Il successo di Per sempre sì riapre il dibattito sul ruolo del Festival e sull’immagine musicale dell’Italia.
Ogni anno sembra che “questo è stato il Sanremo più brutto”, e il 76° anno non ha potuto zittire tali voci causa scelte opinabili della direzione artistica, con proposte di brani non affabili, urli e gorgoglii ma niente di fatto, fino al crollo con la vittoria di Sal Da Vinci. La sua Per sempre sì ha, invero, acceso un entusiasmo popolare raro negli ultimi anni: il pubblico in sala ha accolto il brano con entusiasmo, le strade della città ligure lo hanno trasformato rapidamente in un coro collettivo e, nel giro di poche ore, la canzone ha invaso televisioni, radio e social network ivi incluso balletto. A Napoli è diventata quasi un inno identitario, cantato nei bar e nelle piazze. Eppure, proprio questa ondata di consenso ha riaperto una domanda più ampia: che immagine musicale dell’Italia viene proiettata oggi fuori dai suoi confini?
Per sempre sì appartiene, infatti, a un universo stilistico molto preciso: quello del neomelodico, un linguaggio musicale radicato nella tradizione popolare napoletana, costruito su melodie fortemente sentimentali, orchestrazioni classiche e un racconto emotivo diretto, un genere che ha una sua storia, un suo pubblico e una sua dignità culturale, ma che resta lontano dalle traiettorie contemporanee della musica pop internazionale. La scelta di portare un brano di questo tipo all’Eurovision Song Contest solleva inevitabilmente un confronto con la scena musicale europea. Negli ultimi anni il festival internazionale ha premiato progetti sperimentali, contaminazioni elettroniche, produzioni pop globali e identità sonore innovative. L’estetica neomelodica appare quasi come una dichiarazione di appartenenza a un’altra epoca musicale, non è in grado di competere, l’Italia potrebbe vergognarsene.
La canzone obiettivamente ha i suoi limiti ma, in effetti, negli ultimi anni la scena neomelodica italiana ha continuato a svilupparsi e ciò è avvenuto soprattutto tra Napoli e la Campania, mantenendo una forte presenza anche grazie ai social, alle piattaforme di streaming e agli eventi locali. Accanto a figure storiche come Gigi D’Alessio, che negli anni Novanta ha portato il linguaggio neomelodico verso il pop nazionale, si muove una nuova generazione di interpreti molto seguiti dal pubblico. Tra i nomi più popolari figurano Anthony, Carmelo Zappulla, Franco Ricciardi, Ivan Granatino, Tommy Riccio, Gianni Celeste, Daniele De Martino e Tony Colombo, artisti che riempiono piazze, feste patronali e concerti soprattutto nel Sud Italia. Alcuni di loro hanno rinnovato il genere introducendo sonorità più moderne, contaminazioni con il pop e con il rap, mentre altri restano fedeli alla struttura classica del neomelodico, fatta di melodie sentimentali, testi diretti e forte legame con il dialetto napoletano. Nonostante resti spesso ai margini dell’industria musicale nazionale, il neomelodico continua a rappresentare una realtà culturale molto viva, con un pubblico fedele e una produzione musicale costante, anche a prescindere dalla vera qualità della canzone presentata. Si apprezza in quanto neomelodica, non in quanto eccelsa.
Non è tanto o non solo una questione di qualità o di gusto personale, quanto di posizionamento culturale. L’Italia, che negli ultimi anni aveva trovato nell’Eurovision una nuova centralità grazie a linguaggi contemporanei e progetti capaci di dialogare con la scena globale, sembra ora tornare indietro, con un immaginario più nostalgico e localizzato. Il successo di Per sempre sì dimostra senza dubbio l’esistenza di un pubblico vasto che si riconosce in questo linguaggio musicale: il neomelodico possiede una forza emotiva immediata, una capacità di racconto diretto e una relazione intensa con il territorio che molti altri generi hanno perso. Ma da una parte non è l’Italia, dall’altra resta aperta la questione principale: Sanremo deve rappresentare il gusto del pubblico nazionale, anzi locale, o proporre una visione della musica italiana capace di dialogare con il mondo?
La vittoria di Sal Da Vinci riporta questo interrogativo al centro del dibattito culturale non tanto per la singola canzone, quanto per ciò che essa rappresenta: una scelta artistica che divide, entusiasma e allo stesso tempo interroga il modo in cui l’Italia decide di raccontarsi musicalmente al resto d’Europa. L’inflazione di questo autore nelle scalette e nelle tv, anche con troppi servizi giornalistici, ha fatto dimenticare altre realtà di Sanremo che hanno saputo dare di più e che avrebbero potuto rappresentare il Paese ad Eurovision, ad esempio Ditonellapiaga o Bambole di Pezza, che rappresentano, invece, un filone molto diverso e più vicino ai linguaggi contemporanei della scena europea. La prima costruisce il proprio stile su una contaminazione tra electropop, indie e suggestioni anni Sessanta, con arrangiamenti elettronici raffinati, ironia nei testi e una ricerca estetica che dialoga apertamente con la cultura pop internazionale. Le seconde, band milanese tutta al femminile, si muovono invece nel territorio del punk-rock e dell’alternative pop, con chitarre dirette, energia da live e testi spesso provocatori o socialmente espliciti, in linea con una tradizione musicale più ribelle e contemporanea. Due linguaggi molto diversi tra loro, ma accomunati da una forte identità sonora e da una capacità di inserirsi nel panorama musicale europeo con una cifra stilistica riconoscibile e attuale.
Il punto è capire se il Festival di Sanremo voglia continuare a limitarsi a fotografare il gusto di una parte sola di pubblico oppure assumere il ruolo di laboratorio capace di raccontare un Paese che cambia e che dialoga con il panorama internazionale. L’edizione numero 76 lascia quindi più interrogativi che certezze: da un lato l’entusiasmo popolare per una canzone non troppo bella, non speciale, ma che parla un linguaggio familiare e immediato, dall’altro la sensazione che l’Italia, sul palco europeo, rischi di presentarsi con uno sguardo rivolto più al passato che al futuro, più ad una tradizione locale che nazionale. L’errore di Sanremo è parlare ancora di “tradizione”: non esiste più una tradizione musicale, si vedano Patty Pravo, Marco Masini, Raf et similia che quest’anno, cantando male peraltro, sembravano dei malcapitati. Forse è qui che si gioca la vera sfida dei prossimi Sanremo: non scegliere tra tradizione e modernità, ma trovare una sintesi capace di rappresentare entrambe senza rinunciare alla qualità e all’ambizione culturale, innovare con gusto senza cadere negli spiccioli dei reality e dei social.
ALTRI ARTICOLI DI ROMINA CIUFFA: