Alla ricercatrice della Johns Hopkins University il Premio Casato Prime Donne 2026 per il contributo alle nuove terapie oncologiche.
C’è un’immagine della ricerca scientifica che appartiene ancora al Novecento: quella dello scienziato isolato, chiuso nel proprio laboratorio, intento a inseguire una scoperta che porterà il suo nome. Sandra Misale, 41 anni, calabrese di Palmi e oggi alla guida di un laboratorio alla Johns Hopkins University di Baltimora, appartiene a una generazione che sta mettendo in discussione proprio quel modello. La sua storia professionale si è costruita su un obiettivo scientifico tra i più difficili degli ultimi decenni, quello di comprendere e colpire le mutazioni del gene KRAS, ma anche su un metodo di lavoro fondato sulla condivisione dei dati, sul dialogo tra laboratori e sulla convinzione che la competizione, da sola, non basti più. È per questo doppio profilo, scientifico e culturale, che il Premio Casato Prime Donne 2026 ha scelto di riconoscerla come “Prima Donna” dell’anno, collocando la sua esperienza al centro di una manifestazione che da Montalcino prova a raccontare il talento contemporaneo in forme molto diverse, dalla ricerca alla musica, dal giornalismo all’arte, fino all’alta formazione.
Il percorso di Misale parte dalla Calabria, passa per Torino, dove si laurea in biotecnologie molecolari, e prosegue nei grandi poli internazionali dell’oncologia. Harvard Medical School a Boston, Memorial Sloan Kettering Cancer Center a New York e oggi Johns Hopkins University segnano le tappe di una carriera costruita dentro alcuni dei luoghi in cui si sta ridefinendo il modo di studiare e trattare i tumori. Il suo campo di ricerca riguarda KRAS, uno dei geni più importanti nella biologia del cancro. Quando è mutato può favorire la proliferazione incontrollata delle cellule e sostenere la progressione della malattia, ed è coinvolto in una quota significativa di tumori umani, compresi alcuni dei più aggressivi, come quelli del pancreas, del colon e del polmone. Per molto tempo KRAS è stato considerato quasi impossibile da colpire farmacologicamente, tanto che dedicare a quel bersaglio il proprio percorso di ricerca poteva sembrare una scelta estremamente rischiosa. Negli ultimi anni, però, lo scenario è cambiato: sono arrivati nuovi farmaci e nuovi approcci terapeutici, e il lavoro di gruppi come quello di Misale ha contribuito a comprendere non soltanto come queste terapie agiscano, ma anche perché possano perdere efficacia e in che modo possano essere rese più durature.
È proprio su questo passaggio che si misura il valore della ricerca contemporanea. Non si tratta più soltanto di trovare una molecola capace di colpire una mutazione, ma di comprendere come il tumore reagisca, come sviluppi resistenze e quali combinazioni terapeutiche possano ritardarne l’adattamento. Misale ha lavorato in questa direzione contribuendo a chiarire alcuni dei meccanismi che regolano la risposta ai nuovi farmaci contro KRAS, con risultati che hanno avuto ricadute anche sulla progettazione degli studi clinici. Il punto centrale, nella sua visione, è che il progresso non nasce necessariamente da una singola intuizione, ma da una catena di contributi che si rafforzano a vicenda. La condivisione delle informazioni tra centri di ricerca, il confronto rapido dei risultati e la disponibilità a costruire conoscenza comune diventano così parte integrante del metodo scientifico. In questa prospettiva, la figura dello “scopritore solitario” perde terreno a favore di una ricerca più interconnessa, dove la reputazione individuale resta importante ma non può prevalere sull’interesse del paziente e sulla velocità con cui una scoperta può essere tradotta in una terapia migliore.
Il riconoscimento assegnato a Misale assume quindi un significato che va oltre il premio personale. Il tema scelto per l’edizione 2026 del Casato Prime Donne, “Il sogno e/è la realtà”, trova nella sua storia una declinazione quasi letterale: occuparsi di un bersaglio che per anni era stato ritenuto intrattabile e contribuire, passo dopo passo, a renderlo uno dei campi più dinamici dell’oncologia di precisione. A presiedere la giuria è Donatella Cinelli Colombini, affiancata da Rosy Bindi, Anselma Dell’Olio, Anna Pesenti, Stefania Rossini, Anna Scafuri e Daniela Viglione. La scelta della scienziata si inserisce in una tradizione del premio che punta a valorizzare figure femminili capaci di incidere non soltanto sul proprio settore professionale, ma anche su un’idea più ampia di innovazione, responsabilità e leadership.
