fondazione ugo bordoni: il punto su ricerca e innovazione in italia

Nel quadro dell’impegno nella ricerca e nel trasferimento dell’innovazione nel Paese, la Fub, Fondazione Ugo Bordoni, ha promosso un’azione di confronto e raccolta delle esigenze di competitività emergenti dal settore ICT tramite i principali operatori, enti di ricerca e Pubblica Amministrazione. In incontri con aziende del comparto tra cui i soci fondatori (Ericsson, Poste Italiane, H3G, Telecom Italia, Vodafone, Wind), sono stati esaminati i risultati di ricerca ottenuti e le difficoltà incontrate. Si sono svolti confronti il 10 aprile e il 21 maggio 2014 presso il Cnr, con università, manifatture, operatori, istituti di ricerca, per definire una strategia comune e un punto di equilibrio tra le esigenze della ricerca e delle aziende da presentare ad istituzioni e responsabili politici. Il documento comprende la proposta scaturita.

Sinergia tra Ricerca e Innovazione. L’Erc, European Research Council, il 14 gennaio scorso ha assegnato 312 fondi di ricerca ad altrettanti scienziati. Ciascun fondo ammonta mediamente a 1,8 milioni di euro. I ricercatori italiani hanno ottenuto 46 finanziamenti: 2 in meno dei ricercatori tedeschi (al primo posto), 13 in più dei francesi, 15 degli inglesi. Risultato straordinario ma dei 46 vincitori italiani solo 20 svolgeranno ricerca in Italia, e 26 in altri Paesi; circa 50 milioni di euro finiranno all’estero.
È normale che molti ricercatori non svolgono attività in patria. Ma ciò che tali Paesi perdono è spesso compensato dall’attività svolta da ricercatori stranieri. La Germania ha 15 vincitori dell’Erc all’estero, ma 10 esteri fanno ricerca in Germania. L’Inghilterra perde 4 ricercatori e ne ospita 35. L’Italia ne perde 26 senza guadagnarne alcuno. È la sconfortante fotografia della ricerca italiana: il Paese è stato sempre sotto la media di quelli industrializzati per risorse destinate a ricerca e innovazione. La crisi ha investito anche questo settore.

Spesa in Ricerca e Sviluppo. Nonostante tutto, la ricerca pubblica è di eccellenza, le sue capacità, bontà e validità appaiono indiscutibili. La ricaduta di questi risultati non è rintracciabile nelle attività industriali del settore ICT. Da tempo la Fondazione svolge un’attività strategica per il Paese: presidia i temi di innovazione nel settore ICT, assiste la Pubblica Amministrazione, promuove il dibattito, cerca di aumentare la propria presenza in Europa; costituisce un esempio di traduzione delle conoscenze in ambiti operativi attraverso l’applicazione di nuove tecnologie.

Università, formazione, ricerca. Ancora negli anni 90 nelle facoltà di Ingegneria veniva richiesto di svolgere nel modo migliore due funzioni: preparare giovani ad entrare nel mondo del lavoro e con le loro competenze, contribuire al progresso di questo e all’innovazione; produrre conoscenza con una ricerca scientifica di frontiera. Il trasferimento delle conoscenze tra accademia e imprese viaggiava attraverso giovani ingegneri assunti e contatti tra le unità di ricerca aziendali attive nel Paese; tra esse il Cselt, ma gruppi numerosi erano presenti nelle società Ericsson, Siemens, Telettra, Selenia, Italtel, Face Standard ecc.
Molte convenzioni hanno legato i due mondi; collaborazioni personali hanno consentito forme di impegno più diretto. In alcuni casi l’azienda sceglieva il gruppo di ricerca più consono ai propri obiettivi, in altri spaziava in modo più ampio. L’accademia contribuiva all’innovazione a breve e medio periodo e le aziende venivano esposte ai più recenti risultati della ricerca scientifica per l’innovazione a lungo termine. L’isolamento dell’accademia era più apparente che reale, i centri di ricerca delle imprese non avevano difficoltà a intrecciare rapporti e progetti con i gruppi universitari più aperti. Il problema è sempre esistito solo verso il mondo delle piccole e medie imprese, che però trovava più facile attenzione da parte di eccellenti istituti tecnici.
La creazione di nuove imprese seguiva un’incubazione spontanea nelle imprese più tecnologicamente avanzate da cui uscivano imprenditori che si avvalevano di un rapporto con la casa madre e poi trovavano la loro autonomia. Filiere, distretti, cluster si sono generati in questo modo. Poi il modello è entrato in crisi, le grandi aziende si sono dissolte o hanno ridimensionato il flusso di giovani in azienda e il personale per la ricerca; e gli istituti tecnici non erano più sufficienti a mantenere competitive piccole e medie imprese. Le università hanno spinto i dipendenti a creare spin-off accademici e proponendo rapporti con le aziende per svolgere ricerca industriale. Il processo è stato accompagnato da iniziative del Governo e da tentativi regionali, motivati dalle opportunità che un’università di ricerca può dare.
La didattica è mutata: l’introduzione del 3+2 è stata fortemente criticata; vanno individuati correttivi. Il mercato del lavoro è cambiato a causa della globalizzazione e della riduzione delle aziende high tech in Italia. Un giovane più dispone di competenze avanzate più trova difficile un inserimento nel mondo del lavoro. L’Italia è tra gli ultimi Paesi per il costo di un anno di formazione. Dottori di ricerca trovano lavori all’estero dove ricevono retribuzioni adeguate. Dopo averli formati a nostre spese, fanno concorrenza alle nostre università e imprese. Il cosiddetto ascensore sociale, che aveva cominciato a funzionare grazie all’istruzione, stenta a dare effetti.

