ANAI, MILLE UFFICI GIUDIZIARI SOPPRESSI ALTRO CHE RIFORMA EPOCALE E SALVIFICA

C’è ancora chi si ostina ad affermare che la soppressione di 31 Tribunali, 31 Procure, 220 Sezioni distaccate e circa 700 Uffici di Giudici di pace costituisce la soluzione di tutti i mali della giustizia che, così, comincerà a camminare speditamente per tutelare cittadini ed imprese. È una colossale «menzogna» che non ha alcun fondamento. Così operando, il declino della giustizia aumenterà e si incrementeranno le spese di gestione dell’apparato giudiziario, che si paralizzerà con la demolizione dei diritti dei cittadini. Milioni di processi rimarranno bloccati in quanto trasferiti in altre sedi non in grado di accogliere le competenze accorpate, con «rottamazione» dei fascicoli e del materiale cartaceo. Una strage di giustizia, fatta passare per riforma epocale e salvifica.
Con due sorprendenti e contraddittorie decisioni, la Corte Costituzionale ha applicato la Costituzione sui tagli delle Province, e l’ha disapplicata sulla revisione della geografia giudiziaria. In una Camera di Consiglio lampo i giudici costituzionali hanno accolto le censure mosse da 9 Regioni ricorrenti – Piemonte, Lombardia, Veneto, Molise, Lazio, Campania, Sardegna, Friuli Venezia Giulia e Calabria – contro le norme del decreto legge Salva Italia sulla trasformazione delle Province in enti di secondo livello e sul trasferimento delle funzioni ai Comuni. La Consulta ha richiamato, tra l’altro, il contrasto con l’articolo 77 della Costituzione sui requisiti per la decretazione d’urgenza.
Nello stesso giorno la Corte costituzionale ha adottato un’altra e contraddittoria decisione sulla revisione della geografia giudiziaria approvata dal Parlamento con una norma «intrusa» in una legge di conversione di un decreto legge senza alcun requisito di urgenza. Bravi i giudici costituzionali nel decidere, con due pesi e due misure, identiche situazioni. La decisione sulla geografia giudiziaria è politica. Per fortuna non si sono arresi cittadini, Comuni, Regioni, istituzioni, avvocati.
Dopo la criticata decisione della Consulta i Consigli regionali di Puglia, Marche, Abruzzo, Calabria, Basilicata, Campania, Piemonte, Liguria, Friuli Venezia Giulia, hanno proposto di abrogare la riforma della geografia giudiziaria con ricorso al giudizio popolare. La strage di uffici giudiziari esaltata dal ministro della Giustizia ha indignato cittadini, sindaci e avvocati che hanno contrastato l’atteggiamento del Ministero della Giustizia che, in pochi giorni, ha demolito 30 Tribunali, altrettante Procure e 220 Sezioni distaccate. Danni che tagli ingiustificati comportano alla giustizia di prossimità e alle economie locali.
Una più lunga durata dei processi e un consistente incremento delle pendenze determineranno oltre 35 milioni di spese all’anno. L’attuazione della riforma va immediatamente sospesa e revocata. La riforma da fare era un’altra. Invece che demolire gli Uffici giudiziari e portare avanti un progetto non condivisibile, che ripropone l’incostituzionale media-conciliazione obbligatoria, era preferibile estendere il processo telematico in tutto il territorio nazionale e non a macchia di leopardo. Accompagnato da prassi virtuose, l’intervento potrebbe migliorare il rendimento della giustizia senza ledere i diritti dei cittadini e rispettando la giustizia di prossimità.
Vi sono interrogativi senza risposta sull’impiego delle risorse economiche destinate alla giustizia, pari a più di 7 miliardi e mezzo di euro. Sono state impiegate bene le risorse? Quanto si è speso finora per il processo telematico? Quanti sono gli sprechi? Si può affidare a una Commissione civica formata da cittadini, avvocati, giudici e personale, il controllo delle ingenti spese? Cittadini, imprenditori, avvocati, giudici, dirigenti, dipendenti, operatori della giustizia hanno il diritto di conoscere in dettaglio come vengono gestiti i fondi della giustizia, aumentati sensibilmente a carico degli utenti.
