A RIVA DEL GARDA TUTTI I (FRAGILI) GHIACCIAI DI CLAUDIO ORLANDI

La retrocessione accelerata dei ghiacciai alpini diventa chiave di lettura delle tensioni economiche, ambientali e simboliche della contemporaneità nella mostra “Claudio Orlandi. Ultimate Landscapes. L’illusione del ghiaccio”, ospitata dal Museo Alto Garda di Riva del Garda fino al 14 giugno 2026. Dopo diciassette anni di esplorazioni tra Presena, Stelvio e Marmolada, Orlandi presenta per la prima volta in un’istituzione pubblica il corpus integrale di “Ultimate Landscapes”: tredici serie fotografiche che trasformano il paesaggio alpino in un osservatorio privilegiato della crisi climatica e dei suoi riverberi socio-economici.

Il progetto, curato da Matteo Rapanà e Alessia Locatelli nell’Anno Internazionale della Preservazione dei Ghiacciai, documenta l’intervento umano sui ghiacciai attraverso l’uso dei teli geotessili, oggi dispositivo emblematico di un’economia della mitigazione che tenta di prolungare attività strategiche – dal turismo invernale alla gestione delle risorse idriche – pur in un quadro di crescente insostenibilità. Le immagini di Orlandi, sospese tra rilevazione scientifica e astrazione estetica, mostrano pieghe, cuciture e strappi che si intrecciano alla materia del ghiaccio, metafora visiva di un modello di sviluppo sottoposto a tensioni strutturali.

Le immagini non si limitano a registrare il ritiro del ghiaccio, ma ne svelano la complessità attraverso dettagli come pieghe, strappi, cuciture dei teli artificiali, che si confondono con la trama naturale del ghiaccio, generando forme quasi astratte dalle quali emerge la fragilità del rapporto tra uomo e natura, la tensione tra conservazione e controllo, tra la volontà di salvare e quella di un modello non più sostenibile. Il percorso espositivo rievoca dunque anche indicatori di rischio per territori che dipendono dal capitale ambientale come asset primario. In questo senso, l’opera di Orlandi supera la dimensione artistica e si inserisce nel dibattito economico sulle politiche di adattamento, sui costi della transizione ecologica e sull’impatto del cambiamento climatico sulle filiere alpine.

Il MAG interpreta così il proprio ruolo di piattaforma culturale capace di interrogare il presente: la mostra diventa spazio di riflessione sulle scelte strategiche per la montagna, tra tutela dei servizi ecosistemici e necessità di ripensare modelli produttivi ad alta fragilità. L’installazione sonora “Katabasis” di Alessio Mosti – costruita su campionamenti del collasso delle piattaforme antartiche – amplifica la percezione del rischio e traduce lo sgretolamento del ghiaccio in esperienza immersiva, quasi un’eco dei costi invisibili del cambiamento climatico.

In “Ultimate Landscape”s, la fotografia si fa dunque linguaggio etico ed economico insieme: ogni immagine è una soglia tra bellezza e perdita, tra ciò che rimane e ciò che si dissolve. E la montagna, ultimo paesaggio, diventa anche il primo indicatore del futuro che stiamo costruendo.

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