La situazione attuale. Secondo le statistiche l’Italia è uno dei Paesi industrializzati con minore percentuale di laureati. Le immatricolazioni sono calate negli ultimi tre anni. Al prodotto interno contribuiscono altre vie di formazione, probabilmente gli istituti tecnici per piccole e medie imprese. È molto basso il tasso di completamento, tuttavia i laureati, tra il 2000-2001 e il 2011-2012, al netto delle lauree di secondo livello e delle specialistiche, sono aumentati del 31,4 per cento: 208 mila unità.
L’ultimo rapporto Anvur mostra che tra il 2000 e il 2012 non si sono manifestate sostanziali differenze nella scelta delle facoltà: gli aumenti maggiori si manifestano per Medicina (dal 6,2 al 10,2 per cento) e non per Giurisprudenza (dal 15,8 all’11,9). Ingegneria rimane stabile (dal 12,5 al 13,2) e così Scienze (dal 7,5 all’8,4). Nella spesa per studente l’Italia è il 30 per cento sotto la media europea; dal 2009 i finanziamenti sono ulteriormente calati del 20 per cento in termini reali. Sono diminuiti i docenti e le classifiche degli atenei.

Spesa per l’istruzione terziaria. Riguardo al mercato del lavoro i laureati in generale e gli ingegneri in particolare sono graditi alle aziende. Secondo l’ultima rilevazione dell’Istat, i laureati in materie scientifiche, ingegneristiche e mediche, ad eccezione di quelle geo-biologiche, hanno minori difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro, e questo vale sia per l’intera popolazione sia anche per quella giovane. Secondo la Confindustria, diminuisce l’impiego delle competenze acquisite nel lavoro. Scollamento della formazione col mondo del lavoro o progressiva diminuzione della qualità delle mansioni?

Effetti della crisi. Aumento della disoccupazione, instabilità contrattuale, retribuzione netta mensile minore al primo impiego. Sulla ricerca scientifica gli indicatori assoluti non rendono giustizia alla qualità dei ricercatori. La produttività scientifica è passata da 3,4 a 3,8 lavori per unità di spesa tra il 2006 e il 2010, dato superiore a quelli di Francia, Germania e Svezia, inferiore a quelli di Gran Bretagna, Olanda e Spagna. Il dato italiano è superiore a quelli di Stati Uniti e Giappone e in linea con quelli di Australia e Canada.

