BENI CULTURALI: ANCORA SOTTERFUGI NONOSTANTE FRANCESCHINI

Dal 22 febbraio 2014, giorno in cui è stato nominato ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo nel Governo Renzi, Dario Franceschini ha rivoluzionato un mondo inerte, immobile, fermo almeno apparentemente, ma nella sostanza molto attivo nel sottobosco burocratico soprattutto regionale e locale e dell’imprenditoria piuttosto irrispettosa dei Beni e delle Attività culturali. Forse in nessun altro settore della Pubblica Amministrazione, tranne in quello di tasse e imposte, si è registrato un pari attivismo. Neanche nella giustizia, bombardata dalle istanze di riforma avanzate per anni dal passato presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
In silenzio Dario Franceschini, figura apparentemente riservata e in ombra quando invece aveva svolto rilevantissimi compiti ricoprendo ruoli fondamentali e determinando decisivi orientamenti nella politica italiana, è riuscito a compiere non una riforma ma una mezza rivoluzione. Certamente non era un politico apprendista: era stato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nei Governi D’Alema e Amato, ministro per i Rapporti con il Parlamento nel Governo Letta, segretario nazionale del Partito Democratico, presidente del gruppo PD della Camera dei deputati. Nella cultura opera poi da tempo direttamente e personalmente, avendo scritto e pubblicato varie opere e vinto prestigiosi premi.
Nominato ministro, è scattata in lui una nuova o, meglio, una vecchia molla. Innanzitutto ha nominato, appena 6 giorni dopo, come proprio Capo di Gabinetto non solo un esperto, ma addirittura il sottosegretario per i Beni e le Attività culturali del Governo Monti prof. Giampaolo D’Andrea. E neppure due mesi dopo, il 24 aprile scorso, Franceschini ha dovuto affrontare una prima «grana»: la Confedilizia gli ha presentato il conto che lo Stato deve pagare, o meglio rimborsare ai proprietari di immobili storico-artistici per i lavori di restauro da loro eseguiti, 97 milioni di euro, pari però al 50 per cento dei costi liquidati dalle competenti Soprintendenze.
«Il problema è reale, quella somma deve essere pagata, ma al momento non ci sono le risorse–ha risposto Franceschini–. Sto verificando se si riesce a far rientrare questi pagamenti, che sono comunque debiti della Pubblica Amministrazione, nella voce ‘Pagamento dei debiti della PA’. Questa è la strada, perché con le risorse ordinarie non solo non riusciamo a pagare l’arretrato, ma neanche ad adempiere gli obblighi di legge».
Trascorrono altri due mesi e il 15 giugno Franceschini annuncia una nuova iniziativa, lo stanziamento immediato di un milione di euro per la formazione di giovani nel settore dei beni e delle attività culturali tramite l’avvio di 150 tirocini da mille euro lordi ciascuno al mese. «Il grande progetto Pompei, la Reggia di Caserta, il recupero e il restauro del patrimonio storico-artistico nel centro storico dell’Aquila e nelle aree colpite dal sisma dell’Emilia Romagna, gli archivi e le biblioteche nazionali hanno bisogno di interventi urgenti e straordinari–, ha spiegato il ministro–. Su queste priorità saranno indirizzati questi 150 tirocini formativi della durata di 6 mesi che coinvolgeranno giovani di età non superiore ai 29 anni, selezionati per titoli e colloqui. L’obiettivo è individuare i corsi di studio più brillanti attribuendo un titolo preferenziale al dottorato di ricerca».
I 150 tirocini sono così suddivisi: 50 per il Grande progetto Pompei; 20 per la valorizzazione delle residenze borboniche a partire dalla Reggia di Caserta; 15 per le aree del sisma d’Abruzzo e per il centro storico dell’Aquila; 15 per le aree del sisma dell’Emilia Romagna; 50 per Archivi di Stato e Biblioteche nazionali di Roma e Firenze, nelle quali urgono corsi formativi anche per la recente declassificazione degli atti sulle stragi di Stato.
 I 150 tirocini sono rivolti a laureati in Archeologia; Architettura; Archivistica e Biblioteconomia; Beni culturali; Economia e Gestione dei beni culturali; Geologia; Ingegneria ambientale, civile e informatica; Scienza e tecnologia per i beni culturali; Scienze forestali e ambientali; Scienza della comunicazione; Storia dell’arte; Tecnologia per conservazione e restauro dei beni culturali; altre discipline se in possesso di diploma delle scuole di alta formazione e di studio che operano presso l’Istituto superiore per la conservazione e il restauro, l’Opificio delle pietre dure, l’Istituto centrale per la patologia del libro, la Scuola di specializzazione nei beni archivistici e librari, la Scuola di archivistica.
