Lombardia, Toscana e Puglia guidano un settore sempre più legato a software, intelligenza artificiale e automazione avanzata.
l Made in Italy non passa più soltanto dalla manifattura tradizionale, dal design, dalla moda o dall’agroalimentare. Una parte crescente della competitività italiana si sta spostando verso comparti ad alta intensità tecnologica, nei quali competenze ingegneristiche, software, automazione e intelligenza artificiale convergono in nuovi prodotti e servizi. La robotica è uno dei settori che meglio raccontano questa trasformazione: secondo l’Italian Tech Landscape 2026, realizzato da La Tech Made in Italy in collaborazione con Altermind, il comparto censito raggiunge 1,1 miliardi di euro di ricavi complessivi, impiega 2.954 addetti e comprende 22 soluzioni sviluppate da imprese italiane. Numeri che descrivono un ecosistema ancora relativamente concentrato, ma caratterizzato da un elevato contenuto tecnologico e da una capacità crescente di integrare componenti meccaniche, sistemi digitali e nuove forme di automazione intelligente.
La trasformazione riguarda innanzitutto la natura stessa della robotica. Il settore non è più identificabile soltanto con bracci meccanici, linee automatizzate o macchinari programmati per eseguire operazioni ripetitive. La nuova generazione di sistemi si basa sempre più su computer vision, intelligenza artificiale, edge computing, sensori avanzati e digital twin, tecnologie che consentono alle macchine di percepire l’ambiente, elaborare informazioni in tempo reale e adattare il proprio comportamento alle condizioni operative. È questo passaggio, dalla produzione programmata alla produzione adattiva, a spostare il valore verso il software e i dati e a trasformare molte aziende della robotica in soggetti sempre più vicini alle software house industriali.
Secondo i dati riportati nello studio, il ricavo medio associato alle soluzioni censite si attesta a 21,9 milioni di euro, mentre il rendimento medio per addetto raggiunge circa 356 mila euro. Più che la dimensione assoluta del mercato, questi indicatori segnalano il peso del capitale umano specializzato e dell’innovazione incorporata nei prodotti. La robotica, infatti, richiede competenze che attraversano discipline differenti: meccanica, elettronica, informatica, analisi dei dati, progettazione di sistemi autonomi e sicurezza. È proprio la capacità di integrare questi ambiti a rappresentare uno dei principali vantaggi competitivi delle imprese italiane più avanzate.
La geografia del settore mostra però una forte concentrazione territoriale. La Lombardia emerge come il principale polo della robotica italiana, con sei soluzioni censite e 187 milioni di euro di ricavi riferiti alle realtà considerate dal report. Alle sue spalle si colloca la Toscana, con cinque soluzioni e 132 milioni di euro, mentre la Puglia occupa il terzo posto con tre soluzioni e circa 30 milioni di fatturato. Seguono Liguria, Piemonte, Emilia-Romagna, Marche, Veneto e Campania, confermando come l’innovazione robotica italiana non sia esclusivamente un fenomeno del Nord industriale, ma presenti nuclei di specializzazione anche nel Centro e nel Mezzogiorno.
La presenza della Puglia tra i territori più dinamici è, da questo punto di vista, uno degli elementi più interessanti. La crescita di competenze tecnologiche fuori dai distretti manifatturieri tradizionali suggerisce una progressiva diffusione della robotica in settori differenti e in aree che negli ultimi anni hanno investito nella costruzione di ecosistemi innovativi, nell’attrazione di capitale umano e nello sviluppo di imprese deep-tech. Accanto ai grandi poli produttivi si sta quindi formando una rete più articolata, nella quale università, centri di ricerca, startup e aziende industriali possono contribuire alla crescita di nuove specializzazioni.
