La nostra riforma della giustizia non piace ai giudici europei

La riforma della giustizia approvata dal Parlamento italiano nell’autunno del 2025 non è ancora entrata in vigore, ma è destinata a diventare operativa solo dopo il passaggio referendario previsto dall’articolo 138 della Costituzione. Il testo, che introduce una profonda revisione dell’ordinamento giudiziario a partire dalla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e dalla ridefinizione degli organi di autogoverno, è stato dunque formalmente approvato dalle Camere, ma resta sospeso in attesa del giudizio finale degli elettori. È proprio su questa riforma già licenziata dal Parlamento, ma non ancora efficace, che si sono concentrate le critiche di diversi organismi europei di magistrati. Tra questi, MEDEL – Magistrats Européens pour la Démocratie et les Libertés, associazione di giudici europei, ha diffuso una presa di posizione ufficiale in cui esprime forte preoccupazione per le conseguenze che le modifiche costituzionali potrebbero avere sull’indipendenza della magistratura italiana.

Secondo MEDEL, l’intervento normativo, pur presentato come una riorganizzazione funzionale del sistema giudiziario, rischia di incidere su equilibri costituzionali consolidati. In particolare, viene messo in discussione il principio di unità della magistratura, che nel modello italiano ha storicamente rappresentato una delle garanzie dell’autonomia del pubblico ministero rispetto al potere politico. La separazione delle carriere, se non accompagnata da presidi equivalenti, potrebbe secondo l’organismo europeo rendere più fragile l’indipendenza dell’azione requirente. Una volta distinto dall’ordine giudicante, infatti, il PM potrebbe trovarsi con un sistema di autogoverno meno solido o più permeabile al potere politico, soprattutto se la composizione degli organi di controllo e disciplina fosse modificata in senso riduttivo o meno rappresentativo. In questo scenario, l’azione requirente potrebbe essere percepita come meno autonoma e più vulnerabile a indirizzi esterni, anche solo sul piano sistemico. È questo il punto centrale sollevato da MEDEL: la separazione in sé non è incompatibile con l’indipendenza, ma lo diventa se non è accompagnata da garanzie equivalenti a quelle oggi previste.

Ulteriori rilievi riguardano la riformulazione del ruolo del Consiglio Superiore della Magistratura e dei meccanismi di autogoverno. MEDEL osserva che le nuove modalità di composizione e funzionamento degli organi di garanzia previste dalla riforma si discosterebbero dagli standard europei in materia di rappresentatività e tutela dell’autonomia giudiziaria, aumentando il rischio di interferenze esterne. Anche la previsione di una nuova Alta Corte disciplinare, separata dal CSM, viene letta come un elemento potenzialmente critico, in grado di concentrare il potere disciplinare e di ridurre i margini di controllo interno.

Nel documento dell’associazione europea viene ribadito che le riforme costituzionali della giustizia, soprattutto quando incidono sull’equilibrio tra poteri dello Stato, dovrebbero rafforzare e non indebolire le garanzie di indipendenza dei magistrati. Il timore espresso è che, in assenza di correttivi adeguati, il nuovo assetto possa avere ripercussioni non solo sul funzionamento della giustizia, ma anche sulla qualità complessiva dello stato di diritto. Le osservazioni di MEDEL si inseriscono così in un confronto più ampio tra istituzioni nazionali e organismi europei, che accompagna l’Italia verso il referendum costituzionale chiamato a confermare o respingere una riforma già approvata dal Parlamento ma destinata a segnare in modo strutturale l’assetto della giustizia.

La Redazione

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