Enti pubblici di Ricerca. Accanto all’Università, i principali attori della ricerca e dello sviluppo tecnologico in Italia sono gli Enti e Istituti di ricerca pubblici. La ricerca pubblica è frammentata: oltre le 95 Università, sono presenti più di 20 centri di ricerca nazionale, numerosi laboratori e istituti dipendenti da Ministeri e da altri enti pubblici in cui la ricerca non costituisce l’attività principale. Attività di ricerca sono inoltre svolte all’interno di raggruppamenti quali Consorzi interuniversitari e Parchi scientifici e tecnologici.
Obiettivo principale di queste strutture, come di altre (Consorzi Ricerca, Tecnopoli, Consorzi Città Ricerca), sono conduzione, promozione e coordinamento tra le attività del mondo della ricerca e quello delle imprese in settori specifici. Alcuni enti sono di grandi dimensioni, come Cnr, Enea e Istat. Il Cnr occupa un posto rilevante nella ricerca condotta nel campo ICT, in passato più legata a quella universitaria grazie a un continuo scambio di persone e alle collaborazioni. Nella ricerca pubblica diversi enti sono vigilati da un Ministero e sottoposti alla valutazione dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, ente pubblico vigilato dal Ministero dell’Istruzione.
Dal 1998 esiste il Piano nazionale della ricerca, strumento di pianificazione e indirizzo che definisce obiettivi e modalità degli interventi specificati per aree tematiche prioritarie, settori disciplinari, soggetti coinvolti, progetti finanziabili ecc. Il Piano è predisposto dal Ministero con il coinvolgimento della comunità scientifica e accademica, e approvato dal Cipe. Dal 2010 una parte dei fondi ordinari, attraverso cui sono finanziati gli enti da esso vigilati, viene ripartito sulla base delle indicazioni del Piano. L’obiettivo sarebbe quello di coordinare la ricerca con le altre politiche nazionali, garantire l’allineamento del Paese a livello europeo, favorire una progressiva integrazione fra ricerca pubblica e privata. Uno strumento che a livello politico dovrebbe orientare la ricerca pubblica. Qualcosa però non funziona, visti i risultati dei tavoli con le aziende.

Ricerca e sviluppo: aziende e responsabili pubblici. Il confronto promosso dalla FUB con aziende che agiscono con essa anche attraverso convenzioni o protocolli d’intesa, ha evidenziato difficoltà rispetto agli attuali filoni di ricerca finalizzata. Da un tavolo di lavoro coordinato dalla FUB nei mesi scorsi è emersa una generale sottovalutazione, da parte delle istituzioni, dell’importanza che la ricerca può avere per la crescita delle aziende. Spesso queste si sono trovate dinanzi all’incapacità della politica e della burocrazia di scegliere idee ed energie provenienti dal mondo industriale e si sono dovute accontentare di iniziative autoreferenziali, alimentate con risorse interne e slegate da un progetto complessivo.
Nelle riunioni preparatorie le aziende del settore ICT hanno criticato l’attuale frammentazione delle iniziative di ricerca, sganciate da una pianificazione di ampio respiro e incapaci di incidere sulle scelte delle aziende; il mancato coordinamento e l’assenza di un ecosistema dell’innovazione nell’ambito TLC e ICT, che hanno reso sterili attività di ricerca, condotte in ordine sparso da soggetti aziendali; mancata regia nazionale che favorisca sinergie e politiche concrete.
Un altro limite della ricerca applicata in Italia risiede nella sua incapacità di dimostrare e comunicare la propria efficacia. Non si conosce quanto la ricerca applicata contribuisca alla creazione del prodotto interno come indicatore economico ma anche della qualità della vita. Dire che l’Italia investe in ricerca circa metà dei migliori attori internazionali non è una buona o cattiva notizia. Il nodo da sciogliere è dimostrare l’efficacia di quell’investimento, percepito come un costo più che come una leva di sviluppo. Quanta occupazione genera in Italia la ricerca applicata? Un altro ostacolo è l’elefantiasi burocratica che governa il mondo della ricerca e frena ogni slancio creativo. Gli uffici preposti appaiono mossi da un metodo meramente quantitativo e contabile. Gli enti finanziatori appaiono interessati a verificare gli aspetti amministrativi, più che i risultati dei progetti e il loro impiego.
Obiettivo prioritario è la creazione di un sistema nel quale pubblica amministrazione, centri di ricerca, università, grandi, medie e piccole imprese collaborino per sviluppare soluzioni innovative, offrire servizi evoluti ai cittadini. Condizione abilitante per lo sviluppo di tale sistema dovrebbe essere un’entità istituzionale che, insieme ai soggetti industriali e di ricerca, favorisca la definizione di linee guida per far sì che i finanziamenti europei portino valore aggiunto.
L’evoluzione delle telecomunicazioni conduce verso la networked society, in grado di mettere in comunicazione persone ma anche oggetti. Occorre valorizzare la cooperazione tra il mondo imprenditoriale e accademico con il supporto di enti governativi e politiche di sviluppo delle telecomunicazioni. Alla politica spetta la semplificazione burocratica e l’alleggerimento fiscale e finanziario. Alle Telco riorientare gli investimenti verso soluzioni innovative.
Nel secondo incontro con le aziende sono emersi problemi da affrontare se il Paese vorrà frenare l’emorragia di cervelli e la perdita di opportunità internazionali. La burocrazia frena l’erogazione di risorse finanziarie alla ricerca, spesso concepita come un costo; le aziende non riescono a fare sistema con il mondo accademico e istituzionale. Il direttore dell’Agenzia Italia Digitale Agostino Ragosa ha messo a fuoco l’importanza della digitalizzazione per migliorare i servizi ai cittadini e lo stretto legame tra ricerca scientifica nel settore ICT e sviluppo delle imprese.

