 anni di età e 35 di contributi); ha previsto l’ulteriore posticipo del pensionamento di anzianità, rispetto alla maturazione dei requisiti fissati dalla legge, operato tramite il meccanismo delle decorrenze (le cosiddette finestre di uscita) aventi cadenza trimestrale; ha inasprito i requisiti reddituali per l’integrazione al trattamento minimo.
La riforma Prodi nel 1997 è intervenuta in materia di disparità nelle regole per pensioni di anzianità tra dipendenti pubblici e dipendenti privati e in tema di omogeneizzazione delle contribuzioni per le diverse categorie professionali; ha introdotto la sospensione temporanea delle indicizzazioni (ai prezzi) per le pensioni al di sopra di tre milioni di lire ed ha previsto un meccanismo di aliquote decrescenti all’indicizzazione delle pensioni.
La riforma Berlusconi nel 2004 ha introdotto il «bonus contributivo» prevedendo che chi ha maturato i requisiti per la pensione ma resta volontariamente al lavoro potrà avere netti in busta paga i contributi che il datore di lavoro avrebbe dovuto versare all’Inps; l’istituto della totalizzazione che consente di sommare tutti i periodi contributivi (superiori a 5 anni).
La riforma Prodi-Damiano nel 2007 ha in parte modificato la riforma Berlusconi eliminando il super bonus e rendendo più graduale l’innalzamento dell’età di pensione attraverso «scalini» e «quote vincolate» costituite dalla somma di età anagrafica e anni di contributi; ha previsto che la totalizzazione degli anni contributivi sia possibile per periodi minimi di tre anni in su, anziché cinque.
La riforma Sacconi-Tremonti all’inizio del 2011 è intervenuta su: età di vecchiaia delle donne nel settore privato. Il percorso di allineamento dell’età di vecchiaia delle donne nel settore privato rispetto a quello degli uomini (e delle donne nel settore pubblico) viene anticipato di 6 anni nel periodo 2014-2026 rispetto al periodo 2020-2032, precedentemente previsto.
La riforma Monti-Fornero alla fine del 2011 ha stabilito l’estensione del calcolo contributivo ai lavoratori assoggettati al calcolo retributivo, precedentemente esclusi (coloro che vantavano almeno 18 anni di contribuzione al 31/12/1995). Il regime delle decorrenze viene abolito e, in generale, sostituito con un corrispondente incremento dei requisiti minimi di età e/o di contribuzione per l’accesso al pensionamento. Le aliquote contributive dei lavoratori autonomi vengono gradualmente incrementate dal 20 per centodel 2011 al 24 per cento del 2018. Inoltre, la legge n. 183/2011 (legge di Stabilità 2012) aveva già incrementato di un punto percentuale l’aliquota dei lavoratori parasubordinati portandola al 27 per cento (18 per cento per i lavoratori parasubordinati già pensionati o iscritti ad altro fondo o gestione). Per il biennio 2012-2013, le pensioni di importo complessivo superiore a 3 volte il minimo (circa 1.400 euro mensili) non sono indicizzate al tasso di inflazione. Dal 1° gennaio 2012 al 31 dicembre 2017, è istituito un contributo di solidarietà a carico degli iscritti e dei pensionati (con pensione pari o superiore a 5 volte il minimo) degli ex-fondi trasporti, elettrici e telefonici e del fondo volo.
Le leggi di stabilità del 2014 e del 2015 hanno previsto ulteriori tagli all’indicizzazione delle pensioni e una serie di misure per far fronte al problema degli esodati. La politica previdenziale ha partorito una serie innumerevole di pseudo riforme basate, purtroppo, su analisi superficiali costruite sui luoghi comuni che animano irresponsabilmente i dibattiti nei talk show. Vediamo invece qual’è la verità. Il nostro modello di welfare per finanziare le pensioni prevede una tassa di scopo (i contributi sociali) mentre l’assistenza è finanziata dalla fiscalità generale.
