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UN NUOVO SCENARIO PER LA TUTELA DEI DIRITTI UMANI: ITALIA INADEMPIENTE

Maurizio De Tilla, presidente dell’associazione nazionale avvocati italiani

In sede di inaugurazione dell’anno giudiziario 2014, il presidente della Corte di Cassazione Giorgio Santacroce ha svolto un’articolata ed ampia relazione che ha riscosso molti consensi. Anzitutto ha sottolineato che la questione dei diritti fondamentali è al centro della giurisprudenza costituzionale. Il giudice nazionale è tenuto ad interpretare la normativa in modo conforme alle disposizioni internazionali. Ma, qualora questa strada non sia percorribile, il giudice non potrà che sollevare la questione di legittimità costituzionale in riferimento all’articolo 117 della Costituzione, giacché le norme della Cedu, la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, integrano questo parametro, non essendo consentito ai giudici di disapplicare la norma interna contrastante.
Non va trascurata la resistenza conseguente a una certa perdurante ritrosia del giudice nazionale a riferirsi alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea cui l’articolo 6 del Trattato di Lisbona assegna lo stesso valore dei Trattati: cede sempre più il passo a una riconsiderazione del valore della Carta stessa come strumento di diritto primario dell’Unione. L’Italia è fortemente inadempiente in tema di equo processo, di introduzione del reato di tortura, di contumacia, di responsabilità civile dello Stato, di prescrizione dei delitti di corruzione e di concussione, di sovraffollamento carcerario.
Il presidente Santacroce ha poi mostrato due visioni diverse, una pessimista e l’altra ottimista, dell’andamento della giustizia. Da un canto ha ricordato quanto ha scritto Raffaele La Capria nel libro «Umori e malumori»: «Sembra a volte di non poter sopportare le notizie che ci danno i giornali, quel perseverare sempre negli stessi vizi, essere sempre bloccati dalle stesse difficoltà e sapere abbastanza bene cosa si dovrebbe fare per correggerle, ma nello stesso tempo di non poterlo fare. Una delle peggiori pene umane è proprio questa: comprendere molte cose e non avere alcun potere di modificarle».
Il richiamo è appropriato in quanto nella Giustizia accade puntualmente la stessa cosa. Avvocati e giudici denunciano cosa non funziona nella giustizia, ma il sistema politico, Governo e opposizione, non fanno nulla, o quasi, per farla funzionare. D’altra parte va sottolineato che i recenti provvedimenti varati dal Governo non hanno reso la giustizia efficiente, né hanno attenuato la lungaggine dei processi. È da precisare che lo stesso presidente Santacroce ha così stigmatizzato: «Si sa che da noi il fattore tempo, che è condizione imprescindibile del ‘rendere giustizia’ in un sistema economico integrato, lascia molto a desiderare, il che si traduce in un servizio incapace di rispondere alle aspettative del cittadino-utente e alla realizzazione del diritto sostanziale oggetto della controversia».
A questa condivisibile affermazione è poi seguita l’ottimistica osservazione che la giustizia italiana mostra «miglioramenti complessivi che inducono ad essere moderatamente fiduciosi sulla capacità di risposta del nostro sistema». In realtà, dobbiamo osservare, la situazione non sta così. Se in alcuni distretti diminuiscono le pendenze giudiziarie, non succede ciò a vantaggio della durata dei processi, che rimane lunga ed insopportabile con rinvii anche a due o tre anni per la sola precisazione delle conclusioni, anche dopo una ricca e prolungata istruttoria. La media-conciliazione è poi inutile e fallimentare, mentre la revisione della geografia giudiziaria ha bloccato gran parte dei processi pendenti. Mancano progetti concreti di produttività. Riguardo al processo telematico, si susseguono annunci di attuazione che, se vediamo, costituiscono solo una monade rispetto alle complessive esigenze.
La critica che l’ANAI rivolge all’operato del legislatore trova, peraltro, conferma nella relazione del presidente della Cassazione laddove fa rilevare che, sul filtro in appello, si esprimono considerazioni tendenzialmente negative, rilevandosi che il tempo risparmiato dal magistrato per l’estensione della sentenza equivale a quello impiegato per selezionare, mediante l’esame preliminare e necessariamente approfondito del fascicolo, i procedimenti per i quali è utilizzabile il nuovo procedimento.
