Il sapere si pone di per sé come un efficace ostacolo al narcisismo, al delirio di onnipotenza collegati al denaro e all’utilitarismo. Tutto si può comprare, dai parlamentari ai funzionari, dal potere al successo. Ogni cosa ha un proprio prezzo. Ma non la conoscenza: il prezzo da pagare per conoscere è di ben altra natura. Già Socrate l’aveva spiegato ad Agatone, quando nel Simposio contestava l’idea che la conoscenza potesse essere trasmessa meccanicamente da un essere umano all’altro, come l’acqua che scorre attraverso un filo di lana da un recipiente pieno ad uno vuoto.
Ma c’è di più. Solo il sapere può sfidare le leggi del mercato, che finiscono per negare la conoscenza e la cultura. Fa male vedere gli esseri umani ignari della crescente desertificazione che soffoca lo spirito, consacrati esclusivamente ad accumulare soldi e potere. Eugene Ionesco ha osservato che, se non si comprende paradossalmente l’utilità dell’inutile, l’inutilità dell’utile, non si comprende l’arte, il genio e la cultura.
Ma per capire ciò non si deve più vivere irresponsabilmente all’insegna dell’eccesso. Troppo di tutto: troppa produzione, troppo consumo, troppa dotazione dei prodotti, troppa obsolescenza, troppo scarto e, insieme, troppe violazioni dei diritti, troppe disuguaglianze, troppo saccheggio di risorse naturali, troppo inquinamento di ogni genere (biochimico, ambientale, visivo, acustico, ecc.). Così ha scritto Serge Latouche, nel volume «Breve trattato sulla decrescita serena e come sopravvivere allo sviluppo». Appare necessario porre fine alla predazione. Siamo diventati dei «tossicodipendenti» della crescita, legata alle leggi di un mercato dissoluto. Il che non è una semplice metafora, ma un fenomeno polimorfo.
L’iperconsumo dell’individuo contemporaneo «turbo-consumatore» non alimenta una felicità reale. Bisognerebbe riscoprire la saggezza della lumaca che ci insegna la necessaria lentezza e costruisce la delicata architettura del suo guscio aggiungendo uno dopo l’altra delle spire sempre più larghe, poi smette bruscamente e comincia a creare delle circonvoluzioni stavolta decrescenti. La società vive, purtroppo, di mercatismo e di eccessi senza contenimenti. Gli eccessi non riguardano solo i consumi e lo stile di vita, ma si alimentano di apparenza e di spettacolarità. Di fronte a tutto ciò la discrezione e la sobrietà si pongono come una necessaria forma di resistenza.
Spegnere i riflettori, abbassare il volume, godere dell’anonimato sono forti valori morali. La discrezione è un’arte, un atto volontario, una consapevole scelta di vita in un mondo che ci vorrebbe sempre connessi, protagonisti, inesorabilmente presenti, e in cui s’impone l’urgenza di una tregua, di staccare e sparire.
Nel saggio «L’arte di scomparire» Pierre Zaoui affronta la tematica del vivere con discrezione argomentando che le anime discrete sono quelle che fanno il mondo: senza di esse, più nulla può reggere. Dobbiamo augurarci che non venga mai il giorno in cui anime simili scompariranno, schiacciate definitivamente dall’omnivisibilità, che non venga mai il giorno in cui rimarranno soltanto riflettori e casse di risonanza, perché allora tutto crollerà. Siamo purtroppo vicini a questo crollo. Politica docet.
L’esperienza della discrezione è poi del tutto diversa da quella dell’ammirazione e della fascinazione, poiché, più che un trasferimento della propria volontà su quella altrui, è una sospensione della nostra spontanea attribuzione della volontà a figure individuali. Non sono più le «anime di fuoco», le «anime senza riposo», per riprendere espressioni stendhaliane, ad avere importanza, ma realtà prepersonali e preindividuali: gesti, sorrisi, relazioni taciute, silenzi che scivolano sotto le parole.
Rievocando i Greci, si può fare riferimento ai tempi prima di Platone in cui gli antichi inventarono un magnifico culto delle apparenze, privo di profondità, privo di secondo piano, senza retromondo: bellezza pura, senza altra giustificazione che se stessa. Ma ciò che è nel tempo cambiato è che questo mondo delle apparenze si è ritratto in un gioco di immagini di sé privo di bellezza e della profondità infinita. Gli eroi antichi e classici non erano proiezioni di sé e lasciavano sullo sfondo la vita ordinaria senza sorveglianza.
Gli eroi moderni incarnano ora i fantasmi dell’omnipotenza di chi sogna solo di apparire, ora la fuga paranoica di chi non riesce più a sopportare di essere visto in un mondo che non conosce più ombra, né nascondiglio, né territorio non sorvegliato.