Alberto Brambilla, nel Rapporto sul bilancio del sistema previdenziale italiano edito nel 2016, ha evidenziato, cifre alla mano, che il bilancio pensionistico è quasi in pareggio, con un modesto disavanzo di 560 milioni. Con dovizia di numeri, di statistiche di riferimenti normativi Brambilla dimostra che il sistema previdenziale italiano, grazie alle numerose riforme che si sono susseguite negli ultimi 25 anni, è stabilizzato e sicuro. Ciò dovrebbe ridurre l’esuberanza di coloro che propongono tagli alle pensioni, deindicizzazioni, contributi di solidarietà. È anche necessario un uso meno disinvolto dei dati: le notizie errate e terroristiche sulle basse pensioni hanno in pratica l’effetto di aumentare elusione ed evasione contributiva, dissuadendo i giovani da una corretta contribuzione.
Il rapporto con il Pil della spesa pensionistica, al netto delle misure assistenziali, si è ridotto nel corso degli anni dal 15,46 per cento al 10,06 per cento. Non si può più ignorare che le prestazioni come le integrazioni al minimo delle pensioni, le maggiorazioni sociali e gli assegni familiari sono imputati alla spesa previdenziale. La spesa a carico della fiscalità generale (cioè quella non coperta dalle contribuzioni sociali) per le prestazioni assistenziali (correlate al reddito per sostenere la famiglia e ridurre i tassi di povertà e di esclusione sociale) è stata nel 2014 di circa 119 miliardi netti (su queste prestazioni non ci sono imposte), spesa pari al 69 per cento circa di quella per le pensioni: è questa la vera voce di bilancio da mettere sotto controllo.
Esiste - si dice - un «conflitto generazionale». I pensionati attuali si «mangiano» con le loro pensioni i contributi dei figli e dei nipoti, soggetti spesso a rapporti precari, saltuari e poco retribuiti. È un’affermazione tendenziosa. Le pensioni dei giovani di oggi saranno pagate con i contributi dei loro figli e nipoti, secondo la logica del sistema a ripartizione». Se le future pensioni contributive saranno modeste dipenderà - come sostengono in un loro saggio apparso su Formiche.net Michele Poeri e Carlo Sizia - esclusivamente dalla precarietà e discontinuità lavorativa e dal fatto che la rivalutazione del montante contributivo annuale ed i coefficienti di trasformazione sono mal calibrati, sono addirittura punitivi. E se a ciò si aggiunge che una vera previdenza integrativa non è ancora partita, la situazione pensionistica dei giovani appare ancora più grave. Si tratta, però, di problemi squisitamente politici che nulla hanno a che vedere con la responsabilità degli attuali pensionati, problemi che sono aggravati con le decisioni del Governo di aumentare dall’11,5 per cento al 20 per cento la tassazione sul risultato netto maturato dai fondi delle pensioni  integrative.
Il deficit di gestione annuale dell’Inps (peraltro garantito dallo Stato ed oscillante attorno ai 10 miliardi) dipenderebbe dalle pensioni «alte» degli attuali pensionati «d’oro». Non è così. Il bilancio Inps è in attivo per quanto riguarda le partite previdenziali, mentre è largamente deficitario, a causa del bassissimo apporto contributivo per le prestazioni socio-assistenziali, che rappresentano circa un terzo del bilancio. Il presidente dell’Inps Tito Boeri propone di ricalcolare tutte le pensioni (che Francesco D’Amato nella sua rubrica su Formiche.net suddivide ironicamente fra quelle di platino, d’oro, di rame, d’argento, d’acciaio, di ferro, di zinco, di latta e persino di stagnola) liquidate con il sistema retributivo per tagliarle tassando progressivamente l’eventuale differenza rispetto all’ammontare che sarebbe dovuto con l’applicazione, molto meno vantaggiosa, del sistema contributivo.
