Il vicepremier riapre il confronto sulle regole del voto, tra ipotesi di premio di maggioranza, stabilità dei governi e limiti dell’attuale sistema elettorale.
Il tema della riforma della legge elettorale è tornato al centro del confronto istituzionale italiano dopo le dichiarazioni rilasciate da Antonio Tajani, vicepremier e ministro degli Esteri, in un’intervista concessa a fine dicembre, a Roma, a un’agenzia di stampa internazionale, nella quale ha invitato ad aprire un dibattito sul possibile ritorno di un premio di maggioranza in vista delle prossime elezioni politiche. Le parole del leader di Forza Italia arrivano in una fase in cui, all’interno della maggioranza e non solo, cresce la riflessione sulla stabilità dei Governi e sulla frammentazione del quadro parlamentare. Secondo Tajani, l’attuale sistema elettorale rischia di produrre maggioranze fragili e negoziazioni post-voto complesse, con effetti negativi sulla capacità decisionale dell’Esecutivo. Da qui la proposta di valutare una legge elettorale a base proporzionale, corretta da un meccanismo che garantisca un premio di seggi alla forza o alla coalizione che ottiene il maggior consenso, con l’obiettivo dichiarato di assicurare governabilità senza rinunciare del tutto alla rappresentatività.
Il riferimento è all’attuale legge elettorale, il Rosatellum, in vigore dal 2017. È un sistema che combina due meccanismi diversi. Una parte dei parlamentari viene eletta in collegi uninominali, dove vince il candidato che prende più voti degli altri, anche senza la maggioranza assoluta. Un’altra parte viene invece assegnata in modo proporzionale, cioè in base ai voti ottenuti dai partiti, attraverso liste bloccate decise dalle segreterie. Il Rosatellum non assegna automaticamente una maggioranza a chi vince le elezioni, non esiste un premio di seggi per il partito o la coalizione più votata. Questo significa che, anche dopo il voto, nessuna forza politica può essere certa di avere i numeri per governare da sola. La formazione di una maggioranza dipende quindi da quanto bene una coalizione riesce a vincere nei collegi uninominali e da come sono distribuiti i seggi proporzionali. In pratica, il sistema garantisce che molte forze politiche siano rappresentate in Parlamento, ma non assicura Governi stabili già la sera delle elezioni. Per questo, spesso, dopo il voto sono necessari accordi e trattative tra partiti per formare un Esecutivo, con maggioranze che nascono in Parlamento più che dalle urne.
La riapertura del dossier elettorale non è priva di implicazioni politiche. All’interno della maggioranza emergono sensibilità diverse: una parte vede nel premio di maggioranza uno strumento utile a rafforzare l’azione di Governo, mentre altri temono che una correzione troppo incisiva possa alterare il rapporto tra consenso elettorale e rappresentanza parlamentare. Il tema tocca inoltre profili costituzionali delicati, già al centro di precedenti riforme elettorali finite sotto il vaglio della Corte costituzionale.
Il dibattito sul premio di maggioranza richiama inevitabilmente esperienze storiche passate, nelle quali il tentativo di garantire stabilità ha spesso generato forti divisioni politiche e sociali. Per questo motivo, ogni ipotesi di riforma richiede un equilibrio complesso tra l’esigenza di governabilità e la tutela del pluralismo politico, soprattutto in un contesto in cui l’astensionismo e la volatilità del voto restano elevati. Le dichiarazioni di Tajani, pur non accompagnate da una proposta legislativa formale, hanno avuto l’effetto di riportare la legge elettorale al centro dell’agenda istituzionale. Il tema difficilmente potrà essere affrontato come un intervento tecnico: la definizione delle regole del voto incide direttamente sugli equilibri del sistema politico e sulla qualità della rappresentanza democratica. Nei prossimi mesi, il confronto sul premio di maggioranza potrebbe trasformarsi in uno dei principali terreni di scontro e negoziazione tra le forze politiche, con conseguenze potenzialmente durature sull’assetto istituzionale del Paese.
La Redazione