Tra le imprese indicate dal report figurano alcuni nomi già consolidati dell’automazione italiana. Comau guida la graduatoria considerata dallo studio con 187 milioni di euro, seguita da System Logistic con 132 milioni e Indeva Group con 30 milioni. Completano il quadro realtà come Oppent, Campetella Robotic Center, Roboze, CRP Technology, Oversonic, Capio Robotics ed Euclid Labs Video and Robotic. La composizione della classifica evidenzia una caratteristica importante del comparto: accanto a gruppi industriali con una lunga esperienza nell’automazione convivono aziende più giovani specializzate in stampa 3D, robotica umanoide, visione artificiale e sistemi autonomi.
Questa convivenza tra industria consolidata e nuove imprese tecnologiche è uno degli elementi che potrebbero determinare l’evoluzione del mercato nei prossimi anni. Le competenze meccaniche e manifatturiere rappresentano infatti una base solida, ma il vantaggio competitivo dipenderà sempre di più dalla capacità di incorporare intelligenza nei sistemi produttivi. Un robot capace di raccogliere informazioni dall’ambiente, confrontarle con modelli digitali e modificare autonomamente una sequenza di lavoro introduce una logica completamente diversa rispetto all’automazione tradizionale. In questa prospettiva, il dato diventa parte integrante dell’infrastruttura produttiva e l’intelligenza artificiale assume un ruolo sempre più vicino a quello di un sistema decisionale.
Per Max Brigida, founder de La Tech Made in Italy, il passaggio in corso segna un cambiamento strutturale:
“La robotica non è più soltanto una questione di eccellenza ingegneristica o hardware, ma un ecosistema deep-tech guidato dal software, dalla percezione e dall’autonomia decisionale. Assistiamo a una trasformazione radicale in cui le imprese del settore si evolvono in vere e proprie software house, capaci di integrare computer vision, edge computing e digital twin. In questo contesto, che rispecchia appieno la traiettoria della Transizione 5.0, la vera sfida non è l’adozione passiva della tecnologia, ma il passaggio da una produzione programmata a una produzione adattiva. Il dato diventa il cuore pulsante della fabbrica e l’intelligenza artificiale l’infrastruttura decisionale di riferimento. Per l’Italia e per l’Europa l’obiettivo non è più solo la fattibilità tecnica, ma la costruzione di ecosistemi interoperabili e regolamentati, capaci di coniugare etica antropocentrica, conformità normativa e impatto sociale sia nell’industria manifatturiera che nella sanità e nei servizi”.
La trasformazione riguarda però anche l’impatto economico e sociale della tecnologia. I robot stanno uscendo progressivamente dalle sole fabbriche per entrare nella logistica, nella sanità, nell’assistenza, nei servizi e negli ambienti in cui sicurezza e precisione sono determinanti. Questo amplia il mercato potenziale, ma rende anche più complesse le questioni legate alla regolamentazione, alla responsabilità delle decisioni automatizzate e all’interazione tra uomini e macchine. Per l’Italia e per l’Europa, la possibilità di costruire una leadership non dipenderà quindi soltanto dalla capacità di sviluppare tecnologie avanzate, ma anche dalla definizione di standard comuni e sistemi interoperabili.
È su questo terreno che la robotica può diventare una delle nuove espressioni del Made in Italy. Non sostituendo la tradizione manifatturiera, ma estendendola: la precisione meccanica, il know-how industriale e la capacità di progettare sistemi complessi vengono integrati con software, dati e intelligenza artificiale. Il risultato è un modello produttivo nel quale il confine tra fabbrica e impresa tecnologica diventa sempre più sottile.
L’Italian Tech Landscape 2026 restituisce dunque l’immagine di un settore ancora in evoluzione, ma già capace di superare la soglia del miliardo di euro e di costruire competenze distribuite in diverse aree del Paese. La sfida ora sarà trasformare questa base industriale in una massa critica sufficiente per competere su scala internazionale, rafforzando gli investimenti in ricerca, attrazione dei talenti e sviluppo di tecnologie proprietarie. Perché il futuro del Made in Italy potrebbe dipendere sempre meno soltanto da ciò che il Paese sa produrre e sempre di più dall’intelligenza che riesce a incorporare nei propri prodotti.
La Redazione