Tito Boeri, insieme al neo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Tommaso Nannicini, ha così specificato le proprie proposte per tagliare le cosiddette pensioni d’oro: «Il gettito che possiamo attenderci da interventi di questo tipo è limitato. Ma si tratterebbe comunque di un flusso annuo destinato ad accompagnarci per svariati decenni (finché lo stock delle pensioni in essere non verrà interamente erogato con il sistema contributivo). E, soprattutto, persistono le ragioni di equità (attuariale e tra generazioni) a favore di un contributo selettivo, visto che il flusso annuo di risorse potrebbe essere destinato subito alla tutela di generazioni che sono state penalizzate dal nostro sistema di welfare». La proposta è quella di un «contributo di equità sul reddito totale da pensione che, fatte salve le prestazioni assistenziali, istituisca un prelievo annuo su chi è andato in pensione con il metodo retributivo (anche parzialmente con il pro rata)», si legge su LaVoce.info. Il prelievo dovrebbe scattare soltanto al di sopra di una doppia soglia: 1) per redditi sopra un certo ammontare (per esempio, sette volte il trattamento minimo, 3.367 euro lordi); 2) per assegni pensionistici che hanno rendimenti sensibilmente più alti rispetto a quelli che i contributi versati avrebbero prodotto con il metodo contributivo. Boeri e Nannicini hanno sottolineato che «non stiamo parlando di un nuovo intervento indiscriminato sull’universo dei pensionati, ma di un prelievo selettivo che riguarderebbe 501.949 persone (il 3 per cento dei pensionati). Anche se si facesse scattare il contributo da un reddito pari a sei volte il trattamento minimo (2.886 euro lordi), la platea dei potenziali destinatari sarebbe solo il 5 per cento dei pensionati (800.650 persone)».
Particolarmente preoccupanti e contraddittorie sono le misure contenute nel recente disegno di legge delega recante norme relative al contrasto della povertà, al riordino delle prestazioni e al sistema degli interventi e dei servizi sociali (è un collegato alla legge di stabilità 2016).
Un’attenzione particolare va rivolta ai trattamenti di reversibilità inseriti tra i beneficiari di prestazioni considerate assistenziali. Le pensioni di reversibilità sono 4.813.125 con una spesa totale annua di 24.152.946.974 euro, di cui 1.347.343 riguardano persone con la sola pensione di reversibilità. Sono 4.187.194 le donne (per lo più vedove che percepiscono in base al reddito dal 30 al 60 per cento la pensione del marito deceduto) e appena 625.931 gli uomini.
Una elaborazione provvisoria delle regole attualmente vigenti sui valori Isee darebbe dei risultati sconcertanti. Se si assume per le stime Isee una casa di proprietà con valore catastale pari a 450 euro, un patrimonio mobiliare pari a 12.500 euro, in presenza di assenza di altri redditi diversi da quelli di pensione la reversibilità sarà del 60 per cento (tabella Isee di 10.343 euro), del 57,5 per cento (tabella Isee de 26.619 euro), del 36 per cento (tabella Isee di 33.132 euro), del 30 per cento (tabella Isee di 39.645 euro). Insomma si toglie ancora una volta ai poveri; anzi si creano nuovi poveri. Si può affermare che il Governo intende paradossalmente applicare la patrimoniale solo ai pensionati.
L’approccio alla questione previdenziale va modificata. Occorre ripristinare quel clima di collaborazione e di fiducia che aveva caratterizzato la modernizzazione dell’Inps e il comportamento del Governo soprattutto quando era presidente del Consiglio Lamberto Dini e presidente dell’Inps Gianni Billia.
Il sistema previdenziale è stato accentrato tutto sull’Inps. Così come si è strutturato non funziona. Occorre finalmente dividere la previdenza dall’assistenza anche istituzionalmente prevedendo due istituti ad hoc, al posto del mastodonte Inps. Va decisa una governance che, autonoma nella gestione, abbia un sistema di controllo e di monitoraggio espresso dalle parti sociali. È inaccettabile l’uso disinvolto e qualunquistico dei dati; è fondamentale che si realizzino operazioni di equità e di solidarietà senza snaturare il ruolo della previdenza fondato sui contributi versati. Gli anziani - come i giovani - devono e possono rappresentare una risorsa per il Paese. Esasperare conflitti e contrapposizioni può consentire di raccogliere consensi nell’immediato. Ma alla lunga non si mantengono: sono effimeri. Il Paese deve rafforzare la coesione, non archiviare la solidarietà.  

Tags: Marzo 2016 Giorgio Benvenuto pensione previdenza

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