Nella giustizia sembra mancare trasparenza su investimenti, introiti, spese, risorse impiegate, somme e beni gestiti, obiettivi perseguiti e raggiunti. Si sa che si sono spesi malamente 84 milioni di euro per inutili braccialetti elettronici e che, per l’esternalizzazione dei servizi, si spendono circa 700 milioni di euro l’anno. Il settore pubblico spende male, ma non è auspicabile «privatizzare» la giustizia come si è fatto con l’illegittima media-conciliazione obbligatoria. E come si intende fare nel Regno Unito.
Secondo le più recenti notizie, tribunali e corti inglesi saranno trasformati in enti di pubblico interesse con possibilità di accesso a progetti di finanziamento a lungo termine per favorire ogni tipo di informatizzazione e gestione produttiva dell’organizzazione giudiziaria. Si prevedono anche capitoli esterni con fine di lucro o con vantaggi indiretti. I poteri economici finiranno per subordinare la giustizia ai propri interessi. Il che già avviene in altri Stati europei. Esprimiamo il nostro totale dissenso su tale selvaggia forma di privatizzazione che non può essere giustificata da alcuna opzione di utilità o risparmio di spesa.
Ci chiediamo perché nel Regno Unito non si ribellino i giudici e gli avvocati. A risolvere alcune disfunzioni della giustizia può concorrere la produttività dei giudici. Il giornalista Lionello Mancini, nel libro «L’onere della toga», ha illustrato la figura del magistrato Cuno Jakob Tarfusser, procuratore della Repubblica di Bolzano, che ha dedicato parte del tempo all’efficienza anche materiale dell’Ufficio giudiziario e ad evitare spreco di denaro dei contribuenti. Perciò è stato anche criticato dai suoi colleghi.
Tarfusser ha ridotto le intercettazioni inutili, ha compiuto incontri con avvocati, personale, cittadini, polizia e carabinieri, per accogliere suggerimenti. La sua attività è stata incentrata su argomenti cari a Bruxelles: razionalizzazione del lavoro di tutti e in particolare del lavoro femminile, carta dei servizi, bilancio sociale, cioè rendicontazione di quanto la Procura aveva già fatto e di cosa restava da fare. A ciò si aggiunge il progetto di «Best practices» applicato anche da Mario Barbuto e da altri magistrati volenterosi. La Procura di Bolzano è diventata un laboratorio di efficienza del servizio e di risparmio dei costi.
Va rilevato che, dopo la soppressione di 30 Tribunali e 220 Sezioni distaccate, il Governo sta lavorando a un’ulteriore idea geniale: concentrare il lavoro dei rimanenti Tribunali in pochi competenti per tutte le controversie che riguardino le transazioni commerciali compiute dalle imprese. Un’operazione fuorviante se non perversa, che priva i cittadini del riconoscimento dei loro diritti dirottati in pochi Uffici giudiziari per lo più intasati.
Per accelerare i tempi della giustizia si intende altresì togliere l’obbligatorietà di assistenza legale nelle procedure di mediazione e introdurre l’istituto, di origine polacca, della sentenza con motivazione eventuale, se non dopo il pagamento del contributo per l’appello e l’impegno all’impugnativa. Invece di intervenire sull’organizzazione della giustizia estendendo il processo civile telematico in tutto il territorio, anziché aumentare i giudici e fornire alla giustizia mezzi e risorse, il Governo Letta-Alfano e per esso il Ministero della Giustizia ne inventa una ogni 3 o 4 mesi.
Stavolta attacca frontalmente il processo civile autorizzando i giudici a depositare sentenze senza alcuna motivazione, da chiedere solo a pagamento, oppure a scrivere sentenze con motivazione succinta, oppure «di riporto», con un semplice richiamo alla sentenza di primo grado, senza nulla aggiungere. Un processo farsa che agevola il lavoro dei giudici i quali, dopo un complicato ed estenuante processo, possono limitarsi a non fare niente se non stendere alcuni richiami normativi e un dispositivo di poche righe come «rigetta la domanda», oppure «accoglie la domanda», punto e basta. Così si premiano i giudici che non hanno voglia di lavorare e che faranno grande uso delle facoltà di decidere senza addurre argomenti sostanziali. Un processo farsa che non esiste nemmeno nei Paesi del Terzo Mondo o retti da una dittatura.
