La storia di un giovane partito da Elabered verso l’Europa in un viaggio lungo due anni.
Il pregiudizio regna sovrano. L’ego è un’arma a doppio taglio. A volte è così forte che vince sulla volontà di scoprire il velo sugli occhi e vedere la realtà per quello che davvero mostra.
Alla fine basta vincere la noia per dare spazio alla curiosità. Molte volte le persone tendono a nascondersi nei propri cilindri mentali e fanno finta di non vedere quello che accade realmente. Sta lavando i piatti senza sosta, uno dopo l’altro. Per l’intera durata del turno di lavoro non ha bevuto uno solo bicchiere d’acqua. La cosa mi meraviglia e allo stesso tempo incuriosisce. Non che questo sia così importante, ma la sua tranquillità e il suo sorriso mi catturano l’anima. Decido quindi di parlargli e di chiederegli di darmi più informazioni sul suo conto.
Si chiama Pietro (nome inventato), ha 20 anni e viene dall’Eritrea. Ha un aspetto curato ma semplice. Non parla tanto. Se vuole dire qualcosa, prova a usare il poco inglese che conosce per formulare la sua curiosità, aiutandosi dai gesti delle sue mani lunghe e sottili. I suoi occhi dicono tanto. I suoi occhi vogliono farsi notare. Hanno voglia di scoprire e farsi scoprire. Da quella sera, da una semplice curiosità personale, è nata in me la curiosità di approfondire la sua conoscenza. Il giorno dopo usciamo a prendere un caffè nel centro di Den Haag. Era una giornata afosa e calda, piena di traffico, per essere un lunedi pomeriggio. In quel pomeriggio nasce una lunga e profonda chiaccherata dove viaggio con i suoi racconti, tra l’Eritrea, il Sudan, la Libia e poi l’Europa.
Quello che mi colpisce è la naturalezza e la semplicità con cui mi racconta del suo viaggio. Un viaggio pericoloso, senza alcuna certezza di arrivare sano e salvo in Olanda. Un viaggio durato due anni. Pietro parte dall’Eritrea a soli 18 anni con suo cugino. Ha tanti sogni e come tanti altri sa anche che questo viaggio non sarà facile. Non viaggia né per lavoro né per piacere, ma scappa da una situazione di impotenza e senza speranza futura. Una situazione che lo logora e non lo lascia libero di inseguire i suoi sogni. Molti pensano e mi chiedono: ma cosa vengono a fare qua? Io rispondo con un sorriso dicendo: stanno scappando dall’indifferenza, da una situazione di povertà e di dittatura. Se solo la gente non si lasciasse trasportare dai propri pregiudizi e affrontasse la realtà per quello che è, sono sicuro che capirebbe cosa si cela dietro un volto come quello di Pietro. Lui ce l’ha fatta, adesso si trova in Olanda, all’Aia, dove lavora come lavapiatti e ha il sogno di imparare un mestiere.
Quello che mi colpisce oltre alla storia avventurosa di Pietro, è l’indifferenza della gente. Sappiamo realmente chi abbiamo davanti, o stiamo solamente presupponendo? Di recente sono venuto a conoscenza di un’altra storia di carattere migratorio, questa volta riguardo la rotta balcanica.
Una coppia di giovani anziani che abita a Trieste, luogo molto movimentato e di passaggio dagli immigrati della rotta balcanica, giorno dopo giorno si reca nella piazza principale, chiamata Piazza del Mondo, dove alle 18 aiuta e presta servizio insieme ad altri volontari dell’associazione Linea d’Ombra a tutti i rifugiati della rotta balcanica. Lorena Fornasir ha 71 anni e insieme al marito Gian Andrea si recano in Piazza del Mondo dal 2015, anno in cui sono aumentati gli arrivi dai Balcani.
Lorena racconta che non solo arrivano tumefatti, a piedi scalzi e con grossi danni a livello mentale, ma arrivano soprattutto maltrattati e abbandonati. La polizia di frontiera non li lascia liberi, li fa inseguire dai cani, toglie loro le scarpe e i vestiti così da farli sentire in difetto, come se fossero loro quelli da cacciare, quelli da cui scappare.
Come i rifugiati che arrivano a Piazza del Mondo, anche Pietro scappa da una realtà povera e di guerra. Il suo viaggio inizia nel 2024, quando insieme a suo cugino partono a piedi da Elabered, in Eritrea, per arrivare in Sudan. Il viaggio dura più di 20 giorni dove la maggior parte del tragitto viene svolto a piedi. Le provviste sono scarse e Pietro mi racconta che hanno mangiato per lo più datteri, alimento di facile acquisto e molto nutriente. Ragazzi come lui scappano soprattutto dalla leva obbligatoria che non li lascia liberi anche per decenni, con uno stipendio basso e poca, se non nessuna, libertà di pensiero. Dalla guerra d’ Indipendenza con l’Etiopia nel 1993, Isaias Afwerki, oggi presidente dell’Eritrea, colse l’ occasione di imbastire lo stato del terrore nel Paese, prendendo la situazione con L’Etiopia come scusa per trasformare il governo in un regime autoritario. Pietro ha scelto la fuga invece di una vita dettata dall’ingiustizia. Arrivato in Sudan, spende 3 settimane nel paese, giusto il tempo di arrivare alla frontiera e scappare dallo stato di guerra nel Paese.
