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Corsera Story. Stampa, dal Corriere una nuova fase di eccellenza

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L’opinione del Corrierista

Il 30 aprile scorso il Corriere della Sera ha dato ai propri lettori un’altra notizia, oltre alle solite di cronaca nazionale, internazionale e interplanetaria: perché si è consolidato ormai in questi ultimi decenni anche un nuovo settore, quello dello spazio interstellare, nel quale ogni giorno si svolgono un’altra vita e altre attività umane. Quel giorno è cambiato il direttore del grande quotidiano: a Ferruccio De Bortoli è subentrato Luciano Fontana, un «Super Corrierista» ben conosciuto dai lettori per l’eccellente attività svolta per anni in esso, anche ai massimi livelli. Una notizia riportata ampiamente dalla stampa italiana per la quale il Corriere della Sera continua a costituire il maggior punto di riferimento per gli avvenimenti interni e internazionali.
Anche per questo motivo un avvenimento del genere costituisce una notizia destinata ad essere ricordata e ripubblicata periodicamente in futuro, come è avvenuto per i vari cambiamenti di direzione del passato. Sulla storia del giornalismo italiano, del Corriere della Sera e dei suoi più illustri direttori sono stati scritti pregevoli libri da colleghi ed esperti, che hanno lavorato a fianco dei protagonisti; ma purtroppo sono trascorsi tanti anni, quanti bastano per dimenticare e far dimenticare avvenimenti, personaggi, vicende facenti parte della vita e della storia di questo giornale nato il 5 marzo 1876 e divenuto poi testimone ed anzi parte della vita e della storia di tutto il Paese e di tutti gli italiani degli ultimi due secoli.
Casualmente anche la data di nascita comune che ho con il Corriere, il 5 marzo, ha rafforzato l’affetto e la fedeltà che mi hanno legato, per quasi 40 anni, a questa testata e ad una decina di direttori, tra i quali Mario Missiroli, Alfio Russo, Giovanni Spadolini, Piero Ottone, Franco Di Bella, Alberto Cavallari, Ugo Stille, Stefano Folli, Gino Palumbo e Ferruccio De Bortoli. L’arrivo di ogni nuovo direttore al Corriere diventa sempre oggetto non solo di cronaca per tutti i giornali esistenti, ma per il Corriere e per altri diventa storia, a volte costituita da capitoli, singoli episodi, sequenze di comportamenti, di abitudini, di caratteristiche, di pregi, difetti o addirittura manie di cui erano o sono protagonisti, appunto, i direttori. L’esempio più noto e raccontato, anche in libri sul giornalismo e in particolare sul Corriere, riguarda il direttore Mario Missiroli, che lo diresse dal 1952 al 1961. In quell’arco di tempo lo ebbi come direttore per oltre 5 anni; proprio lui, che aveva sede naturalmente nella mitica Via Solferino a Milano, ma abitava a Roma, nel solenne Viale della Regina Margherita nei pressi dell’Università Sapienza, e non lontano dalla redazione romana in Via della Mercede.
Tanti giornalisti prima di me hanno raccontato singolari episodi che lo caratterizzavano, facendolo apparire distratto mentre invece era attentissimo a tutto e a tutti; stizzoso mentre invece era bonario; paradossale nei suoi concetti e nelle sue battute, alcune delle quali rimaste celebri, quando invece erano di una logicità d’acciaio. Quando fui assunto ne ebbi subito la prova. Una sera invitò me e Gaetano Afeltra, suo vicedirettore per il Corriere d’Informazione, ad un «dopo-cena», ossia a sorbire un «Amaro Savoia» o un «Unicum» nell’elegantissimo e mondanissimo Caffé Doney in Via Veneto. Era il periodo della Dolce Vita. Dopo un po’ mi rivolse le raggelanti domande; «Ma lei chi è? Perché è qui con noi?».
Qualche giorno dopo, alle 14 di una caldissima giornata estiva romana, ero rimasto solo in redazione perché anche l’unico centralinista in servizio, Romolo, si era concesso una brevissima ma abusiva pausa supplementare. Squilla il centralino, so]no costretto a rispondere. «Sono il direttore; e lei chi è? Che fa lì?», esordisce. «Sono Ciuffa, copro il turno del pomeriggio». E mi accingo ad anticipargli le notizie sui fatti romani del mattino ma non me ne lascia il tempo. Missiroli riprende, freddo, misterioso, le raggelanti domande di poco prima: «Ma a lei chi la paga?». Riprende l’interrogatorio di poco prima. Di cui non comprendevo lo scopo, il significato, il risultato in relazione alla conferma dell’irrevocabilità della mia assunzione. Ma non fu l’unica occasione in cui dovetti subire un improvviso e imprevisto esame. Quando il capo della redazione romana, l’illustre scrittore e vaticanista Silvio Negro, che per spostarsi rinunciava volentieri all’autista e all’automobile del giornale, mi chiese di accompagnarlo con la mia 1100 Turismo Veloce, nella zona dei maggiori Ministeri - Industria, Tesoro, Difesa, Agricoltura, Trasporti -, mi pose la domanda sul perché dedicassi tanti articoli ad argomenti frivoli come quelli sugli spettacoli, sul mondo del cinema, del teatro, dell’arte e della cultura anziché alla politica, all’economia, ai grandi Paesi stranieri, lontani e sconosciuti, capii che questo era il metodo di selezione dei giornalisti del Corriere della Sera.
E me ne convinsi maggiormente nella scelta di giornalisti destinati a settori più delicati, importanti, sensibili. «Ciuffa, mi devi dire il nome di quello che si firma Vice sul Giorno per la politica. E dagli un appuntamento con me nell’hotel Ambasciatori per giovedì prossimo, che arriverò da Milano». Tutto il mondo del giornalismo in pochissimi anni è cambiato ora è tutto «comunicazione», anche gli avvisi affissi nei condomini e nelle strade riguardanti le modalità di raccolta dei rifiuti urbani.
Ma quando si parla del Corriere o meglio del suo destino, l’esperienza che esso stesso ha affrontato e maturato nell’ultimo secolo, l’intero ’900 è come una polizza di assicurazione. Certamente bisogna calcolare nelle previsioni, buone o cattive, rapidissimi progressi, sviluppi e conquiste delle nuove tecnologie, oltre alla bravura e all’esperienza di giornalisti come l’ex direttore De Bortoli, il nuovo Luciano Fontana e tutta l’armata che nel mondo della stampa lo fa continuare a navigare, ad essere una corazzata, una portaerei, un transatlantico. La sostituzione di De Bortoli con Fontana, ossia una nomina frutto di rapporti di forza e di peso tra i poteri esistenti nel Paese, conferma il funzionamento del sistema economico, politico, finanziario e va considerata pertanto una garanzia per la democrazia e la libertà in un momento politico ed economico molto delicato, che sembra stia riportando il mondo alla situazione in cui era quasi cent’anni fa. Il Corriere, ovviamente, continuerà a svolgere il proprio ruolo.

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