CEDU, 27 Paesi chiedono una nuova interpretazione

La discussione sulla possibile revisione dell’applicazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) nasce da un’iniziativa politica promossa da Italia e Danimarca, emersa nel dibattito europeo nelle ultime settimane. È necessario immediatamente sottolineare qui che si tratta della sua interpretazione, non della sua revisione, che è cosa ben diversa. La notizia prende le mosse da una dichiarazione congiunta presentata il 10 dicembre 2025 durante la Conferenza dei ministri della Giustizia del Consiglio d’Europa, firmata da 27 Paesi membri dello stesso e ampiamente riportata dalla stampa europea, in particolare dalle testate Euronews ed Eunews che hanno ricostruito contenuti e finalità della dichiarazione. 

Il contenuto della dichiarazione congiunta

Dalla dichiarazione congiunta presentata emerge che l’obiettivo dei Paesi promotori non è modificare il testo della Convenzione, ma avviare una riflessione sull’interpretazione giurisprudenziale che negli anni si è consolidata attraverso le decisioni della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Secondo i governi firmatari, alcune sentenze in materia di diritti umani — soprattutto quelle relative al divieto di trattamenti inumani o degradanti — avrebbero avuto l’effetto di limitare la capacità degli Stati di eseguire decisioni di espulsione e rimpatrio, anche quando adottate nel rispetto delle procedure nazionali. 

Il percorso politico dietro l’iniziativa

L’iniziativa non nasce dal nulla, ma è stata preceduta da una lettera aperta pubblicata formalmente il 22 maggio 2025 su iniziativa di Italia e Danimarca, cui hanno aderito allora altri sette Stati membri del Consiglio d’Europa (Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia). A quella presa di posizione hanno successivamente aderito altri Paesi, fino a raggiungere la maggioranza qualificata di 27 Stati membri del Consiglio d’Europa. Si scriveva: «Dovremmo disporre di un maggiore margine di decisione a livello nazionale in merito a quando espellere cittadini stranieri responsabili di reati, ad esempio nei casi che riguardano reati violenti gravi o reati legati al traffico di droga. Per loro natura, tali reati comportano sempre conseguenze gravi per le vittime. È necessario disporre di maggiore libertà nel decidere in che modo le nostre autorità possano monitorare, ad esempio, cittadini stranieri condannati per reati che non possono essere rimpatriati dai nostri territori. Si tratta di soggetti che, pur non potendo essere espulsi, hanno approfittato della nostra ospitalità per commettere reati e generare insicurezza. Dobbiamo inoltre essere in grado di adottare misure efficaci per contrastare Stati ostili che cercano di utilizzare contro di noi i nostri stessi valori e diritti, ad esempio strumentalizzando i migranti alle nostre frontiere.»

Cosa chiedono i Paesi firmatari

Più in generale, i Paesi promotori chiedono che venga riconosciuto in modo più esplicito il margine di discrezionalità degli Stati nel contemperare l’applicazione della CEDU con esigenze di sicurezza e di ordine pubblico. In particolare, sostengono che la Corte di Strasburgo debba tenere maggiormente conto delle valutazioni espresse dai Parlamenti nazionali, dalle Corti costituzionali e dalle autorità amministrative competenti, per evitare interpretazioni uniformi che non considerino le specificità istituzionali, sociali ed economiche dei singoli Paesi. In questa prospettiva, i governi firmatari sottolineano che le politiche in materia di sicurezza, migrazione e ordine pubblico rientrano nella responsabilità primaria degli Stati e devono poter essere adattate alle diverse condizioni nazionali. Il rafforzamento del margine di discrezionalità viene quindi indicato come uno strumento per garantire decisioni più proporzionate e coerenti con i contesti locali, senza mettere in discussione i principi fondamentali della Convenzione.

Aspetti istituzionali e politici

Dal punto di vista delle istituzioni, la proposta rappresenta un tentativo di riequilibrare il rapporto tra livello nazionale e livello sovranazionale. I governi firmatari sottolineano che la gestione della migrazione incide sui bilanci pubblici, sull’organizzazione dei sistemi di accoglienza e sulla sicurezza interna — ambiti che rientrano nella responsabilità primaria degli Stati e che richiedono strumenti normativi applicabili e sostenibili. Particolare sensibilità è sul tema migranti, come già premonito nella lettera antecedente: “Nell’affrontare le sfide legate all’espulsione di cittadini stranieri responsabili di reati, alla gestione dei flussi migratori e alla cooperazione con i Paesi terzi in materia di asilo e procedure di rimpatrio, nonché alle procedure di allontanamento e alla strumentalizzazione della migrazione, è necessario trovare un giusto equilibrio tra i diritti e gli interessi individuali dei migranti e i rilevanti interessi pubblici legati alla tutela della libertà e della sicurezza delle nostre società”, scrive il portale del Governo UK, ribadendo “il diritto degli Stati, quale principio consolidato del diritto internazionale e nel rispetto degli obblighi derivanti dai trattati, di controllare l’ingresso, il soggiorno e l’espulsione degli stranieri dai propri territori, che dovrebbe orientare l’interpretazione della Convenzione”.

Le prospettive di attuazione

Il confronto avviato con la dichiarazione del 10 dicembre non ha effetti immediati sul piano normativo. Come riportato anche dalle cronache dei lavori del Consiglio d’Europa, il percorso potrebbe tradursi nel tempo in orientamenti interpretativi più definiti, in protocolli aggiuntivi alla Convenzione o in una maggiore attenzione al principio di proporzionalità nelle decisioni della Corte europea dei diritti dell’uomo. Scrive il portale del Consiglio: “I partecipanti hanno invitato il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa a predisporre una bozza di dichiarazione politica che riaffermi l’obbligo di garantire l’effettivo godimento dei diritti e delle libertà sanciti dalla Convenzione a tutte le persone soggette alla giurisdizione degli Stati membri, nel contesto di queste sfide. Il testo dovrebbe inoltre tenere conto della responsabilità fondamentale dei governi di tutelare interessi vitali nazionali quali la sicurezza e l’ordine pubblico, hanno precisato i ministri. La dichiarazione politica dovrebbe essere adottata nella prossima sessione formale del Comitato dei Ministri, prevista a Chişinău (Repubblica di Moldova) nel maggio 2026“.

Rilevanza economica e istituzionale

Sul piano economico e sistemico, la questione incide direttamente sulla certezza del diritto e sulla prevedibilità delle politiche pubbliche, due fattori centrali per la stabilità istituzionale e per la fiducia degli operatori economici. L’interpretazione delle norme sovranazionali, infatti, condiziona in modo significativo l’azione dei governi, la programmazione della spesa pubblica e l’organizzazione dei servizi legati alla sicurezza, all’accoglienza e alla gestione dei flussi migratori.

In questo contesto, l’evoluzione della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo ha effetti che vanno oltre il piano giuridico, riflettendosi sulle decisioni di bilancio, sulla sostenibilità dei sistemi di welfare e sulla capacità degli Stati di pianificare interventi di medio-lungo periodo. Una maggiore chiarezza interpretativa è considerata dai governi firmatari un elemento essenziale per ridurre l’incertezza normativa e rafforzare l’efficacia delle politiche pubbliche.

Il dibattito sulla CEDU va quindi letto come parte di una riflessione più ampia sulla governance europea, sul rapporto tra livello nazionale e livello sovranazionale e sulla necessità di adattare il quadro normativo comune alle trasformazioni in atto, mantenendo un equilibrio tra tutela dei diritti fondamentali, sicurezza e sostenibilità economica delle decisioni pubbliche.

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