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narcotraffici e finanziamento del terrorismo internazionale

Antonio Marini

Una delle principali fonti di finanziamento del terrorismo internazionale è costituita dal narcotraffico. Lo conferma l’ultimo rapporto dell’ICSA, Intelligence Culture and Strategic Analysis, presentato alla Camera dei Deputati il 28 novembre 2013. Nel rapporto si pone in evidenza come i flussi finanziari del terrorismo di matrice jihadista coincidano con quelli del riciclaggio e del reimpiego dei narcoproventi, sfruttando anche le differenze tra le legislazioni nazionali e indirizzando i capitali illeciti verso quei Paesi caratterizzati da legislazioni più permissive.
Il contrasto del finanziamento al terrorismo, in questi casi, va quindi sviluppato sulle medesime direttrici individuate per il riciclaggio del denaro, adottando sul piano internazionale le procedure e le sanzioni che la più recente normativa ha introdotto. Il ricorso alle strutture di Money Transfer, spesso legate a Phone Centers, è stato ampiamente accertato attraverso le indagini condotte nei confronti di gruppi criminali dediti al narcotraffico e al terrorismo.
Il legame tra traffici di droga e gruppi terroristici è spesso definito «narcoterrorismo». L’espressione, coniata nel 1984 dall’allora ambasciatore statunitense in Colombia Lewis Tamb, caratterizza ora quei gruppi terroristici che partecipano direttamente o indirettamente alla coltivazione, manifattura, trasporto e distribuzione delle sostanze stupefacenti e dei guadagni da esse derivanti. Può anche contraddistinguere la partecipazione di gruppi terroristici nella tassazione, protezione o aiuto ai trafficanti di stupefacenti allo scopo di approntare o finanziare altre attività terroristiche.

Un esempio significativo: le organizzazioni colombiane
Un esempio significativo è dato dalle organizzazioni paramilitari FARC e AUC colombiane, a lungo egemoni nel traffico della cocaina diretta in Italia e in altri Paesi europei. Le numerose operazioni compiute delle Forze di polizia italiane su questo versante hanno accertato l’esistenza di accordi tra organizzazioni terroristiche colombiane, in base ai quali gli stessi terroristi erano deputati principalmente al controllo della produzione della pasta di coca, poi lavorata e commercializzata. Nella zona meridionale del Paese, il terrorismo ha da sempre utilizzato piste aeree, celate nella foresta amazzonica, per trasferire in Brasile, a bordo di aerei, enormi quantitativi di cocaina, successivamente imbarcati nel porto di Manaus su motonavi dirette in Africa e quindi in Europa.
Con l’operazione Journey, coordinata dalla Direzione Centrale Servizi Antidroga, si è accertato che per circa otto milioni di dollari un intero reparto delle AUC era stato assoldato dai noti narcotrafficanti colombiani Victor e Miguel Angel Mejia Munera, detti «Los Mellizos», implicati nell’imponente traffico di 50 tonnellate di cocaina dirette al mercato europeo e statunitense; mentre le FARC sono risultate implicate anche nella fiorente industria dei sequestri di persona a scopo di estorsione, con il reimpiego degli ingenti proventi a favore del terrorismo.
Nello stesso rapporto si osserva come le formazioni di terroristi di matrice marxista-leninista, in particolare Sendero Luminoso, Tupac Amaru e le stesse FARC, abbiano in passato stretto rapporti con gruppi palestinesi come Fatah-Consiglio Rivoluzionario di Abu Nidal, sottolineando che si tratta di aspetti in continua evoluzione, che richiedono una costante e specifica attenzione.
Basti considerare il passaggio dei gruppi paramilitari delle AUC da un ruolo di mera manovalanza a favore del cartello del Golfo, che li aveva ingaggiati, ad una diretta gestione del narcotraffico in Messico, divenuto un vero e proprio campo di battaglia tra le diverse organizzazioni criminali che si contendono il lucroso mercato. Storicamente i gruppi guerriglieri colombiani hanno potuto inserirsi in questo lucroso commercio grazie all’eliminazione dei due grandi cartelli della droga Meddelin e Calì, che hanno controllato la produzione e il traffico della cocaina colombiana fino alla metà degli anni Ottanta.