Vengono, ancora, messi in risalto i problemi interpretativi nascenti dalla pessima formulazione della norma e il diverso impatto all’interno dell’attività di filtro nell’ambito di diverse Sezioni. Si sostiene, inoltre, che la riforma non può avere efficacia deflazionistica, dato che il processo di appello può comunque esaurirsi in unica udienza o, al massimo, in due udienze. Non è mancata, infine, una prima considerazione statistica, rilevandosi che ben pochi sono gli appelli in cui traspare con evidenza l’inammissibilità e si verificano le condizioni per l’applicabilità della riforma.
Solo il presidente della Corte di appello di Milano parla del filtro in maniera positiva, mentre il presidente della Corte di appello di Firenze non manca di rilevare che l’attività di filtro richiede cautela e scrupolosa valutazione degli atti, onde evitare che il nuovo strumento processuale si risolva in un’attenuazione della tutela giurisdizionale. La gestione del filtro in appello è, quindi, sostanzialmente fallimentare. Lo stesso risultato negativo ha conseguito l’introduzione del cosiddetto Tribunale delle imprese, laddove il presidente della Cassazione parla di aumento generalizzato del carico di lavoro, mentre i giudici di Milano segnalano che l’avvio di questo nuovo istituto è piuttosto stentato e, per ora, non ha dato i risultati attesi (non li darà mai), mancando la Sezione di un organico proprio e dovendo attingere promiscuamente i propri componenti dalle altre Sezioni civili.
In conclusione, sul piano del rendiconto del settore civile il presidente della Corte Suprema, Giorgio Santacroce, fa rilevare che i procedimenti civili definiti in Cassazione sono stati 30.167, con un aumento del 20,6 per cento rispetto al 2012. Il risultato ottenuto si spiega con l’aumento dei ricorsi mediamente fissati per udienza, passati da 20,5 a 21,8, pur essendo diminuito il numero delle udienze: 38 in meno rispetto al 2012. A tale risultato positivo se ne unisce un altro, costituito dalla diminuzione dei procedimenti pendenti, i quali sono diminuiti dell’1,1 per cento passando dai 99.792 del 2012 ai 98.690 del 2013. Aumenti dei procedimenti definiti e diminuzione dei procedimenti pendenti sono anzitutto il risultato dell’aumento della produttività per consigliere, passata da 229,4 a 240 ricorsi trattati all’anno.
Così enunciati i dati, non si comprende perché la durata media dei procedimenti definiti è aumentata a 42,5 mesi, pari a 1.293 giorni nel 2013, rispetto ai 34,1 mesi ossia 1.037 giorni del 2012. Il paradosso è questo: più processi si smaltiscono, maggiore è la durata dei processi. Nella stessa inaugurazione dell’anno giudiziario 2014 davanti alla Corte di Cassazione Michele Vietti, vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, ha preferito dedicarsi a richiami culturali di largo respiro anziché entrare nella specificità della concreta amministrazione della Giustizia.
Ha ricordato anzitutto Ludovico Mortara il quale affermava che «la bontà di un’organizzazione giudiziaria è misurata dalla tranquillità che, nella generale coscienza dei cittadini, essa stabilisce e mantiene». Ha continuato con il richiamo di Aristotele secondo il quale la giustizia «è la virtù più efficace, e né la stella della sera né quella del mattino sono così meravigliose, perché nella giustizia si raccoglie ogni virtù». Senza dimenticare Carlo Calamandrei il quale affermava che «il giudice è il diritto fatto uomo; solo da questo uomo io posso attendermi nella vita pratica quella tutela che solo in astratto la legge mi promette; solo se questo uomo saprà pronunciare a mio favore la parola della giustizia, potrò accorgermi che il diritto non è un’ombra vana».
Non poteva poi mancare di citare Karl Popper, che ammoniva che «le istituzioni sono come le fortezze: raggiungono lo scopo solo se è buona la guarnigione, cioè l’elemento umano». Infine Wolfgang Ama-deus Mozart fa così cantare al coro del Flauto Magico: «Quando virtù e giustizia ammantano di gloria il grande cammino, la terra si trasforma in un regno celeste e i mortali somigliano agli dei».
Michele Vietti ha voluto evitare di parlare dello stato della giustizia in Italia, preferendo assumere il ruolo di «filosofo del diritto» nel decimo anniversario della scomparsa del grande Norberto Bobbio. Pensavamo che il suo discorso fosse un ammonimento ai giudici per come dovrebbero essere e per cosa non è la giustizia in Italia, che versa in uno stato disastroso. Ma invece scorgiamo, nel suo illuminato discorso, un messaggio diverso quando, riferendosi ai giudici, afferma che «a queste donne e a questi uomini, sottoposti a pressioni personali e collettive enormi, va la nostra riconoscenza e il nostro ringraziamento in questo giorno che è un po’ la loro festa. Siamo orgogliosi–conclude Vietti–del loro impegno e della loro qualità che ci sono invidiati in tutta Europa».   

Tags: Aprile 2014

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