Finanza sostenibile, i rischi ESG entrano nella vigilanza

Per tre anni ricercatori e autorità di controllo europee hanno lavorato a una domanda molto concreta: come si trasformano le regole sulla finanza sostenibile in strumenti utilizzabili ogni giorno da chi vigila su banche, assicurazioni, fondi e mercati? La risposta è arrivata con ESG-UPTAKE, progetto coordinato dall’Università Ca’ Foscari Venezia e sostenuto dalla Commissione europea, i cui risultati sono stati presentati il 23 settembre a Venezia. Il programma ha coinvolto 11 autorità di vigilanza di 10 Paesi dell’Unione europea e ha prodotto più di 20 metodologie, modelli e strumenti operativi pensati per aiutare i supervisori a individuare e misurare i rischi ambientali, sociali e di governance, con particolare attenzione ai rischi climatici e a quelli legati alla transizione energetica. Per l’Italia hanno partecipato CONSOB, per i mercati finanziari, e IVASS, per il settore assicurativo.

Dalle regole ESG ai controlli concreti

Il punto di partenza del progetto è semplice: negli ultimi anni banche, assicurazioni e società finanziarie sono state chiamate a considerare sempre di più il peso dei fattori ESG (Environmental, Social and Governance) nelle proprie decisioni, ma per le autorità di vigilanza non basta sapere che questi rischi esistono. Servono strumenti per capire dove si concentrano, quanto possono incidere sui portafogli e se le valutazioni effettuate dagli intermediari siano credibili. ESG-UPTAKE ha quindi cercato di colmare proprio questa distanza tra norma e applicazione pratica, trasformando principi e obblighi regolamentari in modelli di analisi utilizzabili nella supervisione quotidiana. Il lavoro è stato suddiviso per settore: Ca’ Foscari ha seguito il comparto bancario, la Vienna University of Economics and Business quello assicurativo e il Leibniz Institute SAFE di Francoforte i mercati dei capitali e il risparmio gestito, con il contributo dell’Università di Zurigo e del Joint Research Centre della Commissione europea.

Come si misura il rischio climatico per banche, fondi e assicurazioni

Nel settore bancario sono stati messi a punto modelli che permettono di calcolare quanta parte delle emissioni sia indirettamente legata ai finanziamenti concessi dalle banche e quanto i portafogli siano esposti a settori vulnerabili alla transizione ecologica. Altri strumenti consentono di simulare che cosa accadrebbe al valore delle esposizioni in presenza di determinati scenari climatici o di stimare le perdite nel caso in cui più imprese entrassero contemporaneamente in difficoltà. A questi si aggiungono checklist pensate per verificare la qualità delle informazioni raccolte dalle banche presso imprese e PMI. Per i mercati dei capitali sono invece stati sviluppati database standardizzati, sistemi di allerta precoce sugli emittenti e strumenti per verificare la coerenza delle informazioni di sostenibilità contenute nelle rendicontazioni. Nel risparmio gestito, uno dei risultati più interessanti è un modello che confronta ciò che un fondo dichiara in materia di sostenibilità con ciò che effettivamente detiene in portafoglio, offrendo alle autorità un possibile strumento per individuare casi di greenwashing.

Perché tutto questo riguarda anche imprese e risparmiatori

Gli effetti del progetto non si fermano alle autorità di controllo. Una valutazione più precisa dei rischi climatici può influenzare anche il modo in cui banche e investitori decidono a chi concedere credito e dove indirizzare i capitali. Se il rischio viene misurato in maniera più dettagliata, infatti, diventa possibile distinguere tra imprese dello stesso settore che stanno affrontando la transizione in modo diverso, evitando di trattare interi comparti come ugualmente esposti. In prospettiva questo può favorire le aziende che investono in tecnologie, processi e modelli produttivi più resilienti, mentre metodologie comuni possono ridurre l’incertezza regolamentare per banche, assicurazioni e imprese. Il progetto punta quindi a rendere la finanza sostenibile meno dipendente da dichiarazioni generiche e più legata a dati verificabili, valutazioni comparabili e strumenti di controllo replicabili.

Il caso italiano e il divario nella copertura assicurativa

Una parte specifica di ESG-UPTAKE è stata dedicata all’Italia e al cosiddetto protection gap, cioè la distanza tra i danni prodotti da eventi naturali estremi e la quota effettivamente coperta da assicurazioni. Il lavoro svolto con IVASS ha analizzato i dati disponibili, studiato attraverso un’indagine nazionale le ragioni che frenano famiglie e imprese dall’assicurarsi e simulato l’evoluzione del divario in differenti scenari climatici. Il problema ha conseguenze che vanno oltre il settore assicurativo: quando un’impresa non è coperta contro eventi catastrofali, un’alluvione, un incendio o un altro fenomeno estremo può tradursi direttamente in perdita di capacità produttiva, occupazione e reddito, con effetti che possono poi ricadere anche sulla finanza pubblica.

Formazione e cooperazione tra le autorità europee

Il progetto non si è limitato alla costruzione di modelli tecnici, ma ha puntato anche sulla formazione di chi dovrà utilizzarli. Nel corso dei tre anni sono stati organizzati percorsi presso il JRC di Ispra, workshop con esperti delle autorità europee e della Banca Centrale Europea, una Summer School e sessioni pratiche nelle sedi delle autorità nazionali, dove i supervisori hanno potuto testare gli strumenti su portafogli campione. Questo passaggio ha permesso di verificare non soltanto la solidità teorica dei modelli, ma anche la loro effettiva utilizzabilità nella pratica, facendo emergere problemi legati alla disponibilità dei dati, alle risorse necessarie e alle differenze tra i vari mercati nazionali.

I problemi ancora aperti

La conclusione di ESG-UPTAKE non coincide con la fine del lavoro sui rischi ESG. Il progetto ha infatti evidenziato diversi nodi ancora irrisolti: la qualità e l’omogeneità dei dati restano insufficienti in molti ambiti, le autorità hanno bisogno di competenze sempre più interdisciplinari e gli strumenti devono essere abbastanza flessibili da adattarsi sia ai grandi organismi di vigilanza sia a quelli con risorse più limitate. A questo si aggiunge un quadro normativo europeo in continua evoluzione, che richiede aggiornamenti frequenti e un confronto costante con banche, assicurazioni, imprese e investitori. La vera eredità del progetto sta quindi nell’aver costruito una base operativa comune, trasformando il tema della sostenibilità da principio generale a oggetto di controllo concreto e misurabile.

La Redazione

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