Quel pomeriggio Pietro non mi ha raccontato molto del Sudan, come se lo volesse evitare. Mi raccontò molto della Libia, dove trascorse più di un anno. In Libia, la situazione politica è alquanto frammentata per il fatto che non esiste un governo statale stabile, ma due fazioni politiche divise: una a Tripoli e una nella parte est del Paese, guidata da Haftar. La Libia, per la sua posizione strategica sul Mediterraneo è oggi luogo di passaggio di molti migranti che vogliono provare la traversata del Mediterraneo verso l’Italia. Questo però non è subito facile, perchè la Libia usa questo vantaggio di mano d’opera per scopi personali, così finendo per sfruttare, trafficare e abusare di tutti coloro che arrivano per esempio da altri paesi africani, come Eritrea, Sudan ed Etiopia. Pietro trascorse buona parte del suo tempo lavorando come carpentiere, alcuni giorni pagato, altri giorni no.
Dopo un primo tentativo di partenza, Pietro e il suo equipaggio vennero poi fermati dalla polizia libica e riportati in Libia. Pietro non mi raccontò di nessun fatto di tortura o detenzione. Mi disse solo che lavorava e aspettava con ansia di partire. La parte del tragitto più avvincente è stata la traversata verso l’Italia, durata tre giorni. Pietro si trovava con altre 35 persone a bordo di una barca abbastanza grande ma aperta, senza dunque nessuna protezione dalle onde. Per l’intera durata del tragitto il tempo fu brutto e il mare continuava a inondare i passeggeri. Non solo il viaggio fu molto turbolento, ma anche le provviste erano molto scarse, se non nulle. Pietro infatti mi ha raccontato di non aver bevuto ne mangiato niente per l’intera durata del viaggio. Quando vide l’isola di Lampedusa, improvvisamente la benzina era terminata.
Per la fortuna di tutti, la guardia costiera di Lampedusa venne in loro soccorso e li portò sulla terra ferma, dove li aspettava un pasto caldo, vestiti puliti e un letto comodo su cui riposare. Pietro si soffermò molto su questo dettaglio: la bandiera italiana della guardia costiera. Posso immaginare, dev’essere stato come un miraggio, la luce alla fine del tunnel. Realmente però, non so cosa si provi. Dev’essere stato come un sollievo, un abbraccio astratto che vale più di mille parole. Pietro ce l’ha fatta, da immigrato senza documenti è riuscito poi a sorpassare la frontiera di Francia Belgio e Olanda. Non senza vicessitudini, tra tentativi andati male, treni persi e notti sotto i ponti, Pietro non si è dato mai per vinto.
Quel pomeriggio sono stato per lo più ad ascoltarlo, più che fare domande. Ero senza parole.
Mi sembrava di vedere un film, ma un film non era. Questa è la vita reale, questa è realtà. Adesso, in Olanda, Pietro lavora, vuole imparare l’olandese e poi mettersi a studiare. In Eritrea non ci può tornare adesso. La sua famiglia abita a Elaberad, un villaggio a nord di Asmara, la capitale, non sa se la rivedrà mai più. È composta da contadini e pastori lontani dalla città, senza elettricità, acqua potabile e wifi, che ogni mattina si alzano e con l’asino vanno a prendere l’acqua dal fiume.
Pietro per andare a scuola doveva fare un’ora di cammino tutti i giorni. Adesso si trova in un altra città, in un altro Paese, in un altro continente, se non addirittura in un altro mondo. Adesso ha acqua potabile e comodità di ogni tipo.
Nel suo raccontare ho visto tanto vissuto ma soprattutto ho visto un volto sradicato dal suo terreno, un volto come perso: si trova ora catapultato in una realtà che non è sua e che non riconosce.
Mentre mi parlava della sua cultura, degli abiti tipici, gli occhi gli si illuminavano e allargava un sorriso così contagioso che mi mettevo a ridere anche io, influenzato dalla sua emozione.
Ragazzi come Pietro ce ne sono a milioni. La maggior parte però viene vista con uno sguardo disinteressato, vittima di una società allarmante che non si preoccupa del benessere civile. Racconti come questo fanno capire e servono d’ispirazione a riflettere sull’umanità che ci contraddistingue. Siamo tutti emotivi e proviamo emozioni come gli altri. Perché quindi non trattare uno straniero che scappa dalla propria terra con ospitalità invece che disprezzo e menefreghismo? La situazione in Italia è seria. Non ci sarebbero così tanti senza tetto e criminalità se il sistema di accoglienza migranti funzionasse meglio. Cerchiamo di guardare all’opportunità invece che a ciò che si perde. Questa è un opportunità di crescita, d’ imparare e di allargare i propri orizzonti. Forse però, l’ego di essere italiano prevale e si è così tanto egoisti da non voler accettare una cultura diversa dalla nostra.
Fabio Sai