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Premio Vincenzo Dona, voce dei consumatori: non tutto ciò che compri è ciò che credi

di MASSIMILIANO DONA

«Non tutto quel che compri è ciò che credi», è il motto che quest’anno abbiamo scelto per riassumere nel modo migliore il tema della giornata di convegno in occasione della consegna del «Premio Vincenzo Dona - Voce dei consumatori», svoltasi lo scorso 22 novembre, a Roma. Dal cibo all’abbigliamento, ma anche giocattoli, cosmetici, gioielli, farmaci e moda: in questa sesta edizione del Premio abbiamo focalizzato la nostra attenzione sui molti settori della contraffazione, fenomeno che, seppur risenta esso stesso della crisi, rappresenta una costante minaccia per l’economia, per la società, per il portafoglio e per la salute dei consumatori. Il falso vive gli alti e bassi del mercato perché ne fa parte e affonda i propri colpi con la complicità delle imprese scorrette, ma anche con le connivenze di taluni consumatori. A farne le spese, citando le parole del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Antonio Catricalà, è «l’Erario, i produttori (soprattutto quelli italiani tra i quali si annoverano molti tra i marchi più prestigiosi e imitati) e naturalmente lo stesso consumatore». Come ha ricordato intervenendo alla cerimonia il presidente della Coldiretti Sergio Marini, il mercato del falso nel nostro Paese «costa circa 300 mila posti di lavoro e l’agropirateria, in particolare, ha fatturato più di 60 miliardi di euro». Secondo la Direzione investigativa antimafia, la contraffazione è un’area particolarmente remunerativa per la criminalità organizzata, al pari dello spaccio di droga, della prostituzione, del gioco d’azzardo, del lavoro nero. Il problema è che è considerata con maggiore indulgenza dall’opinione pubblica, il che la rende un investimento più sicuro e meno rischioso. Il nemico da combattere, dunque, è prima di tutto culturale; ha ragione l’avvocato Daniela Mainini, presidente del Comitato Nazionale Anticontraffazione, quando afferma: «La contraffazione è stata considerata per troppi anni un problema della moda, del lusso, quindi di pochi e molto ricchi. Così non è ed è ormai noto a tutti che la contraffazione riguarda tutti i settori dell’economia, dall’alimentare al farmaceutico, dai pezzi di ricambio ai giocattoli, un virus che si è insinuato nell’economia legale e si è esteso ormai a dismisura, anche perché si tratta di industria che viola sistematicamente i diritti umani, del lavoro, oltre a non pagare le tasse ed alimentare organizzazioni criminali». Non solo, significa sprecare il proprio denaro: nel supermercato può capitare, purtroppo, di scoprire prodotti falsamente etichettati come dop, vini sofisticati con sostanze zuccherine, pesce asiatico spacciato per pesce pregiato del mediterraneo, carne decongelata venduta come fresca, ma molti consumatori ignorano i rischi per la salute. Infatti, non è solo acquistando un formaggio o un vino taroccato che si attenta alla propria salute, ma anche con i giocattoli e persino con abbigliamento e accessori. C’è chi, pur di avere una borsa di tendenza così simile all’originale (che in condizioni normali non potrebbe permettersi), si accontenta dell’imitazione, senza considerare i rischi che corre: scarpe, borse, portafogli, cinture contraffatti, infatti, sono realizzati con pellami di pessima qualità, che sono spesso difettosi nell’uso, ma possono anche contenere sostanze chimiche responsabili di dermatiti, allergie e disturbi respiratori. Alle volte, poi, il danno è anche economico per lo stesso consumatore che acquista un capo credendolo originale, ma si ritrova con un falso. Secondo il sondaggio realizzato dall’Unione Nazionale Consumatori, il 62 per cento degli intervistati sa riconoscere «soltanto in alcuni casi» un falso da un originale, e solo il 27 per cento riesce a farlo sempre. Il quadro che emerge dalla nostra inchiesta è disarmante perché non solo si evince una propensione degli italiani ad acquistare capi taroccati (il 62 per cento dei consumatori lo fa «abitualmente», il 36 «qualche volta») ma la motivazione che si adduce nell’85 per cento dei casi è la necessità di risparmiare. Per mettere da parte quattrini i consumatori accettano di correre qualche rischio, ma non è solo questo: a muovere il fenomeno è probabilmente soprattutto la filosofia «Voglio a tutti i costi». In altre parole, alle volte si desidera così tanto qualcosa da accontentarsi di una copia seppur di scarsa qualità. Questa è la prova che la contraffazione, purtroppo, non riguarda più solo ciò che acquistiamo, ma ha ormai assunto un carattere ideologico: la «non autenticità» fa ormai parte della società, delle istituzioni, del commercio, della politica e quindi, in ultima analisi, di ciascuno di noi. Come cambiare le cose? Dovremmo spiegare ai consumatori che il «non autentico» offende la nostra stessa persona; dovremmo essere consapevoli ciascuno dei nostri limiti e saper convivere con essi, come si conviene per gli esseri razionali. A meno che non si debba rinunciare alla principale caratteristica dell’uomo (e cioè il suo essere «pensante») per accettare di essere sopraffatti dall’essere «desiderante». 

Tags: Dicembre 2012 Massimiliano Dona UNC Unione nazionale consumatori

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