L’Afghanistan è il primo produttore di oppio
Ma è nell’area pakistano-afghana che le organizzazioni jihadiste trovano per lo più fonti di finanziamento nel traffico internazionale di stupefacenti. L’Afghanistan è il principale produttore mondiale di oppio, coltivato in tutte le province del Paese. Negli ultimi anni è enormemente aumentata la trasformazione in morfina base ed eroina in laboratori clandestini direttamente controllati dalle formazioni talebane che accumulano profitti sempre più ingenti, utilizzati poi per il sostentamento dei militanti e il potenziamento delle strutture terroristiche operanti nella regione. Un’altra area cruciale sotto questo profilo, è quella sub-sahariana, dove le rotte del narcotraffico di gruppi criminali sudamericani si intersecano con i militanti di Al Qaeda nel Magreb Islamico.
L’opportunità offerta ai cartelli colombiani, di stoccare a pagamento nelle zone controllate da questa organizzazione ingenti quantitativi di cocaina diretti all’Europa, è divenuta un’ulteriore fonte di finanziamento del terrorismo, che è venuta ad aggiungersi a quelle già costituite dai traffici di armi e dai sequestri a scopo di estorsione dei turisti occidentali. Da ultimo si sta facendo ormai strada l’ipotesi dell’esistenza di legami tra trafficanti del Centro-Asia e terroristi ceceni.
Un’altra regione nella quale confluiscono gli interessi di narcotrafficanti e gruppi terroristici è la cosiddetta Tri-Borders area (TBA), ovvero l’area dei tre confini, quelli tra Paraguay, Brasile e Argentina. Tale regione è caratterizzata sia dalla presenza di diverse organizzazioni mafiose dedite anche al traffico della droga - si tratta soprattutto di mafia cinese, coreana, taiwanese e libanese -, sia da un numero relativamente alto di appartenenti a gruppi del terrorismo islamico, come Hezbollah, Al Jihad, Hamas, Al Gama’a, Al Islamiyya e Al Moqawama.

Dimensioni più contenute del narcotraffico in Italia
Per quanto riguarda l’Italia in particolare, le investigazioni sulle cellule jihadiste hanno accertato un continuo ricorso al narcotraffico per sostenerne le esigenze logistiche, anche se le dimensioni sono risultate ben più modeste rispetto agli enormi flussi di cui sopra. Si tratta per lo più di piccoli gruppi o di singoli soggetti, dediti al traffico degli stupefacenti, prima ancora di subire un processo di radicalizzazione e di reclutamento. Si ritiene che Al Qaeda svolga un ruolo diretto nello spaccio al dettaglio dell’eroina nelle città del Nord Italia, reinvestendo in attività di supporto al terrorismo jihadista circa l’80 per cento del prezzo finale della merce.
Nel caso poi di arresto degli spacciatori, questi hanno sempre la possibilità di procedere all’insegnamento dell’Islam radicale agli altri detenuti nelle carceri italiane. Si ricorda, a questo proposito, che alcuni dei partecipanti all’attentato dell’11 marzo 2004 alla stazione di Madrid erano criminali comuni che si erano convertiti al radicalismo islamico nelle carceri marocchine. Il pericolo derivante da questi nuovi convertiti si avverte anche nelle carceri degli Stati Uniti.

Falsificazione e commercio di documenti d’identità
Spesso il narcotraffico è abbinato alla falsificazione di documenti d’identità, commercializzati sul mercato dell’immigrazione clandestina quale forma di autofinanziamento, ma utilizzati anche per le esigenze dei vari gruppi o dei singoli militanti, soprattutto nella fase di instradamento verso le aree di conflitto. La casistica è piuttosto vasta e comprende sia le cellule algerine del GSPC ovvero Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento, un gruppo terrorista islamista nato negli anni Novanta in seguito al declino del GIA-Gruppo Islamico Armato, nell’ambito della guerra civile algerina con lo scopo di ribaltare il Governo dell’Algeria e istituirvi uno Stato islamico. Nel 2005 tale gruppo si è affiliato ad Al Qaeda prendendo il nome di Al Qaeda nel Meghreb islamico (AQMI).
Durante il recente forum di Vienna sui crescenti legami tra criminalità organizzata e terrorismo, Yury Fedotov, direttore esecutivo dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODOC), ha dichiarato che, grazie ai progressi della tecnologia, della comunicazione, delle finanze e dei trasporti, i gruppi terroristici e i gruppi criminali organizzati che operano a livello internazionale hanno sempre più la facilità di collegarsi tra loro, mentre gli utili provenienti dal traffico della droga sono sempre più utilizzati per finanziare atti terroristici. Secondo l’UNODOC, il traffico di droga, la criminalità organizzata transnazionale e il riciclaggio di denaro sono diventati parte integrante del terrorismo.

Come va allora combattuto il terrorismo internazionale?
Durante un’audizione da parte del Congresso degli Stati Uniti il direttore della Dea Asa Hutchinson, il coordinatore contro il terrorismo del Dipartimento di Stato Francis Taylor e il vicedirettore dell’Ufficio Internazionale Narcotici Jim Mac hanno convenuto che narcotraffico e terrorismo fanno parte di una stessa catena e come tali devono essere affrontati e combattuti.
L’azione di contrasto al terrorismo internazionale non può prescindere dalle individuazioni e dal blocco delle fonti finanziarie delle cellule terroristiche. Anche la lotta al terrorismo di matrice jihadista, quindi, va condotta attraverso una linea di intervento «integrata» che mette insieme le capacità di intelligence, l’investigazione e l’attività di polizia giudiziaria, ma anche e soprattutto l’analisi e l’approfondimento dei flussi finanziari. L’obiettivo prioritario è quello di bloccare le peculiari fonti di finanziamento che provengono dalle varie attività criminali, in particolare dal crescente traffico degli stupefacenti.  

di ANTONIO MARINI

Tags: Maggio 2014 contrasto alla mafia contraffazione sicurezza terrorismo Antonio Marini

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