Arriva l’estate e l’Italia celebra il Centenario dell’entrata nella Grande Guerra Mondiale del 1914-1918. Per cui l’8 luglio il Ministero di Franceschini ospita la presentazione del progetto predisposto dal Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, che nel 2013 ha registrato oltre 240 mila visitatori. Il progetto si articola in tre grandi mostre: dal 4 ottobre al 20 settembre 2015, «La guerra che verrà non è la prima»; dall’11 ottobre al 20 settembre 2015 nella Casa d’arte futurista Depero di Rovereto, «Calpestare la guerra»; dal 25 ottobre al 1 febbraio 2015, «Afterimage. Rappresentazioni del conflitto», nella Galleria Civica di Trento.
Alla presentazione sono intervenuti Tiziano Mellarini, assessore alla Cultura della Provincia autonoma di Trento; Ilaria Vescovi, Cristiana Collu e Nicoletta Boschiero, rispettivamente presidente, direttore e curatore del Mart. Il Capo di Gabinetto Giampaolo D’Andrea ha sottolineato il valore dell’iniziativa per il contenuto e il metodo delle tre mostre, un itinerario culturale articolato e significativo; ed ha aggiunto che il Ministero sostiene le iniziative che favoriscono riflessione ed educazione.  Grazie a collaborazioni con istituzioni, centri di ricerca e musei, le tre mostre saranno ricche di materiali storici e documenti unici.
Quasi subito, il 10 luglio, in seguito a un’interrogazione dell’on.le Ileana Cathia Piazzoni, scoppia una polemica su Villa Adriana, sito archeologico di straordinario valore situato tra Roma e Tivoli, minacciato da un piano di lottizzazione sul quale anche l’Unesco ha avanzato consistenti rilievi. Il sito è gestito direttamente dal Ministero, ovvero dalla Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici del Lazio. Questa la storia non certo edificante.
Nel 1981 il Consiglio comunale di Tivoli approva il piano di lottizzazione del comprensorio di Ponte Lucano in località Villa Adriana con relativa convenzione urbanistica. Con concessione edilizia del 1986, il Comune consente l’urbanizzazione primaria dell’area; nel 1990 approva una variante al piano e proroga i termini della convenzione. La società proprietaria dell’area nel 1998 presenta un nuovo progetto ma l’anno dopo Villa Adriana viene inserita nella lista dell’Unesco del Patrimonio mondiale dell’Umanità. 
Nel 2008 il Consiglio comunale di Tivoli adotta una nuova lottizzazione convenzionata e l’anno seguente la Soprintendenza per Beni Archeologici del Lazio sconsideratamente emana un parere favorevole. Nel 2010 la Regione Lazio autorizza la lottizzazione, ma l’anno dopo la Soprintendenza per i Beni architettonici e paesaggistici assume una posizione contraria poi, nel 2012, rilascia un parere favorevole ad una nuova versione della lottizzazione; il primo marzo 2012 la Direzione regionale per i Beni culturali e paesaggistici del Lazio esprime un parere favorevole alla temeraria e discussa operazione.
Contro di esso l’Associazione Italia Nostra Onlus ricorre al Tar del Lazio. Il 6 dicembre 2012 il Consiglio comunale di Tivoli approva definitivamente il nuovo piano di lottizzazione convenzionata.
Qual è stato il comportamento del Ministero una volta insediatosi il nuovo ministro Franceschini? Viene accertato che il riconoscimento di Villa Adriana come sito dell’Unesco distingue due aree, il sito vero e proprio di 80 ettari e un’ area circostante detta zona cuscinetto di 500 ettari, nella quale ricade la lottizzazione. Nel giugno 2012 il Comitato per il Patrimonio mondiale dell’Unesco chiede al Governo italiano di informarlo su qualsiasi progetto e di inviargli entro il 1 febbraio 2014 un rapporto sulla situazione. Il 4 dicembre 2013 la Direzione regionale per i Beni culturali e paesaggistici si decide ad affidare all’arch. Jane Thompson l’incarico di studiare l’ impatto sul Patrimonio.
Secondo tale studio, la lottizzazione di Ponte Lucano avrebbe un forte impatto negativo sul sito proclamato Patrimonio mondiale dell’Umanità e sul suo rapporto con il paesaggio; portare avanti il progetto indurrebbe a trasferire Villa Adriana nella Lista del Patrimonio mondiale in Pericolo e successivamente addirittura a cancellarlo. L’unica possibilità per lo Stato italiano è bloccare il progetto.