Solo uno Stato assolutista può pensare che non sia necessario motivare i provvedimenti e garantire la trasparenza dell’Amministrazione. Il vulnus viene portato al concetto stesso di democrazia, là dove si preveda l’obbligo di motivazione solo a richiesta e a pagamento, soluzione questa giustificata solo dalla necessità di fare ancora una volta cassa sulle spalle del cittadino; si crea una disparità tra i cittadini fondata sul censo, essendo più agevole per i più abbienti chiedere conto della decisione rispetto a quanti saranno costretti ad accettarla senza conoscerne le ragioni, non potendosi esporre ulteriormente ad esborsi.
Rimarrebbe il fatto che il cittadino, che abbia fatto ricorso al sistema giudiziario pagando il contributo unificato, introducendo la domanda non avrebbe neppure diritto a conoscere i motivi per i quali questa sia stata respinta o accolta; quindi senza consentire che la parte valuti ulteriori conseguenze derivanti dalla motivazione della sentenza.
La motivazione è funzionale per consentire alle parti sia di impugnare la sentenza, sia di svolgere un pubblico controllo dei poteri discrezionali del giudice. L’assenza di motivazione o l’imposizione del pagamento di una somma contrastano con l’articolo 111, comma 6, della Costituzione, secondo il quale tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati. Ma vi è un’ulteriore trovata del Governo: il giudice può condannare l’avvocato a pagare insieme al cliente le spese di causa nel caso di lite ritenuta temeraria. Il che può realizzare una vera e propria azione di rivalsa dei giudici verso gli avvocati esigenti e non graditi, nel caso di lite temeraria.
La previsione della condanna solidale dell’avvocato in caso di pronuncia ex articolo 96 del Codice di procedura civile è un ulteriore vulnus al diritto di difesa. Essa andrebbe a discapito della giurisdizione con la fine della creazione giurisprudenziale, effetto dell’incessante lavoro degli avvocati che non temono, anche di fronte a consolidati precedenti giurisprudenziali, di proporre tesi innovative utili allo sviluppo della società civile e del suo ordinamento, mettendolo al passo con i tempi, adattandolo alle nuove necessità sociali anche contro il pensiero dominante che, raffrontato con una domanda di modernizzazione e adeguamento, potrebbe far apparire quest’ultima come temeraria. Si vedano il caso Englaro, l’anatocismo bancario, il ramo biologico, l’espropriazione immobiliare ed altri adeguamenti del diritto positivo alla società che cambia.
Tutto ciò appare ancora più incongruo là dove, le norme deontologiche e la disciplina della responsabilità civile provvedono già a tutelare il cliente nei confronti di comportamenti temerari dell’avvocato; mentre, nonostante i ripetuti richiami comunitari, non si riesce ad introdurre un’adeguata disciplina sulla responsabilità civile dei magistrati. Vanno espressi seri dubbi sulla legittimità e opportunità della previsione che finisce per incidere pesantemente sull’indipendenza dell’avvocato, specie di fronte all’articolo 96 comma 3 del Codice di procedura civile, che rimette alla totale discrezionalità del giudice sia decidere, sia pronunciare la condanna per responsabilità, sia determinarne l’ammontare.
Demoliti mille Uffici giudiziari con un milione di cause pendenti che non troveranno mai esito, reintrodotta l’obbligatorietà della media-conciliazione per un numero sterminato di materie senza alcun risultato concreto, prosegue con gli ultimi interventi il «gioco dell’oca» del Governo che realizza finalmente il proprio sogno: spezzare le regole del contraddittorio e della giustizia conferendo ai giudici un potere immenso senza responsabilità. Ma, se un gioco deve esservi, perché non abolire del tutto il processo civile e tornare alla prima casella, cancellando il diritto dei cittadini di agire in giudizio? Non occorre nemmeno modificare l’articolo 24. Basta appellarsi al Superpotere del Capo dello Stato.
Siamo alla lucida follia di uno pseudo architetto della nuova giustizia che non conosce l’importanza della difesa dell’avvocato e la natura di un processo la cui sentenza va sempre motivata, a prescindere dall’appello, con un onere che rientra nei costi del grado di giudizio che si esaurisce e si completa con la determinazione giudiziale.  

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