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SE LA DETENZIONE e' INUMANA LA PENA VA RIDOTTA

Maurizio de Tilla, presidente dell’ANAI, Associazione Nazionale Avvocati Italiani

Finalmente una buona notizia. L’Europa ha promosso l’Italia nel sovraffollamento carcerario, che è diminuito e si avvia alla possibile normalizzazione. Il risultato è stato raggiunto con una serie di leggi volte ad escludere forme di detenzione inutilmente afflittive, preservando però la sicurezza di un indiscriminato svuotamento degli istituti carcerari. Per evitare la sanzione dell’Europa per le «celle disumane» si è corsi ai ripari con una pena ridotta ed un ristoro al giorno per ogni detenuto. Tutto scaturisce dalla decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo dell’8 gennaio 2013, in base alla quale la situazione di sovraffollamento carcerario viola l’articolo 3 della Convenzione europea di diritti dell’uomo. La sentenza di tale Corte ha accertato che la situazione di sovraffollamento carcerario ha in Italia un carattere sistematico.
Per riparare alla grave accusa annunciante sanzioni, il Governo ha varato con decreto legge nel quale stabilisce che, se il detenuto ha subito una detenzione inumana o degradante, ha diritto ad un risarcimento, consistente in una riduzione della pena detentiva ancora da espiare. La percentuale della decurtazione è pari al 10 per cento del periodo durante il quale il trattamento penitenziario è stato illegittimo.
Se poi il pregiudizio si sia protratto per un periodo inferiore ai quindici giorni o se il periodo di pena ancora da scontare non sia tale da consentire l’applicazione della riduzione, si opera la riduzione della misura possibile, corrispondente alla pena detentiva ancora da espiare, e si liquida, a favore del detenuto interessato, la somma di euro 8 per ogni giornata di trattamento carcerario illegittimo. I soggetti che non si trovano più in stato di detenzione alla data di entrata in vigore del decreto potranno proporre azione risarcitoria entro sei mesi dalla sua entrata in vigore.
È questa la presa d’atto legislativa che, nella politica carceraria degli ultimi tempi, non si è prestata alcuna attenzione alle condizioni inumane dei carcerati. Si discute se il carcere aperto aumenta la sicurezza. Si è affermato ciò in un articolo di Donatella Stasio e Daniele Terlizzese, e cioè che «il carcere aperto aumenta la sicurezza». L’asserzione è importante, ma non va equivocata.
Ed infatti si riferisce ad una ricerca compiuta dall’Università di Essex e dall’Einaudi Institute for Economics Finance, secondo la quale a parità di pena da scontare nelle patrie galere, chi ha avuto la fortuna di trascorrere più tempo in un carcere «aperto» ha una recidiva inferiore di chi invece è stato detenuto più a lungo in un tradizionale carcere chiuso.
Il modello individuato è quello del carcere di Milano Bollate, che costituisce un prototipo di carcere aperto inaugurato nel 2000: celle aperte tutto il giorno, nessun sovraffollamento, giornate operose fatte di lavoro, studio, formazione professionale, attività ricreative e sportive, affettività e progressivo reinserimento nella società attraverso il ricorso a benefici carcerari e alle misure alternative.
Il discorso è valido. Ma bisogna fare i conti con la natura dei reati commessi, isolando i detenuti più pericolosi che non possono ovviamente rientrare nel carcere aperto. Ma i problemi della giustizia penale non sono solo questi. Si è denunciato che per gli arresti domiciliari e per l’uso dei braccialetti elettronici i controlli sono inesistenti. Pochi agenti e verifiche ogni 17 giorni. Dopo la riforma del 2010, 14.039 detenuti hanno lasciato il carcere per i domiciliari. È capitato che alcuni detenuti ai domiciliari abbiano compiuto furti e rapine. Il fenomeno è increscioso, ma non è certamente numericamente rilevante. Invero, se la politica legislativa tende a diminuire la presenza in carcere e ad aumentare le «pene domiciliari», bisogna attrezzarsi nella vigilanza. Il rimedio dei «braccialetti» si è rivelato insufficiente. Non si parla però dell’incredibile numero di errori giudiziari che affliggono la giustizia.
Ogni anno in Italia si contano 2.400 errori giudiziari o ingiuste detenzioni. Tutti i risarcimenti per gli errori che i Tribunali commettono ammontano ad una considerevole cifra: 46 milioni di euro all’anno. Tanto ha speso lo Stato italiano nel 2011 per gli errori giudiziari, e 231 milioni tra il 2004 e il 2007. In media ogni anno 2.139 procedimenti per ingiusta detenzione. Sono dati riportati da Paolo Bracolini, nel libro «La Repubblica dei mandarini».
Il record di assoluzioni e risarcimenti si registra a Napoli. Seguono Bari con 382 procedimenti per ingiusta detenzione, Catanzaro con 246, Lecce con 194, Reggio Calabria con 179, Messina con 144, Roma con 135, Palermo con 69. Su 144 mila cause dinanzi alla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo, 14 mila, pari a circa il 20 per cento, vengono dall’Italia, messa peggio della Romania con l’8,3 per cento, dell’Ucraina con il 7,1, della Serbia con il 5,9, della Polonia con il 3,2 per cento. Solo Russia e Turchia hanno casi superiori di malagiustizia: 35.350 pari al 24,4 e 17.150 pari all’11,9 per cento.

Tags: Gennaio 2015

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