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sharing economy, dalla crisi sorge una nuova fiducia verso il prossimo

Massimiliano Dona, segretario generale dell’unione nazionale consumatori

La scorsa estate ho affittato la mia piccola casa al mare vicino Roma tramite il sito Airbnb e devo ammettere di essere rimasto piacevolmente colpito da questa nuova esperienza. Per chi non lo conoscesse, Airbnb è la nuova frontiera del mercato immobiliare: un portale on-line che mette in contatto persone in cerca di un appartamento, una stanza o semplicemente un posto letto per brevi periodi con persone che dispongono di uno spazio da affittare. Detto così sembra niente di più della classica bacheca on-line sulla quale cercare annunci immobiliari, ma la vera rivoluzione è che la casa messa a disposizione dagli utenti nella maggior parte dei casi è quella di tutti i giorni (con i mobili, gli effetti personali dei proprietari, i ricordi), il che rende il soggiorno un vero momento di «condivisione».
Per me la più grossa difficoltà da superare, devo ammetterlo, è stata quella di abbandonare la consueta idea di possesso: mi ha fatto un certo effetto pensare ad un estraneo seduto sulla «mia» poltrona preferita a guardare la tv, immaginarlo nel «mio» letto o nel «mio» bagno, ma a parte qualche precauzione d’obbligo mi sono reso conto che gli aspetti positivi sono molti di più dei possibili svantaggi. D’altra parte senza arrivare alla casa, oggi molti consumatori sono diventati dei fan del car-sharing: «Car to go», ed «Enjoy», per citare i più conosciuti. L’idea di fondo è la stessa: non possiedo l’auto, ma la uso quando mi serve e pago per quello che consumo, con l’ausilio della tecnologia che mi fa trovare la vettura più vicina grazie ad un’applicazione sul mio telefonino.
I vantaggi? Niente spese fisse per il mantenimento dell’auto, la possibilità di parcheggiare gratuitamente anche nelle strisce blu e naturalmente meno inquinamento per le nostre città. Certo, ancora il servizio non funziona alla perfezione e trovare in una città come Roma la vettura disponibile più vicina, soprattutto quando si ha fretta, non è sempre facile, ma se aumentano gli utenti anche il servizio può migliorare.
C’è da dire che il concetto di car-sharing iniziò a diffondersi già nel 2000, ma fino ad oggi non ha avuto particolare successo: quando qualche anno fa, durante un viaggio negli Stati Uniti, scoprii Zipcar, l’antesignano della mobilità condivisa, pensai che difficilmente il servizio avrebbe funzionato in Italia, e lo stato di abbandono delle prime stazioni di car-sharing a Roma sembrava darmi ragione.
E poi cosa è successo? Forse ha ragione chi sostiene che la «sharing economy» è semplicemente frutto della crisi per cui, pur di non rinunciare alla vacanza, all’auto o a mangiare fuori, siamo disposti ad affittare servizi dagli sconosciuti. Altre iniziative simili ma ancora poco conosciute in Italia sono «Feastly» e «Gnammo» che permettono di invitarsi a cena a casa altrui. Ma siamo sicuri che razionalizzare i consumi e sviluppare una nuova forma di condivisione, che fa rima anche con maggiore fiducia nel prossimo, sia una conseguenza della crisi? Forse c’è qualcosa di più. Una delle chiavi della sharing economy è proprio la fiducia: mi fido di chi mi prende in affitto casa o mi invita a cena pur essendo uno sconosciuto, condivido l’auto con un estraneo perché mi conviene, certamente, ma anche perché all’interno della Rete nessuno è davvero sconosciuto.
Paradossalmente, è proprio il rispetto delle regole all’interno della comunità uno dei principi della sharing economy: le parti si autodichiarano, si conoscono, chi sbaglia viene espulso dal mercato. È un nuovo patto, uno scambio (se mi abbassi i costi, ti faccio risparmiare), ma non solo: il consumatore entra nel meccanismo produttivo, modificandolo e diventando protagonista: quell’auto non sarà più la stessa, dopo essere passata di mano in mano si evolve, si arricchisce di informazioni e della valutazione degli utenti in una sorta di «rating sociale distributivo».
Dopo l’età del possesso è questa l’era dell’accesso, come ha teorizzato Jeremy Rifkin, per cui ciò che interessa a ciascuno è usufruire, non possedere, il che naturalmente cambia anche il ruolo dei consumatori, sempre più utenti di un servizio piuttosto che possessori di un bene. «È la sharing economy, bellezza!». Emozionante, no? Ed è proprio di questo - dai temi legati al nuovo, alla condivisione, dalla sharing economy alle start up e poi al progresso e ai new media -che parleremo il prossimo 26 novembre, nel Teatro Argentina, nell’ambito dell’ottava edizione del «Premio Vincenzo Dona, voce dei consumatori».   

Tags: Ottobre 2014 Massimiliano Dona car sharing UNC Unione nazionale consumatori

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