Dopo riunioni tra organi interessati il Ministero deve ammettere che esistono i presupposti per una revisione degli atti adottati. L’ipotesi di un trasferimento di Villa Adriana nella Lista del Patrimonio mondiale in Pericolo o di una sua cancellazione dalla Lista Unesco è del tutto inaccettabile ma, solo grazie all’arrivo del nuovo ministro Franceschini, il Ministero è costretto ad annunciare che farà quanto necessario per impedirlo.
La relazione richiesta per Villa Adriana non ha precedenti per l’Italia e rappresenta un caso di grande rilievo: autorità, organi politici e amministrativi centrali e locali devono capire che l’inserimento di un sito nell’elenco Unesco non rappresenta solo un prestigioso riconoscimento, ma anche l’assoggettamento a controlli e valutazioni operati da soggetti e istituzioni internazionali, secondo regole e criteri non coincidenti con quelli di organi nazionali e di interessi tenacemente annidati nella più retriva e corrotta burocrazia nazionale.
 La posizione del Ministero è finalmente chiara: il ministro Franceschini ha sottolineato che ricorrono i presupposti di legge per avviare un’eventuale revisione degli atti adottati. Ma non è andata proprio così la miniriforma del Ministero che, nonostante il «Rompete le righe» per le vacanze dei politici, è stata approvata in luglio con il varo del cosiddetto decreto Art Bonus voluto dal ministro Franceschini. Si tratta del decreto legge n. 83 emanato dal Governo Renzi il 31 maggio scorso, contenente «Disposizioni urgenti per la tutela del patrimonio culturale, lo sviluppo della cultura e il rilancio del turismo», entrato in vigore il primo giugno e convertito, con modifiche, nella legge 106 del 29 luglio pubblicata dalla Gazzetta Ufficiale n. 175 del giorno seguente. Forse a causa delle ferie imminenti, ma più sicuramente perché tutti i partiti dovrebbero essere stati accontentati, il decreto è stato approvato senza voti contrari. «Il Parlamento ha migliorato e arricchito la portata delle norme del decreto Cultura e Turismo–ha detto il ministro Franceschini–. Nel rispetto dell’impianto e dei principi cardine voluti dal Governo, maggioranza e opposizione si sono confrontate con spirito costruttivo e senza pregiudizi».
«Finalmente anche in Italia ci sono strumenti fiscali adeguati per sostenere la cultura e rilanciare il turismo–ha aggiunto il ministro–; il decreto Cultura e Turismo è ora legge. Esso abbatte due barriere che per troppo tempo hanno monopolizzato il dibattito italiano: quella del rapporto tra settore pubblico e privato e quella della separazione tra tutela e valorizzazione. Adesso non ci sono più scuse: veniamo da anni di tagli, è arrivato il momento di investire».
Imposto dalle politiche di spending review, ossia dai tagli di spesa attuati negli anni 2012 e 2013, il decreto legge n. 66 del 2014 ha imposto ad ogni Ministero di dotarsi di una nuova organizzazione che recepisse le riduzioni di pianta organica. Anche il Ministero dei Beni, delle Attività culturali e del Turismo ha dovuto riorganizzarsi e ridurre le figure dirigenziali affrontando problemi, disfunzioni e lacune che l’affliggevano da decenni come la mancata integrazione tra cultura e turismo, l’eccessiva moltiplicazione dei vertici, le duplicazioni tra centro e periferia, il congestionamento dell’amministrazione centrale; la carenza di autonomia dei musei, la ritardata innovazione e formazione. La riorganizzazione ha previsto il taglio di 37 dirigenti.
Per eliminare i frequenti conflitti tra Direzioni regionali e Soprintendenze, l’Amministrazione periferica è stata modificata mantenendo il livello regionale; le Direzioni regionali sono state trasformate in Segretariati regionali con il compito di coordinare gli uffici periferici operanti nella regione senza sovrapporsi alle competenze delle Soprintendenze. Tutti risolti allora i problemi di questo settore rilevante non solo per la cultura ma oggi, a causa della crisi economica che non accenna a rallentare, soprattutto per l’economia del Paese, a cominciare da quella alimentata dal turismo? A una domanda così importante, nonostante la buona volontà, le intenzioni e gli sforzi del nuovo ministro Franceschini e del suo più stretto entourage, non può darsi una risposta positiva per almeno due gravi illegittimità, che sono state non solo ripetute ma rafforzate da questa legge apparentemente così innovativa, aperta, volenterosa.