Accanto alla ricerca scientifica, l’edizione 2026 dedica spazio anche al racconto di Montalcino e alla capacità del territorio di costruire una reputazione internazionale senza ridursi alla sola notorietà del Brunello. Francesca Ciancio è stata premiata nella sezione “Io e Montalcino” per l’articolo “Montalcino oltre il Brunello”, pubblicato su Wine and Travel, mentre Andrea Cuomo riceverà il Premio Consorzio del Brunello per un approfondimento dedicato all’annata 2021, pubblicato su Il Giornale.it. Le due sezioni giornalistiche rafforzano un’idea precisa: il vino resta uno dei grandi motori identitari ed economici di Montalcino, ma la narrazione del territorio passa anche dalla capacità di leggerne il paesaggio, la storia, l’agricoltura e le trasformazioni culturali. In questo senso il premio prova a tenere insieme due piani apparentemente lontani, quello della scienza internazionale e quello di un territorio fortemente radicato nella propria identità, usando in entrambi i casi la competenza come elemento di connessione.
La stessa logica ritorna nell’attenzione riservata ai giovani. Il Premio Casato Prime Donne si propone infatti anche come incubatore di talenti, affiancando ai riconoscimenti principali borse di studio e opportunità formative destinate a studenti e giovani professionisti. Tre borse sono rivolte ad alcuni dei migliori corsisti della Summer Academy 2026 dell’Accademia Musicale Chigiana, che quest’anno riunisce centinaia di allievi provenienti da decine di Paesi. Il Liceo Artistico Duccio di Buoninsegna di Siena partecipa invece con il lavoro della studentessa ucraina Taisiia Makohn, che ha interpretato il tema “Il sogno e/è la realtà” attraverso lo sguardo di una giovane proveniente da un Paese in guerra, richiamando simbolicamente “La Liberté guidant le peuple” di Delacroix. La scuola fiorentina LAO Le Arti Orafe presenta le opere di quattro giovani artiste, Alessandra Di Natale, Arianna Belmonte, Elena Bastanzio e Matilde Tambosi, impegnate a tradurre lo stesso tema attraverso il gioiello contemporaneo e la ricerca sui materiali.
A completare il quadro ci sono le collaborazioni con la Scuola Tessieri di Ponsacco e con gli istituti superiori del territorio. Quattro studenti del Liceo Linguistico Lambruschini e dell’Istituto Agrario Ricasoli di Montalcino potranno frequentare gratuitamente percorsi dedicati al “Luxury Wine” e alla “Transizione ecologica”, due ambiti che raccontano bene il modo in cui anche i territori vitivinicoli stanno ridefinendo le proprie competenze: da una parte il posizionamento di fascia alta e la capacità di comunicare valore, dall’altra la sostenibilità ambientale e l’adattamento dei sistemi produttivi. È forse proprio questa la chiave che lega le diverse anime del premio. Il talento, nella visione proposta a Montalcino, non viene considerato come un’eccezione individuale da celebrare in sé, ma come una risorsa da mettere in relazione con le comunità, con la formazione e con la capacità di produrre conseguenze concrete.
La figura di Sandra Misale rappresenta bene questa impostazione. La sua carriera si è sviluppata nei centri più competitivi della ricerca oncologica mondiale, ma il messaggio che emerge dal suo lavoro va in una direzione apparentemente opposta alla celebrazione individuale: la scienza accelera quando le informazioni circolano, quando i laboratori collaborano e quando il risultato finale vale più della firma sulla scoperta. In un settore in cui ogni avanzamento può tradursi in mesi o anni di vita guadagnati per i pazienti, la condivisione non è soltanto una scelta etica, ma una strategia scientifica. Ed è forse questo, più ancora dei risultati ottenuti contro KRAS, l’aspetto che rende la sua storia significativa: aver dimostrato che innovazione e cooperazione non sono termini in contrasto, ma possono diventare le due facce della stessa ricerca.
La Redazione