Ma attenzione. La discrezione ha anch’essa un risvolto negativo quando rientra nell’arte della maschera, della dissimulazione, della menzogna, dell’astuzia. Ha invece un aspetto positivo quando è semplice gioia di non essere visto e di non vedere ciò che non ci viene mostrato. La grande questione del discreto, la sua fonte e il suo modello, non è che una cosa sola: la bellezza politica, da intendere in senso proprio, vale a dire bellezza della vita in comune, nella città moderna, polis senza mura e senza un fuori estraneo. Quindi non la bellezza spettacolare che pretende subito di soggiogare il mondo, e nemmeno quella ovattata che si concede solo agli happy jew nel fascino impeccabile dei loro interni.
Ma una bellezza nuda, anonima e offerta a tutti. A condizione di saperla vedere. Ma il pericolo è che i valori reali (cultura, conoscenza, sobrietà, discrezione) rimangano sospesi ed inghiottiti nella spirale del «non più» e del «non ancora». Siamo, infatti, instabili per forza di cose, nulla è più solido attorno a noi, nemmeno la direzione di marcia. Non c’è, infatti, un’ideologia che selezioni un pensiero vincente e lo diffonda, non c’è uno spirito costituente – morale, politico, culturale – che permetta di dare forma a nuove istituzioni per un mondo nuovo. Stiamo scivolando verso un territorio sconosciuto e lo facciamo da soli, in ordine sparso, con le forme e i modi che hanno regolato le nostre vite che perdono contorno mentre smarriscono efficacia e autorità.
I principi che hanno sentenziato l’ethos repubblicano, cioè quel sistema di regole che ha orientato i rapporti di autorità e le modalità della loro legittimazione, i valori condivisi e la loro gerarchia, fino ad arrivare al nostro comportamento e ai nostri stili di vita, devono essere ripensati alla radice perché non sembrano più adatti all’esperienza e alla comprensione di un mondo che ha subito la più travolgente dilatazione spaziale e nello stesso tempo l’inedita connessione globale.
Sono questi i temi identitari affrontati da Zygmunt Bauman ed Ezio Mauro nel libro «Babel». In questo mondo dominato dall’ipertrofia tecnologica i filosofi possono contribuire a trasformare l’eccesso di informazione in conoscenza. È questo un concetto ripreso dal filosofo francese Michel Serres. Stiamo vivendo una rivoluzione antropologica. Sta nascendo un uomo nuovo (e complesso), la cui caratteristica principale è la quasi completa esternalizzazione nei computer, nei cellulari, in rete, della sua memoria, delle sue conoscenze e delle sue capacità di calcolo.
Sotto il segno positivo le nuove tecnologie consentono forme di conoscenza collaborativa, attraverso le quali è possibile poi far evolvere il sapere comune con il concorso delle conoscenze individuali. Grazie alla connessione degli uni agli altri, il collettivo diventa cosciente delle proprie conoscenze, diventando meno cieco verso se stesso. Sotto l’aspetto negativo con l’esternalizzazione assoluta il supporto esterno rischia di andare perso o distrutto. Si rischia, inoltre, la dipendenza da chi ne controlla le procedure.
Ma vi è un pericolo in più. L’intelligenza artificiale sopravvenuta dalle nuove rivoluzionarie tecnologie, può distruggere l’uomo ed annullarne l’identità. Va, quindi, orientata. Ha in sé il germe in grado di distruggere la razza umana. È più pericolosa delle armi nucleari. Secondo l’appello proposto da 400 scienziati (fra i quali Hawking e Musk) a causa del grande potenziale positivo dell’intelligenza artificiale, è importante che venga analizzato il modo in cui possiamo trarne benefici, evitandone le potenziali insidie. I nostri sistemi di intelligenza artificiale dovranno fare quello che vogliamo che facciano, non il contrario.
In una chiave positiva si è, però, affermato che l’intelligenza artificiale non potrà vincere sul lavoro e, segnatamente, sull’attività professionale. Ed infatti le macchine riescono sì a compiere buona parte del lavoro manuale e di routine, ma non possono sostituire quell’insieme di caratteristiche, come creatività, comunicazione, capacità interattiva, flessibilità, necessarie in ogni aspetto della vita, compreso il lavoro. Allo stato dei fatti, non è, quindi, possibile sostituire gli esseri umani con le macchine, se non nel senso della complementarietà. D’altra parte è ben noto che abbiamo competenze di cui non abbiamo coscienza, ma che emergono istintivamente ogni volta che ci troviamo di fronte ad un problema.