La prima incongruenza, anzi incostituzionalità, è contenuta nella norma che prevede, come una grande novità, la «possibilità di un riesame dei pareri delle Soprintendenze». «I pareri delle Soprintendenze potranno essere riesaminati d’ufficio, o su istanza di un’altra Amministrazione (non di un privato); il riesame dovrà avvenire entro 10 giorni dalla richiesta da parte di una Commissione regionale di garanzia interna al Mibact. Se la Commissione non darà il parere nei 10 giorni, si intenderà confermato quello del Soprintendente». Bella sorpresa per i cittadini, dinanzi a una legge che li priva di qualunque possibilità di intervenire per correggere un errore dell’Amministrazione, anzi di un soprintendente. Un errore, se non si tratta però di un gigantesco affare, e se non è frutto di intrallazzi, corruzione, mafia ecc.
Ipotizziamo la presenza di vincoli su beni culturali di grande valore. Il meccanismo delle sub-delega affida a tecnici straperiferici, ossia comunali, il rilascio di nulla osta per realizzare opere in siti anche di estremo valore culturale e quindi anche venale. Con questa legge e con l’articolo 146 della legge n. 42 del 2004, pretenziosamente chiamata Codice dei Beni culturali mentre dovrebbe chiamarsi «Scempio dei beni culturali», è in atto l’istituto del silenzio-assenso.
Un architetto cui politicanti e amministratori locali delegano il potere di emettere pareri sull’esistenza e sulla cogenza di vincoli, può emettere, anzi solitamente emette pareri favorevoli alla costruzione di opere destinate a fruttare decine o centinaia di milioni di euro. L’architetto di paese e l’Ufficio tecnico anzi l’Amministrazione comunale cui egli fa capo inviano il parere per posta, con raccomandata a ricevuta di ritorno, alla Soprintendenza, che dovrebbe rispondere entro 60 giorni, confermando o contestando il parere positivo emesso dall’architetto subdelegato. Il soprintendente solitamente non risponde, al subdelegato basta ricevere la ricevuta di ritorno, attendere 60 giorni dalla data di consegna della lettera alla Soprintendenza, e convalidare il proprio parere positivo. Fulmineamente l’Amministrazione rilascia, anzi «deve» rilasciare la licenza edilizia. Teoricamente si potrebbe in tal modo costruire anche in piena Piazza di Spagna.
Il paradosso è che il titolo della norma indica: «Misure urgenti per la semplificazione in materia di beni culturali e paesaggistici». Questo il testo: Articolo 12. «1. Al fine di semplificare i procedimenti  in  materia  di autorizzazione paesaggistica, all’articolo 146 del Codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004 n. 42, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modifiche:
  a) al comma 4 è aggiunto, in fine, il seguente periodo: il termine di efficacia dell’autorizzazione decorre dal giorno in cui acquista efficacia il titolo edilizio eventualmente necessario per la realizzazione dell’intervento, a meno che il ritardo in ordine al rilascio e alla conseguente efficacia di quest’ultimo, non sia dipeso da circostanze imputabili all’interessato;
  b) al comma 9, il primo e il secondo periodo sono soppressi e il terzo periodo è sostituito dal seguente: decorsi inutilmente 60 giorni dalla  ricezione  degli  atti  da  parte  del soprintendente senza che questi abbia reso il prescritto parere, l’Amministrazione competente provvede comunque sulla domanda di autorizzazione.
 2. Con regolamento da emanare ai sensi dell’articolo 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988 n. 400, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto, su proposta del ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, d’intesa con la Conferenza unificata, ai sensi  dell’articolo  3  del  decreto legislativo 28 agosto 1997 n. 281, sono dettate disposizioni modificative e integrative al regolamento di cui all’articolo 146, comma 9, quarto periodo, del Codice dei beni culturali e del paesaggio di cui al decreto legislativo n. 42 del 2004 e successive modificazioni, al fine di ampliare e precisare le ipotesi di interventi di lieve entità, nonché allo scopo di operare ulteriori semplificazioni procedimentali, ferme, comunque, le esclusioni di cui agli articoli 19 comma 1, e 20 comma 4, della legge 7 agosto 1990 n. 241 e successive modificazioni.
Secondo la Federalberghi, che rappresenta le strutture ricettive, il decreto Cultura e Turismo «ci fa vedere il bicchiere mezzo pieno in quanto restituisce dignità a un settore che ha importanza fondamentale per l’economia del Paese ed aiuta gli albergatori, con la riqualificazione delle strutture e l’adozione di strumenti digitali, pur stanziando risorse insufficienti. Il decreto non assegna contributi a pioggia ma riduce le imposte per le imprese che investono; sarà indispensabile che i decreti attuativi vengano emanati celermente».   

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