Proposta per il futuro dell’ICT in Italia. Il 30 aprile scorso il presidente Matteo Renzi e il ministro della Funzione Pubblica Marianna Madia hanno inviato una lettera ai dipendenti pubblici per la riorganizzazione della ricerca pubblica aggregando gli oltre 20 enti che svolgono funzioni simili. Qual’è l’influenza che il frastagliato mondo della ricerca pubblica esercita sulla politica industriale? Gli interventi sono sporadici e non c’è un rapporto organico con organi trasversali di alta levatura scientifica, ma diretto con docenti o gruppi che non sopravvive al Governo che l’ha richiesto, causando ripetuti cambiamenti.
Ricerca e industria dialogano su temi di specifico interesse individuale piuttosto che su temi di ampia portata e respiro nazionale. In passato politica e industria perseguivano obiettivi comuni che hanno dato un peso all’Italia. Il rapporto era più stretto, in particolare nel settore TLC a causa della configurazione delle aziende e del mercato. La sinergia tra concessionari e manifatturieri consentiva di individuare temi omogenei di ricerca di base e di innovazione. Si accresceva la competitività delle aziende italiane conservando autonomia decisionale senza influenze esterne. Questa sinergia sembra venuta meno anche a causa della globalizzazione e privatizzazione di molte aziende.
Nel comparto energetico l’Italia deve mantenere un ruolo dinamico nella ricerca, innovazione e sviluppo, anche di fronte a limitati investimenti. In questo senso si può inquadrare l’azione congiunta di Enea, Ministero dello Sviluppo economico, Enel ed Eni. Nel comparto ICT alla frammentazione della ricerca si aggiunge la preponderanza di operatori globali che non consente di curare interessi nazionali. Conseguenza di ciò è l’estemporaneità degli interventi strutturali, dettati quasi esclusivamente dalla necessità di fronteggiare emergenze. Il Comitato nazionale Italia Digitale, nato nel 2008 per digitalizzare l’intero Paese, ha lasciato aperte questioni importanti sull’assegnazione delle frequenze. È sotto gli occhi di tutti la vita complicata dell’Agenda digitale italiana che passa da un commissario a un altro.

La prospettiva europea. L’Agenda digitale italiana ha come punto di riferimento quella europea. L’Italia versa all’Unione Europea più di quanto riceve. Nel 2012 il contributo italiano è arrivato a 16 miliardi di euro mentre il Paese ne riceve solo 9,3. Tra il 2005 e il 2011 l’Italia ha avuto un saldo negativo di 39,3 miliardi. Ed è il terzo contribuente netto dopo Germania e Francia e prima di Regno Unito, Paesi Bassi, Belgio e Svezia. Nei contributi ai programmi di ricerca l’Italia è il terzo contribuente ma è il quarto destinatario di fondi. A una politica comunitaria di sostegno per la ricerca non si affianca un’analoga politica industriale comunitaria, perseguendo ogni singolo Stato propri obiettivi.

La domanda che pone la Fondazione. L’analisi svolta dimostra la necessità per il Paese che il sistema della ricerca nel complesso si riappropri di un ruolo forte nella determinazione delle politiche industriali di settore attraverso un contributo più corale e meno frammentato delle iniziative, in particolare nel contesto europeo. Il fallimento di soluzioni legate all’emergenza avvalora il bisogno di una soluzione organica al più alto livello possibile. In passato l’allora Ministero delle Comunicazioni si avvaleva di un Consiglio superiore tecnico delle Poste e delle Telecomunicazioni, come tuttora accade per altre Amministrazioni dello Stato che fanno riferimento ad analoghe strutture per i loro ambiti di competenza.
La domanda che, come tavolo di confronto coordinato dalla Fondazione, vogliamo porre all’attenzione delle istituzioni, dell’industria e della ricerca è cruciale. Non è giunto il momento che, in accordo con l’Agcom e con le altre istituzioni coinvolte, il Ministero per lo Sviluppo economico riassuma, tramite un’opportuna struttura di riferimento stabile e integrata nel sistema o il rafforzamento di una già esistente, un ruolo forte di coordinamento nel settore ICT? È una domanda che poniamo a chi è in grado di decidere: l’importante è non aspettare ancora per ridare all’Italia, nel campo della ricerca e dell’innovazione ICT, il ruolo assunto in passato.  

Condividi su: